Chi vuole fare opposizione dev'essere un'alternativa, non copiare chi vince

Parlare dei propri avversari politici non è facile: se si commentano le loro iniziative per criticarli si finisce per fare da cassa di risonanza, se si ignorano, si rischia di sembrare compiacenti. La chiave per fare opposizione è anticipare i temi e non copiare i toni e le strategie dei rivali

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19 Giugno Giu 2018 1200 19 giugno 2018 19 Giugno 2018 - 12:00
Tendenze Online

Parlare dei propri avversari politici non è mai facile. Se si commentano in continuazione iniziative e dichiarazioni per criticarle, si finisce con l’essere in maniera paradossale la loro cassa di risonanza. Se però si ignora quello che fanno, si rischia di sembrare compiacenti. Eppure la comunicazione è un passaggio imprescindibile, per dirla con le parole di Alastair Campbell “non è qualcosa che si appiccica alla fine. È parte integrante di quello che state facendo.” Per chi non ha responsabilità di governo, comunicare equivale a proporre un’alternativa e per farlo, il confronto, tacito o palese, con le altre formazioni politiche è inevitabile. Prima però bisogna capire cosa non ha funzionato, in altre parole è necessario comprendere le ragioni che hanno allontanato gli elettori spingendoli a preferire i propri avversari, deve seguire poi una fase di autocritica e analisi per comprendere come mai non è stata accordata fiducia al proprio progetto. Sui temi principali dell’agenda politica l’opinione pubblica è divisa spesso in maniera netta. Si parla di polarizzazione proprio per indicare la contrapposizione marcata tra posizioni antitetiche, alimentata dal fatto di confrontarsi con chi la pensa allo stesso modo, cosa che va a rafforzare ulteriormente le proprie idee iniziali. Quando le differenze sono così marcate, non solo è difficile far cambiare idea a qualcuno, ma appare un’impresa ardua semplicemente farle mettere in discussione. Chi sostiene una determinata posizione, la riterrà giusta e non riuscirà a capire perché parte dell’opinione pubblica la pensa in maniera diametralmente opposta. Lo stesso accade per un partito politico. Se un’idea è valida, vantaggiosa, moralmente accettabile, in una parola giusta, come mai gli elettori non sono d’accordo? Le motivazioni possono essere le più svariate, magari chi propone quelle idee non appare credibile, oppure il proprio messaggio non è stato espresso in maniera chiara e incisiva. Ancora, si è arrivati in ritardo e una narrazione più efficace ha già condizionato l’opinione pubblica creando una sorta di imprinting in merito a quel determinato tema. Recuperare credibilità, comunicare in modo semplice e non semplicistico temi complessi, anticipare le questioni all’ordine del giorno per affrontarle prima degli altri sono solo alcune strategie per evitare che la propria comunicazione sia inefficace. Ciò che è certo è che trattare un determinato argomento richiamando in continuazione cosa dicono i propri avversari politici rischia di rivelarsi una sorta di trappola. Innanzitutto si offre visibilità a ciò che affermano e fanno e, soprattutto, si continua a ignorare perché magari, quella posizione viene ritenuta credibile.

Recuperare credibilità, comunicare in modo semplice e non semplicistico temi complessi, anticipare le questioni all’ordine del giorno per affrontarle prima degli altri sono solo alcune strategie per evitare che la propria comunicazione sia inefficace. Ciò che è certo è che trattare un determinato argomento richiamando in continuazione cosa dicono i propri avversari politici rischia di rivelarsi una sorta di trappola

Se non si è al governo, la direzione deve essere soltanto una: proporsi come alternativa. Sembra tautologico ma nonostante sia facile definire il proprio ruolo, risulta molto più difficile tradurlo in realtà. Qualche modello da seguire, o meglio da non seguire, c’è e arriva dagli Stati Uniti. Il quarantacinquesimo presidente Usa non lascia indifferenti, o si è d’accordo con la sua linea politica, oppure no. Vedere dunque come stanno comunicando l’opposizione i democratici americani può offrire alcuni spunti. Lo scorso 13 giugno, Frank Bruni sul New York Times ha analizzato proprio il modo in cui gli avversari politici di Donald Trump parlano del proprio presidente. Il comune denominatore tuttavia sembra talvolta essere la rabbia ma quest’ultima non può essere una strategia. Secondo il giornalista e autore, se lo stile dell’inquilino della Casa Bianca è tagliente, non se ne deve adoperare uno analogo, altrimenti non ci si presenta come reali alternative. Se la narrativa usata è speculare, le persone presteranno infatti meno attenzione ai contenuti, ai fatti, alle proposte che in maniera presumibile sono invece totalmente antitetiche. Il pericolo in breve, è quello di non presentarsi come reali alternative politiche. Non è efficace evocare superficiali analogie storiche o preconizzare scenari nefasti. In Usa, all’indomani dell’elezione di Trump erano state fatte previsioni che definire negative è un eufemismo e che non si sono verificate. Secondo Bruni concentrarsi troppo sul futuro e ipotizzare quello che potrebbe accadere, fa perdere di vista ciò che succede ora che è invece la preoccupazione più urgente dell’opinione pubblica. Osservare la società, comprenderne le contraddizioni e interpretarne le istanze riguarda il presente prima ancora del futuro.

Dagli Usa arriva in sostanza un monito per chi si occupa di comunicazione, chi parla in continuazione dei propri avversari politici non appare come un'alternativa credibile e se si attinge dal lessico e dallo stile degli altri, i propri progetti, le proprie idee e proposte rischiano di finire in secondo piano e di essere ignorate dall'opinione pubblica.

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