Donne, teniamoci i nostri tabù e vivremo (più) felici

Un giorno le donne dicono di essere femmine per cultura, e il giorno dopo battagliano per l'abolizione del tabù degli assorbenti (perché sono innaturali). La verità è che, ogni tanto la natura - posto che esista - fa schifo. E qualche piccolo tabù è bene mantenerlo

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20 Giugno Giu 2018 0735 20 giugno 2018 20 Giugno 2018 - 07:35

Troviamo un accordo, una mediazione, una sfumatura di grigio tra “viva la natura” e “la natura non esiste”. Smettiamo di alternarci pazzamente tra questi due opposti, come se fossero non opposti, ma contratti di governo. Non si può dire un giorno che siamo femmine per cultura (mica per biologia, che centra la biologia, la biologia non esiste, è una costruzione-costrizione socio-culturale, avanti popolo con bisturi e pezzi interscambiabili, tutto si può fare a qualsiasi età perché tanto basta lamore, il tempo è una sovrastruttura come il sesso) e, quello dopo, battagliare per labolizione del tabù delle mestruazioni e via gli assorbenti, ché sono innaturali; voler tornare al corpo non depilato, ché quello depilato è innaturale; mangiare placenta, che è naturale; allattare i figli fino a che non ti cascano le tette, naturali anche quelle (dopodomani saranno culturali perché sosterremo che il genere non esiste e punto e accapo signor maestro), tenersi l’acne che è non solo naturale, ma pure cool.

Veniamone fuori. Teniamoci almeno qualche tabù piccolo piccolo: di ciclo mestruale non si parla a cena, dopo i 35 anni non tutto si può fare, in pubblico ci si presenta aggraziati e puliti e almeno un po’ depilati (Tamara Viola, beauty digital strategist, su Instagram insegna anche alle inette come me non solo a truccarci come le nostre madri femministe non ci hanno mai insegnato a fare - accidenti a loro - ma pure sempre ci ricorda che bisogna esser carine e che esserlo fa bene alla pelle e fa bene al cuore, allecosistema, al prossimo, alla tenuta degli Stati, e quindi “fatevi un trucco aggraziato”, dice lei, che è femminista e chic e bellissima).

“Le mestruazioni sono una cosa seria“, scrisse due anni fa Igiaba Sciego su Internazionale: impossibile essere in disaccordo con lei, che a sua volta era daccordissimo con Pippo Civati, che in quel periodo aveva depositato in parlamento un provvedimento per abbattere lIva al 22% sugli assorbenti (avere il ciclo ha un costo, nemmeno troppo basso: vorrei che non fosse così e che lo Stato o mi pagasse anche un avvocato per quando, per causa sua, supero i limiti consentiti dell’irascibilità, o mi garantisse di poterli superare senza conseguenze legali). Quello che, invece, non voglio è che le mestruazioni smettano di essere un argomento di cui parlare a bassa voce (il mio sogno sarebbe non parlarne affatto, almeno a tavola, almeno coi maschi. Perché c’è questa smania di parlare di tutto, di non lasciare niente di segreto, intimo, intentato, irrisolto, goffo, imbarazzante? Perché tutto è diventato un retaggio da sottoporre a esorcismo? Da quando ciò che fa arrossire rende schiavi?).

Veniamone fuori. Teniamoci almeno qualche tabù piccolo piccolo: di ciclo mestruale non si parla a cena, dopo i 35 anni non tutto si può fare, in pubblico ci si presenta aggraziati e puliti e almeno un po’ depilati

Ilaria Gaspari ha scritto una breve storia molto lieve e persino divertente del tabù delle mestruazioni (è esistito un tempo in cui una donna con il ciclo era considerata impura, da qualche parte nel mondo è ancora così) e alla fine si è domandata come mai, quando pronuncia quella parola, ha limpressione “di dire qualcosa di provocatorio, che non sta bene nominare in pubblico, ad alta voce, e men che meno per iscritto”. Non è una domanda banale e può portarci a riconoscere lo stato dell’arte della questione (a che punto siamo con l’accettazione sociale delle mestruazioni, e con la consapevolezza che alle donne è garantita una copertura sanitaria praticamente nulla per un fenomeno che ne condiziona la vita diversi giorni al mese per moltissimi anni, e con la distinzione tra discrezione e sottomissione). Non ricordo di aver mai provato disagio nel dire “mestruazioni”, ma allo stesso tempo ricordo poche (quasi zero?) occasioni in cui ho sentito la necessità di farlo. Immagino con qualche difficoltà che a milioni di donne interessi poter parlare di ritmi ovarici come si parla di una qualsiasi altra amenità e fatico ancora di più ad ascrivere questa difficoltà al patriarcato introiettato. Non ho mai sentito un maschio lamentarsi di non poter discutere in pubblico, e senza arrossire, di tamponi uretrali (se capitassi a cena con uno che non si vergogna di parlarmi del suo urologo, chiamerei immediatamente l’avvocato).

