Un’aliena a Palazzo: così hanno incastrato Elsa Fornero

Il racconto dei mesi della riforma delle pensioni (che oggi tutti vogliono “superare”) dalle parole di chi la ideò: le pressioni dall’esterno, le trappole politiche, la guerra con Mastrapasqua. E una sola consapevolezza: «Se le persone capiscono, non hanno risentimento»

Elsa Fornero Linkiesta
20 Giugno Giu 2018 1040 20 giugno 2018 20 Giugno 2018 - 10:40

«Io non volevo fare un libro sulla mia esperienza di ministro. Volevo provare a spiegare. Volevo riflettere sulle riforme, sulla loro natura di un processo che deve vivere nella società, non un mero processo normativo». Ci ha messo del tempo, Elsa Fornero, per rimettere in fila tutto, per provare a ricostruire quei diciassette mesi da ministro del lavoro e delle politiche sociali, quel tritacarne chiamato politica in cui è entrata da stimata professoressa universitaria e ne è uscita da capro espiatorio di ogni male dell’Italia. L’ha fatto con un libro pedagogico fin dal titolo Chi ha paura delle riforme. Illusioni, luoghi comuni e verità sulle pensioni (Egea, 2018), in cui ha provato, per l’ennesima volta, ad entrare nel merito delle sue scelte di allora, su lavoro e pensioni. Di difenderle, lei sola, contro tutti quelli (pochi) che allora vi si opposero e contro quelli (tanti, tantissimi) che allora si nascosero dietro di lei e un minuto dopo le voltarono le spalle.

Tutto inizia il 15 di novembre del 2011, tre giorni dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi, il giorno prima del giuramento del governo guidato da Mario Monti: «Mi chiama alle 9,30 di sera del 15 novembre 2011 - racconta Elsa Fornero a Linkiesta.it - Io ero di ritorno da Bruxelles, dove avevo partecipato a una riunione con colleghi universitari europei. Il giorno seguente, appena dopo il giuramento, viene convocato il primo consiglio dei ministri a cui Monti attribuisce a ciascuno i propri compiti. Un consiglio lampo. A me chiede di fare immediatamente la riforma delle pensioni. “Quanto tempo ho?”, gli chiedo. “Quindici giorni, al massimo venti”, mi risponde».

Quel giorno, il 16 novembre del 2011, lo spread tra BTP e Bund è di 522,8 punti base. Vuol dire che il governo italiano, se vuole vendere i suoi titoli di debito deve offrire un tasso d’interesse del 5,3% più alto rispetto alla Germania. La riforma delle pensioni era il segnale necessario da dare ai mercati - «che non sono locuste, né gnomi di Zurigo ma risparmiatori come noi, che affidano a fondi d’investimento i loro risparmi per l’età anziana», puntualizza Fornero - che l’Italia fosse affidabile e stesse cambiando marcia: «Venivamo da anni di crescita economica stentata e da mesi di stallo politico, con un governo quasi paralizzato di fronte alla crisi finanziaria del Paese». La caduta del governo Berlusconi, per Fornero, è stata una conseguenza di quello stallo, non il risultato di un complotto dei mercati, secondo le ricostruzioni “di comodo” spesso divulgate. «C’era, è ovvio, molta preoccupazione da parte dei nostri alleati in Europa. La fiducia nella capacità del Paese di ripagare il proprio debito scendeva a picco e la politica non riusciva a occuparsene».

La pressione è tanta, insomma. E Fornero la affronta da sola, senza un team di economisti a sostegno, di cui il ministero del Lavoro è sprovvisto: «Il ministro Sacconi, prima di andarsene, aveva nominato sei direttori generali, ma erano tutti amministrativisti, giuristi: non c’era nessuno in grado di fare un analisi economica». Le pressioni sono enormi. Dal ministero del Tesoro, prima di tutto, «perché dovevamo dimostrare di saper risparmiare decine di miliardi. Nessuno mi comunicò mai la cifra esatta dei risparmi necessari. Le simulazioni, però, le facevano al Tesoro. E ogni volta mi rimandavano indietro lo stesso messaggio: non basta, non ancora, devi tagliare di più». Le pressioni arrivano anche dall’esterno: «Un giorno è venuto a trovarmi Angel Gurria, a capo dell’OCSE. Mi disse che lui era a disposizione, qualunque cosa mi servisse, ma io ho sempre rifiutato: sapevo che la riforma doveva arrivare da noi, non potevamo correre il rischio di farcela dettare da altri.

«Mi chiama alle 9,30 di sera del 15 novembre 2011. Io ero di ritorno da Bruxelles, dove avevo partecipato a una riunione con colleghi universitari europei. Il giorno seguente, appena dopo il giuramento, viene convocato il primo consiglio dei ministri a cui Monti attribuisce a ciascuno i propri compiti. Un consiglio lampo. A me chiede di fare immediatamente la riforma delle pensioni. “Quanto tempo ho?”, gli chiedo. “Quindici giorni, al massimo venti”, mi risponde».

