18 Giugno Giu 2018 1738 18 giugno 2018

Semplifichiamo l’Iva e diamone un po’ agli enti locali: così si possono rilanciare i territori

Le clausole di salvaguardia sono uno dei nodi che dovrà affrontare il nuovo Governo. Il ministro dell'economia Tria vuole procedere all'aumento dell'Iva per trovare le risorse per la flat tax. Ma Vincenzo Visco ha fatto una proposta più intelligente: semplificare il sistema per eliminare l'evasione

Visco_Linkiesta
KAZUHIRO NOGI / AFP

La famigerata “clausola di salvaguardia Iva” che agita il sonno in particolare al presidente della Confcommercio Sangalli è figlia di una pratica che risale alla notte dei tempi, coprire le spese correnti solo nell'anno di emissione e utilizzare per gli anni a seguire voci generiche, come ”recupero evasione” e simili. Il creativo ministro Tremonti, ai tempi di Berlusconi, la elevò a sistema fondante dei famosi bilanci che ”non mettevano le mani in tasca degli italiani“: si spende oggi e si promette per il futuro e chi vivrà vedrà.

La cattivissima Europa nel 2011 decise, fra le altre cose, che il tempo delle chiacchiere era finito e impose coperture prospettiche più serie, all'epoca destinate in realtà a coprire lo spaventoso deficit in scoperto determinato dal governo Berlusconi Tremonti più che a finanziare nuove spese. Mario Monti, dopo aver esaurito tutte le lame di forbici e coltelli per salvare il bilancio dell'anno dal default imminente riuscì a far approvare dalla Commissione la “clausola di salvaguardia”, vale a dire un provvedimento definito di aumento delle aliquote Iva a partire dal 2016 nel caso le altre voci di entrata individuate e soggette ad alea marcata (crescita del Pil, recupero evasione etc) non si fossero rivelate sufficienti.

L’andamento del bilancio dello Stato è stato tale che la salvaguardia non è scattata nel triennio di bilancio 2016-2018 e, a trend consolidato, poteva ritenersi sostanzialmente superata. Tra le varie voci di miglioramento del bilancio che riguardano la “clausola” si è registrato un incremento consolidato del gettito fiscale per recupero evasione di ca 10 miliardi ed almeno 32 miliardi di “spending review” prevista dal cosiddetto piano Cottarelli.

Il governo Renzi, lo dico qui senza nessuna valutazione di merito sulla bontà di quelle scelte, ha varato misure di politica economica, dagli 80 euro all’industria 4.0, che hanno di fatto riutilizzato interamente queste risorse, facendo sì che la questione della copertura di 12,5 miliardi per il 2019 e seguenti tornasse ad essere garantita dalla salvaguardia Iva, ora sul tavolo del nuovo Governo.

L’orientamento più volte espresso dal prof Tria è quello di procedere all’aumento dell’ Iva, che avrebbe il pregio di incrementare l’inflazione, inchiodata in Italia al di sotto dei valori obiettivo, e fornire risorse per finanziare la “flat tax”, seppure nella versione poco flat e poco tax limitata alla riduzione dell’aliquota massima

Si poteva fare meglio e diversamente ? Direi di sì, perché ricorrere ad espedienti pur ben studiati per varare il bilancio pluriennale è giustificato e necessario in una situazione di totale emergenza come quella nella quale si trovava il governo Monti, lo è molto meno per un governo che si trova in una fase di ripresa e si propone di riformare il sistema in profondità. Alcune scelte del governo Renzi avrebbero potuto e dovuto essere strutturate meglio dal punto di vista bilancistico ( gli 80 euro, per esempio, come riduzione entrate e non incremento spesa, come curiosamente è stato fatto) e non è politica lungimirante quella di spendere oggi e rinviare le coperture alla scommessa della crescita o allo stellone italiano, che da tempo pare non essere così brillante.

