18 Giugno Giu 2018 0750 18 giugno 2018

Populista a chi? Il governo Lega-Cinque Stelle sta picchiando duro contro chi l’ha votato

Dai decreti dignità che rischiano di far perdere il lavoro, all’autonomia che toglie risorse al Mezzogiorno, fino alle riforme fiscali che rapinano il ceto medio impoverito: potete dire tutto quel che volete di questo governo, ma mai nessuno si è accanito in questo modo sui suoi elettori

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Giovane, meridionale, ecologista, in uscita dalla sinistra e appartenente al cosiddetto ceto medio impoverito. Questo, in sintesi, l’identikit dell’elettore giallo-verde. L’archetipo sociale che ha determinato il clamoroso risultato dello scorso 4 marzo secondo chi, come l’istituto Demopolis, si è preso la briga di analizzarlo. Forse è solo un impressione, forse è l’andazzo dei primi giorni, ma è curioso, per non dire paradossale, che un governo definito populista stia riuscendo, in modo così pugnace, a prendersela proprio con i ceti sociali e territoriali che l’avevano votato.

Prendiamo i giovani, ad esempio, quella che Luigi Di Maio - neo ministro del lavoro e dello sviluppo economico, definisce «la generazione abbandonata dallo Stato». Il problema, tanto per cominciare, è che lo fa con un Decreto Dignità contro la gig economy che, stando alle bozze in nostro possesso, trasforma dalla sera alla mattina i rider e i fattorini in lavoratori subordinati rendendo antieconomica la permanenza di piattaforme come Foodora nel nostro Paese e scatenando contro questo provvedimento draconiano anche i giuslavoristi che da mesi, se non anni, stanno lavorando a proposte che tutelino i ragazzi in bicicletta. Se il risultato è spingere le piattaforme fuori dal mercato italiano, insomma, forse per i giovani era meglio restare abbandonati.

Fosse solo questo, ovviamente. Perché i meridionali che hanno votato in massa Movimento 5 Stelle ora dovranno fare i conti con l’autonomia fiscale di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Ricordate i referendum, vero? Erano consultivi e finalizzati a ottenere più competenze dallo Stato, ma i governatori Maroni e Zaia avevano sempre detto che la questione era legata al residuo fiscale. Ergo, i soldi delle tasse del Nord devono restare al Nord. A meno che la Zecca di Stato non si rimetta a stampare moneta, tutto questo ha un solo risultato: meno soldi al Sud. Intendiamoci, può pure essere giusto ma facciamo fatica a capire come un governo che taglia i trasferimenti al Mezzogiorno e magari chiude pure l’Ilva (lasciando al verde ventimila famiglie) possa definirsi attento ai bisogni del Sud. Tanto più se un ministro del turismo come il leghista Centinaio afferma con orgoglio che dalle parti di Taranto lui non ha la minima intenzione di passarci le ferie, «a meno di non farne una grande Eurodisney». Evviva il Sud, insomma.

Peggio ancora, tocca al ceto medio impoverito dalla crisi, quello che sperava in tasse più basse e invece sarà l’unico a smenarci con la flat tax. Quello che forse si sente rassicurato, oggi, dal cinema di Salvini sui richiedenti asilo, ma che si ritrova uno spread a 220 punti base, il rischio concreto dell’aumento dell’Iva e la spada di Damocle dell’impennata dei tassi d’interesse sui mutui

A proposito di Ilva e di questioni ambientali: chi ha votato Cinque Stelle nel nome dell’ecologismo smarrito dalla sinistra - istanza legittima e motivata, sia chiaro - dovrebbe dare un’occhiata a quel che ha detto la neo ministra del Sud Barbara Lezzi a proposito del Tap, il celeberrimo gasdotto pugliese che i Cinque Stelle hanno osteggiato a più riprese nel corso degli ultimi cinque anni. Contrordine, compagni: erano solo opinioni personali: «Personalmente la ritengo un’opera inutile. Ma c’è un trattato ratificato da cinque anni. Dobbiamo prenderne atto», ha dichiarato l’ineffabile Lezzi. L’ex ministro dell’ambiente Galletti non avrebbe saputo lavarsene le mani meglio di così.

Lo stesso - anzi, di più - vale per chi ha votato Cinque Stelle perché il Pd o LeU non abbastanza di sinistra, o perché delusi dalla vecchia sinistra, e che ora si ritrovano un governo che spedisce in Spagna i richiedenti asilo, definendo “pacchia” e “crociere” il loro calvario, che non dice una parola su sindacalisti morti ammazzati, che tratta le Organizzazioni Non Governative alla stregua di consessi criminali, che lavora a leggi che non pongono limitazioni all’uso del contante - con grande gioia degli evasori fiscali - e che vuole finanziare una riforma fiscale attraverso cui far pagare meno tasse ai ricchi con un bel condono tombale. Volevano l’estrema sinistra, è arrivata la destra estrema. Qualcosa non ha funzionato

Peggio ancora, tocca al ceto medio impoverito dalla crisi, quello che sperava in tasse più basse e invece sarà l’unico a smenarci con la flat tax. Quello che forse si sente rassicurato, oggi, dal cinema di Salvini sui richiedenti asilo, ma che si ritrova uno spread a 220 punti base, il rischio concreto dell’aumento dell’Iva e la spada di Damocle dell’impennata dei tassi d’interesse - se davvero le agenzie di rating finiranno per bocciare i Btp, derubricandoli a poco più che “titoli spazzatura” - il tutto a causa delle politiche troppo espansive e poco attente al debito pubblico del governo in carica. Tasse più alte, mutui più cari e (forse) qualche straniero in meno. Se questo è il buongiorno, saranno cinque anni interessanti.

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