Se ci sbarazzassimo del pudore, se smettessimo di ritrarci, se urlassimo come la tizia che ne Il senso della vita dei Monthy Python, al ristorante, dice a voce altissima “meglio che vada, non vorrei cominciare a spruzzare sangue ovunque, sa, ho il ciclo”, di preciso, cosa guadagneremmo? Rinunciare a questo non normato e soprattutto non normativo imbarazzo, estrinsecare per forza, dire, dire fortissimamente sempre tutto, non fare mai una piega, abbatterà lIva sui tampax e mi garantirà un avvocato gratis? Capisco che in India sia diverso. Capisco che in India sia importante scendere in piazza con lo striscione che recita “sanguino ogni mese, e quindi?”, ma nella nostra piccola Italia, nel nostro piccolo, caduto Occidente, perché la ginecologia devessere trasparente e politica e pop? Teniamoci il tabù delle mestruazioni: sopportare un paio di battutine allanno di maschi scemi - “sei così nervosa perché hai le tue cose?” - è possibile (divertente no, su questo conveniamo). Voglio inorridire al pensiero della coppetta e voglio che le donne che la usano lo facciano con discrezione. Non voglio ritrovarmi nel bagno di un Autogrill quando una sconosciuta svuota il suo sangue mestruale nel lavandino mentre dice, a me che la guardo prossima a svenire di schifo, “cosa vuole? Guardi che è naturale, forse che lei non sanguina ogni mese?”: sono certa che non mi accadrà solo se manteniamo il tabù (il lasco tabù alloccidentale, ovvero: quando dico mestruazioni, mi sento un po a disagio). Direte: e il pianeta? Dirò: lui sarà anche vittima dei miei assorbenti, ma io sono vittima del mio ciclo, ciascuno si salvi come meglio può, una vittima non può salvarne un’altra. Guardate voi se, funestate da crampi, emicranie, nervosismo, tendenza ad uccidere, Iva al 22%, dobbiamo pure circolare con una tazza di plastica nell’utero per salvaguardare un pianeta assai più longevo e resistente di noi.

Non ho mai sentito un maschio lamentarsi di non poter discutere in pubblico, e senza arrossire, di tamponi uretrali (se capitassi a cena con uno che non si vergogna di parlarmi del suo urologo, chiamerei immediatamente l’avvocato)

Caro pianeta, già ti pago la pensione, non puoi chiedermi di inguainarmi in una mooncup, però per te sono disposta ad accettare che qualche mia amica venga a cena a casa e poi vada a svuotarsi la coppetta nel mio bagno. Fa schifo, vero? Perché non dovremmo poterlo dire? Perché è una cosa naturale? La natura fa anche schifo, chi siamo noi per negarlo? Einaudi ha pubblicato di recente un libro che si chiama Questo è il mio sangue - manifesto contro il tabù delle mestruazioni: in copertina, su uno sfondo rosso, cè un tampax. Leggetevelo voi. Mi dicono sia divertente. Io non ce la faccio, scusate. Questo fiorire di manuali e manifesti e breviari su come esser libere, su come infrangere tabù, tutto questo regolamentare la rivoluzione, mi sembra inaccettabile: contronatura, se si può dire. C’è più puritanesimo in una mooncup che in una sedicenne che si nasconde il Lines nella felpa prima di chiedere il permesso di andare in bagno durante una lezione a scuola. C’è più puritanesimo nellindignazione dei fan di Laura Pausini, che se la sono presa con Massimo Bernardini, quando ha scritto su Twitter di adorarla ma di aspettarsi da lei, ora che ha una certa età, meno “sei una signora”. Reazione: sdegno, vergogna, sessismo, ma come si permette questo maschio di dire che ci sono minigonne che a un certo punto vanno archiviate e balletti che da un certo momento in poi vanno lasciati fare ai minorenni. Laura Pausini ha risposto: “Mi vesto come una donna di qualsiasi età deve fare, perché è libera di farlo”. Dice Cher in Sirene che una vera donna non invecchia mai: sarà. Siamo certi che, crollato il tabù dell’età, averne una avanzata non diventi poi una vergogna? Vogliamo un mondo dove le signore diventino tabù? Cosa ne faremo dei tailleur?

Il TIME ha scritto che a forza di cerette e luci pulsate, abbiamo espunto il pelo dallidea di corpo normale (naturale?): abbiamo fatto in modo che il corpo depilato diventasse non semplicemente il solo corpo possibile, ma pure il più sano (e più pulito). Sarà. Io, però, da diverse estati a questa parte, noto un drammatico aumento di ascelle pelose femminili: portatrici entusiaste, osservatori un po meno, ma a tutto ci si abitua. A me, invece, lintervento artificiale non dispiace: lartificio è tra le più alte forma despressione della natura umana, e ci ha salvato la vita. Vai a capire se esiste, la natura umana, obietterete voi. Accidenti, quantè diventato tutto così difficile (ma non sarà per questo che votiamo gli incompetenti, sperando che ci riportino alle cose facili facili?).

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