Resta il fatto che il nodo è arrivato al pettine e l’onere della risoluzione è in capo al nuovo premier Conte, di cui si ignorano totalmente convinzioni e competenze in materia, ed al ministro Tria, di cui invece si sa molto di più di entrambe. L’orientamento più volte espresso dal prof Tria è quello di procedere all’aumento dell’ Iva, che avrebbe il pregio di incrementare l’inflazione, inchiodata in Italia al di sotto dei valori obiettivo, e fornire risorse per finanziare la “flat tax”, seppure nella versione poco flat e poco tax limitata alla riduzione dell’aliquota massima.

Possiamo avanzare una proposta diversa, un po’ più intelligente di quella di cercare altrove le coperture, a partire dal non condividere una politica fiscale che sposti le tasse “dalle persone alle cose”, con conseguente penalizzazione dei redditi più bassi e perdita della progressività? Sì e lo ha fatto Vincenzo Visco, presentando una proposta articolata al termine di uno studio condotto dal centro studi Necs.

Visco parte dalla considerazione che l’Iva è l’imposta più evasa nel nostro sistema e che tale evasione è resa possibile dall’esistenza di diverse aliquote che permettono a chi evade di “scegliere” in molti casi l’Iva da dichiarare, rendendo complicato anche il controllo. La sua proposta è quindi quella di semplificare il sistema eliminando le esenzioni e la miriade di casistiche differenziali esistenti ( il famoso pane che è soggetto al 4% se “base” e al 22% se “altro” ) , mantenendo l’aliquota inferiore del 4% per tutti i prodotti alimentari ( già oggi al 95% con Iva al 4 ) e riunificando le altre aliquote al 18,5-19%, inferiore all’attuale massima del 22%.

Se si aggiunge il vincolo di utilizzo del gettito dell’addizionale Iva regionale alla riduzione del debito o, in alternativa, all’alimentazione di un fondo regionale destinato agli investimenti per il recupero ambientale e territoriale, avremo una proposta di riformismo radicale, quel riformismo ad un tempo pragmatico e fermo sui principi che costituisce l’orizzonte unico di un nuovo centro sinistra del futuro

L’eliminazione delle aliquote intermedie toglierebbe la principale strada utilizzata per l’evasione (quella sul consumatore finale è ormai a livello degli altri paesi europei e con l’introduzione del ticket elettronico arriverà ad essere a livelli fisiologici) e la combinazione fra il conseguente aumento per alcuni generi ed il recupero dell’evasione compenserà, secondo i calcoli di Visco, sia la salvaguardia da 12,5 miliardi sia la riduzione di tre punti sull’aliquota massima. Ferma restante la necessità di verifica degli importi, facilmente effettuabile ormai da parte dell’amministrazione statale come da qualsiasi buon centro studi, mi sembra una buona riforma, che salvaguarda il bilancio e riporta una buona dose di equità nel sistema.

Alla proposta Visco aggiungerei una misura di autonomia e federalismo. Si potrebbe dare la possibilità di introdurre da parte di Regione e Comune, sul modello dell’addizionale Irpef già in vigore, una addizionale Iva fino a 3 punti complessivi sull’aliquota massima, in pratica riportandola al livello attuale. Questa possibilità andrebbe a finanziare direttamente le amministrazioni locali senza aggravio per il bilancio dello Stato, con un impatto limitato sulla pressione fiscale (l’aliquota teorica massima sarebbe pari all’attuale) e concede la possibilità ai territori di graduarla o non applicarla, fornendo una leva di politica fiscale oggi praticamente azzerata nella finanza locale.

Se si aggiunge il vincolo di utilizzo del gettito dell’addizionale Iva regionale alla riduzione del debito o, in alternativa, all’alimentazione di un fondo regionale destinato agli investimenti per il recupero ambientale e territoriale, avremo una proposta di riformismo radicale, quel riformismo ad un tempo pragmatico e fermo sui principi che costituisce l’orizzonte unico di un nuovo centro sinistra del futuro.

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