20 Giugno Giu 2018 0755 20 giugno 2018

Il discorso di Giovanni Tria alla Camera è la prima bella notizia di questa legislatura

Un discorso sensato, con attenzione a tutti i temi sensibili dell’economia italiana, e nient’affatto barricadiero. Del discorso sul programma economico del Governo Giovanni Tria ha dato un esempio di equiibrio, realismo, consapevolezza

Giovanni_Tria_Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

Alla fine del suo discorso, verrebbe voglia di abbracciarlo Giovanni Tria, mentre ripone i fogli con cui ha illustrato la politica economica del governo, nell’ambito della discussione sul Documento di Economia e Finanza del prossimo anno. Viene voglia di abbracciarlo, perché dopo una campagna elettorale e un’inizio di legislatura costellato di promesse irrealizzabili, proclami, minacce, insulti, finalmente la politica italiana è tornata a respirare l’aria della normalità, della razionalità, del ragionamento.

Guai se non lo fosse stato, direte voi. Ma Tria lo aspettavano al varco in molti, in questo primo scontro con la realtà. E molti si aspettavano reticenze e supercazzole, per tenere assieme le spericolate promesse di Lega e Cinque Stelle con gli impegni presi dall’Italia a livello internazionale, soprattutto, con un quadro delle finanze pubbliche - leggi: debito - non esattamente roseo. A cui si aggiunge, non bastasse, un quadro congiunturale nel quale la crescita economica sta rallentando.

Invece Tria parla senza reticenze e con grande cognizione di causa dei problemi dell’Italia, senza che dalle parti della Lega o da quella dei Cinque Stelle si levi anche solo un mezzo distinguo, o una richiesta di chiarimenti. Racconta, ad esempio, delle «tensioni protezionistiche emerse negli ultimi mesi» che «hanno già rallentato la forte crescita del commercio internazionale registrata nel 2017 e raffreddato la fiducia delle imprese manifatturiere europee e asiatiche». Tradotto: se l’apertura dei mercati diminuisce, a farne le spese saranno le nostre imprese esportatrici, generalmente lombarde e venete. Capito, Salvini?

Viva l’economia aperta e viva la globalizzazione senza barriere e tariffe. E abbasso il debito pubblico, che Tria nomina, in poche decine di minuti, più di quanto abbiano fatto Di Maio e Salvini in campagna elettorale. Sorpresa, ma fino a un certo punto: ribadisce ogni volta come il debito debba diminuire, perché “un livello più basso di debito pubblico riduce la spesa per interessi, liberando margini di bilancio per rafforzare la crescita e l'inclusione sociale”. Con tanti saluti alle orde di economisti della domenica secondo cui avremmo dovuto continuare a farlo crescere senza alcun limite, alla giapponese, tanto se saltiamo noi, salta tutto.

Un livello più basso di debito pubblico riduce la spesa per interessi, liberando margini di bilancio per rafforzare la crescita e l'inclusione sociale”. Con tanti saluti alle orde di economisti della domenica secondo cui avremmo dovuto continuare a farlo crescere senza alcun limite

Non pago, Tria prosegue nella sua analisi. E lo fa, già che c’è, un altro dei dogmi sovranisti: quello secondo cui l’idea stessa di equità intergenerazionale è una colossale fregnaccia. Non per il ministro dell’economia evidentemente che ricorda come la crescita debba “essere inclusiva ed equa guardando sia alle generazioni presenti, in particolare a quelle più giovani, sia alle generazioni future“. Ribadisce che “ciò si lega ai motivi per i quali dobbiamo mantenere un percorso di riduzione del nostro debito e, soprattutto, evitare ulteriore indebitamento volto a finanziare spesa corrente”. Ma Tria rincara la dose, prendendosi la colpa, perlomeno a livello generazionale, di quanto accaduto ai giovani in questi ultimi anni: “Io appartengo alla generazione chiamata dei baby boomers; ebbene, sono consapevole del fatto che il debito, che opprime da vari decenni le nuove generazioni, soprattutto quella che viene definita dei millennials, debito che ostacola pesantemente un aumento del loro reddito, risalga ai comportamenti di quella generazione, della mia generazione”. Non esattamente le parole di uno che deve rispettare un contratto in cui si dice che andrà abolita - pardon: superata - la legge Fornero sulle pensioni.

Segnatevi le due paroline di prima, però: spesa corrente. Perché Tria ci regala un altro sogno: quello di dire chiaramente che il problema della spesa pubblica è, anche, di essere molto sbilanciata sulla spesa corrente e molto poco sugli investimenti, necessari per ”accrescere la competitività del nostro sistema produttivo e la dinamica della produttività” (altra parola che in campagna elettorale non si era mai sentita).

In due parole: serve una revisione della spesa, che consenta di recuperare margini di spesa per investire. E poi, solo poi, quando un virtuoso percorso di finanzia pubblica avrà posto “il debito su un percorso decrescente ” (aridaje) avremo una “condizione di forza per rivendicare non solo per l'Italia, ma per tutta l'Europa, una svolta decisiva che consenta di considerare la spesa per investimenti diversamente dalla spesa corrente”. Segnatevi pure questa: prima i compiti a casa, poi i pugni sul tavolo. Dove l’abbiamo già sentita?

La sensazione, è che di questo grigio e austero professore romano, chiamato a sostituire la pietra dello scandalo Paolo Savona, sentiremo parlare sempre più spesso

Poi, e solo poi, arrivano le promesse del contratto. Non tutte, però: solo due. La semplificazione del sistema fiscale e la riduzione della pressione fiscale - “programmate in linea ad un andamento coerente della spesa pubblica” - e “un reddito dignitoso a chi è temporaneamente in stato di disoccupazione”. Il diavolo è nei dettagli: non dice Flat Tax, né Dual Tax, Giovanni Tria. Che ognuno interpreti l’omissione come vuole. Parla invece del reddito di cittadinanza come di un ammortizzatore che è condizione essenziale per consentire, in un quadro di stabilità sociale, i necessari processi di innovazione tecnologica e ristrutturazione produttiva dettati dalle sfide del progresso scientifico e della salvaguardia ambientale”. Ovazione. Il tutto - aggiunge Tria - “in linea con le raccomandazioni generali più volte espresse da Ocse e Commissione Europea”.

“Per parte mia, mi impegno ad essere sempre aperto ad un confronto costruttivo con il Parlamento”, conclude il ministro Tria con una frase di rito Ma la sensazione, è che di questo grigio e austero professore romano, chiamato a sostituire la pietra dello scandalo Paolo Savona, sentiremo parlare sempre più spesso. Per una volta - di questi tempi è raro - siamo felici se accadrà. In bocca al lupo, ministro. Ne avrà bisogno.

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