21 Giugno Giu 2018 1200 21 giugno 2018

Caro Di Maio, la soluzione per i rider è nel Jobs Act

Accantonato il “Decreto Dignità”, se la vicenda dei rider si dovesse concludere con la sottoscrizione di un contratto collettivo tra le società di food delivery e i sindacati, il merito sarà tutto delle parti sociali. Grazie a un decreto del Jobs Act, che Di Maio però vuole abolire

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La ripartizione dei compiti all’interno del nuovo governo sembra aver affidato ai Cinque Stelle i provvedimenti a costo zero e alla Lega quelli ad alto impatto politico.

Ma anche i provvedimenti a costo zero, soprattutto se frutto di poche idee e pure confuse, possono produrre effetti molto negativi.

Con un abile utilizzo della comunicazione, il ministro dello Sviluppo economico e del lavoro Luigi Di Maio ha dichiarato sin dal primo giorno che come prima iniziativa avrebbe messo mano alla questione dei “rider” e delle piattaforme di food delivery, come Foodora, Deliveroo e così via. E così è stato: convocato il tavolo, annunciato il decreto. Se non fosse che di provvedimenti, almeno per il momento non v’è traccia e, in compenso, il governo ha provato ad accreditarsi un merito che non ha.

Se, infatti, come auspicabile, la vicenda dei rider si dovesse concludere con la sottoscrizione di un contratto collettivo tra le società di food delivery e i sindacati, il merito sarà tutto delle parti sociali. Il governo dovrebbe essere sinceramente lieto di questa soluzione: su di esso pesa la macchia di aver fatto circolare una bozza di decreto talmente sconclusionata da apparire quasi ridicola. Riporla nel cassetto potrebbe essere un modo per salvaguardare la declamata dignità.

D’altronde, è auspicabile che si definisca un contratto specifico per i rider che, proprio in virtù della loro natura ibrida tra lavoro autonomo e dipendente, permetta di assumerli utilizzando contratti di co.co.co (collaborazione coordinata e continuativa) come del resto fanno già alcune di queste società di food delivery) e fissando un salario minimo che probabilmente dovrà tener conto dei tempi medi di una consegna.

C’è però un “ma”. Non siamo di fronte a nessuna novità. Di contratti simili in questi anni se ne sono fatti tanti applicando l’articolo 2 del decreto legislativo 81 del 2015 del Jobs Act. Alcuni dei più importanti sono quelli che permettono l’uso dei contratti di co.co.co per i lavoratori delle ong, per le tagesmutter (le baby sitter che si portano a casa loro il bambino da accudire) e gli operatori pubblicitari. Sostanzialmente, applicando il famigerato Jobs Act (come Linkiesta ha scritto), che Di Maio vorrebbe cancellare, si troverebbe una facile soluzione al tema dei rider, addirittura definendo un contratto simile a quello dei lavoratori delle ong (chissà come sarà contento Salvini!).

Applicando il famigerato Jobs Act, che Di Maio vorrebbe cancellare, si troverebbe una facile soluzione al tema dei rider, addirittura definendo un contratto simile a quello dei lavoratori delle ong. Chissà come sarà contento Salvini!

D’altronde, il problema dei rider rimanda a una questione più ampia che riguarda la distinzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, su cui da tempo si ragiona per improntare soluzioni che, da un lato, salvaguardino i diritti dei lavoratori, dall’altro non snaturino – fino a soffocarli – operatività e modelli di business delle imprese. Una questione complessa da risolvere, cui la bozza del ministro Di Maio rispondeva con una soluzione semplice: trasformare i rider da lavoratori autonomi in lavoratori dipendenti (e con essi anche chissà quanti altri incorrerebbero, molto spesso contro la loro volontà, nelle definizioni fortunatamente abortite del “Decreto Dignità”). Verrebbe da dire: perché non ci abbiamo pensato prima?

Semplicmente perché non è proprio così facile. Il tribunale di Torino, per esempio, ha affermato recentemente la natura di lavoro autonomo dei rider in conseguenza dell’autonomia consentita allo stesso di organizzare il proprio lavoro, aderendo o meno alle richieste che gli vengono proposte.

Ma in generale, è del tutto evidente che i lavoro di rider, come tanti altri lavori, abbia una natura inevitabilmente ibrida: incasellarlo forzatamente nei dipendenti o negli autonomi porta con sé più svantaggi che vantaggi.

E proprio per questo il tanto vituperato Jobs Act ne permette la regolazione demandando a contratti collettivi, a garanzia dei lavoratori.

Proprio la consapevolezza che la distinzione tra lavoro autonomo e dipendente non sarà mai inequivoca, la disciplina fa salvi i co.co.co. prevedendo la possibilità di regolarne l’uso all’interno dei contratti collettivi e quindi attraverso la mediazione del sindacato

Il Jobs Act, muovendosi in questo quadro di distinzione tra lavoro autonomo e dipendente, ha cancellato i co.co.pro (le collaborazioni coordinate a “progetto” per cui l’esistenza del progetto giustificava il contratto di lavoro parasubordinato), ossia non ammettendo “vie di mezzo” in cui si annidano forme di abuso.

Il decreto legislativo 81, infatti, ha affermato il “principio dell’eterodirezione” (se il datore di lavoro dirige il lavoratore anche soltanto nei tempi e luoghi di lavoro) per distinguere le partite Iva autentiche da quelle che nascondevano contratti da lavoro dipendente. L’obiettivo è distinguere in maniera più netta il lavoro autonomo dal lavoro dipendente, ponendo le condizioni affinché le “finte” partite Iva possano adire alla via giudiziaria per essere trasformate in contratti di lavoro dipendente.

Tuttavia, proprio la consapevolezza che la distinzione tra lavoro autonomo e dipendente non sarà mai inequivoca, la disciplina fa salvi i co.co.co. prevedendo la possibilità di regolarne l’uso all’interno dei contratti collettivi e quindi attraverso la mediazione del sindacato.

Grazie al Jobs Act, in questi anni i co.co.co sono per lo più spariti, ma ovviamente dove se ne faceva largo uso sono stati siglati contratti collettivi per potervi ricorrere. Molto spesso con mutua soddisfazione dei datori di lavoro e dei lavoratori.

Esattamente quello che – si confida – accadrà nelle prossime settimane con i rider.

Insomma, in tempo di Mondiali, prendiamoci una licenza poetica: Jobs Act 1, DiMaio 0.

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