Elsa Fornero

Stessa scena con il Fondo Monetario Internazionale e con la Commissione Europea. «Per esempio, venne in visita il “terribile” Olli Rehn, allora vicepresidente. Chiesi a Monti se potevamo coordinarci, ma era di corsa verso altri impegni. Mi rivolsi a Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico e lui mi consigliò di lasciarlo parlare. Rehn arrivò con la sua delegazione e la prima cosa che mi disse fu: “Ministro, ho una lunga serie di domande da porle”. Insomma, avevo ben chiaro di essere sotto osservazione: stavano tutti soppesando la nostra capacità di gestire la crisi in cui il Paese era precipitato».

La riforma delle pensioni vede la luce il 6 dicembre, venti giorni esatti dopo il diktat di Monti: «Bisognava aumentare l’età pensionabile e riaffermare il metodo contributivo e farlo da subito - spiega Fornero -. La riforma Dini del 1995 era una buona riforma, con un grave difetto: quello di richiedere un tempo lunghissimo, oltre 30 anni, per la sua applicazione. Abbastanza per far credere alle persone che quasi niente sarebbe cambiato. Mi sono sempre chiesta se in politica sia necessario “mascherare” la verità. Sono convinta, al contrario, che anche in politica la verità possa pagare, magari non nell’immediato e che occorra coinvolgere, spiegare, dialogare e non far credere di avere cambiato tutto affinché nulla cambi. I cittadini devono comprendere la necessità e la ragioni delle riforme, che non sono fatte “contro” ma per il bene della società, in cui tutti, anche le generazioni future, debbono essere ricompresi».

Rivendica, Elsa Fornero la bontà della sua riforma nel merito delle questioni che affrontava, e non si nasconde dietro all’emergenza: «Non feci quella riforma soltanto per risparmiare, ma perché credevo fosse giusto farla, anche perché portava a compimento le riforme precedenti. Aver dovuto adottare la riforma in emergenza, è stata la conseguenza del ritardo e della lentezza delle precedenti riforme - spiega -. Piuttosto, era il tentativo di portare all’attenzione degli italiani un nuovo concetto di rischio. Da noi il welfare si concentra quasi solo sui rischi connessi alla parte finale della vita. Ma il welfare è anche, soprattutto, quel che viene prima, come l’istruzione, la salute. È, o dovrebbe essere, la messa in pratica del concetto di “livellamento del terreno di gioco”, e già alla partenza». In passato quel welfare funzionava da ascensore sociale: «Io stessa - ricorda Fornero - sono figlia di un operaio e ho potuto studiare grazie all’istruzione pubblica e gratuita: il lavoro aveva continuità e la retribuzione permetteva di formarsi una famiglia, e dava ai bambini la possibilità di realizzare una vita più “piena” di quella dei genitori. Quel mondo magari non si può ricreare, ma continuare a proseguire sulla strada di un welfare tutto incentrato sulle pensioni è profondamente sbagliato». Ed è sbagliato, continua, soprattutto per i giovani che non hanno accesso a una buona scuola hanno maggiori probabilità di avere non solo una vita di lavoro più discontinua e meno pagata, ma anche una pensione inadeguata. Correggere questo stato di cose alla fine del ciclo di vita, cioè al momento del pensionamento, può essere necessario, ma è molto importante che si agisca prima, sulla formazione e sul lavoro.

Fino a quel giorno, sembra andare tutto bene. «A dispetto di quel che si pensa oggi, quella riforma, quella delle pensioni, non ricevette particolari critiche. Il sindacato proclamò qualche ora di sciopero, ma non fece una grande opposizione. Cominciò ad attaccarmi sulla riforma del lavoro, perché pensava di prendersi una rivalsa. Ho la memoria vivida della Camusso che mi attacca, non ricordo nemmeno perché. E di una telefonata del presidente Napolitano che mi chiama mentre ero alla Camera dei Deputati. Una telefonata in cui per evitare il codazzo dei giornalisti sono stata portata a una tromba di scale a chiocciola che mi fu chiusa alle spalle. Fu un momento strano: io seduta sui gradini di una scala di servizio ad ascoltare il Presidente della Repubblica che mi consolava e mi esortava ad andare avanti».

«Mi sono sempre chiesta se in politica sia necessario “mascherare” la verità. Sono convinta, al contrario, che anche in politica la verità possa pagare, magari non nell’immediato e che occorra coinvolgere, spiegare, dialogare e non far credere di avere cambiato tutto affinché nulla cambi»

Elsa Fornero

Mentre i sindacati cominciano ad affilare le armi, tuttavia, un’altra bomba, molto più distruttiva, era pronta a esplodere. Una bomba chiamata esodati: «Quello fu il punto debole della mia riforma, e lo dico col massimo rispetto per chi ne ha subito gli effetti . Allora non sapevamo nemmeno esistesse, la categoria degli esodati. In ogni riforma, si parla di persone da salvaguardare e anche nel nostro caso ci ponemmo il problema, peraltro senza avere gli strumenti, come fu chiaro dopo, per risolverlo in modo adeguato. E questo lo ascrivo in parte a una debolezza mia e del ministero, in parte al fatto che quella degli esodati non era una categoria giuridica, ma un fenomeno di quegli anni che non era stato puntualmente mappato né da noi, né dall’INPS. Il ministero era al corrente degli accordi che le grandi imprese e le grandi banche avevano preso coi loro dipendenti, ma non di quelli fatti dalle piccole e delle medie imprese, che nella crisi degli anni precedenti avevano fatto migliaia di accordi di uscita anticipata coi loro lavoratori, contando sul fatto che le nome non sarebbero cambiate». Nel dubbio, Fornero decide di inserire salvaguardie per 65mila persone, di poco aumentando “per avere un margine di sicurezza” la stima di 50mila fornita dal ministero del Tesoro.

Non lo sa Fornero, che quello è il tallone d’Achille che la politica, i sindacati e tutti i nemici che si era fatta attendevano per fargliela pagare, a lei e al governo Monti. Ma anche, a suo modo, la prova dell’ingenuità e dell’impoliticità dei tecnici, della loro inconsapevolezza dei pericoli e delle mine disseminate sul loro percorso. Per Elsa Fornero quella mina ha un nome e un cognome: Antonio Mastrapasqua, un commercialista romano, noto per essere un recordman di poltrone, con 25 incarichi simultanei. Tra essi, quello di presidente dell’INPS: «Conobbi Mastrapasqua appena fui nominata ministro e lui fu sin da subito molto gentile. Ben presto, però, capii che la sua idea di gentilezza era: signora ministra, qui comandiamo noi - ricorda Fornero - Fu lui che mi introdusse a Gianni Letta, di cui era molto amico. Una volta mi portò in un albergo in cui Letta stava pranzando. E io, che ero ministro, dovetti aspettare che lui finisse, prima di riceverlo».

Mastrapasqua e la sua poltrona sono un altro dossier spinoso sul tavolo di Fornero: «Ogni volta che mi recavo in Parlamento, incontravo qualcuno che mi diceva che dovevo mettere mano alla governance dell’INPS, che il suo Presidente aveva troppi poteri e troppe poltrone. Mastrapasqua mi diceva di lasciar perdere, “tanto la politica dimentica”. Io ci pensai bene, ma poi decisi di andare avanti, perché era una richiesta del parlamento e ritenevo fosse giusto farla. Glielo dissi, anche dicendogli che non era nostra intenzione mandarlo via. Sempre molto cordialmente, Mastrapasqua mi disse che si sarebbe opposto in tutti i modi»

Siamo a fine maggio. La bomba esplode il 12 giugno, quando l’INPS annuncia calcola 390mila esodati. La replica di Elsa Fornero è affidata a una nota del ministero, da cui traspare, dietro al linguaggio burocratico, tutta la frustrazione del ministro, che, si legge «ha manifestato ai vertici dell’INPS la propria disapprovazione e deplorato la parziale e non ufficiale diffusione di informazioni che ha provocato disagio sociale». Apriti cielo. I sindacati insorgono, i media pure e la politica ne approfitta: «Non aspettavano l’ora di rifarsi una verginità a spese nostre: ecco, vedete il governo tecnico cosa combina?», spiega Fornero.

La storia, nonostante tutto, le ha dato ragione, almeno in parte: «Che gli esodati fossero 390mila era un numero inventato, fuori da ogni logica - ricorda -. Dopo 6 anni sono stati salvaguardati in 170mila, 130mila dei quali da me». La verità è di chi urla più forte, tuttavia finisce per avere ragione, nei media, al di là dei numeri e della realtà. E per tutti quel numero rimane scolpito nella pietra, come una verità assoluta. E in fondo questa è la lezione più grande che l’aliena a palazzo, la professoressa che ha provato a fare il ministro, nel momento più difficile di tutti, senza alcuna esperienza politica pregressa e nessuna protezione, ha capito bene: «La politica in Italia è demonizzazione, creazione del nemico. Se si hanno argomenti, si può discutere. Ma senza argomenti è solo insulti». Oggi la cronaca racconta che alle elezioni politiche del 4 marzo hanno trionfato le due forze politiche che avevano promesso l’abolizione della sua riforma in cima al loro programma: «Questa controriforma è figlia di idee vecchie, di un mondo finito. E lo sanno pure loro: prima dicevano che l’avrebbero cancellata, ora dicono che la superano. Ma cosa vuol dire, superamento? La gente non capisce, non lo sa. Il paradosso è che oggi ricevo mail di persone che si dicono molto preoccupate da possibili cambiamenti in peggio della nostra riforma. Potrebbe essere superata a destra, pure», sorride amara. Prima di congedarsi:, aggiunge «Se le persone capiscono, non hanno risentimento. Per questo voglio continuare a spiegare; per questo non ho mai rifiutato un incontro».

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