Emigrazioni e storia: quando gli unici ad accogliere gli ebrei furono i cinesi

Per un certo periodo gli ebrei potevano uscire dalla Germania nazista. Il loro problema era trovare un altro luogo in cui stare. A sorpresa, ad aprire loro le porte fu Shanghai

Shanghai Ghetto In 1943
21 Giugno Giu 2018 0725 21 giugno 2018 21 Giugno 2018 - 07:25

Potevano lasciare la Germania, ma nessun altro Paese li voleva. A differenza di quanto recita la vulgata storica, almeno all’inizio del dominio nazista i tedeschi consentivano agli ebrei di lasciare il Paese. Non era una procedura semplice, certo. Si trattava di passare di ufficio in ufficio e ottenere vari documenti e permessi, tra cui il certificato di Unbedenklichkeitsbescheinigung, cioè di “inoffensività”. Voleva dire che la persona in questione non era considerata pericolosa e, soprattutto, era a posto con il fisco: cioè, aveva registrato e reso noti all’autorità tutti i suoi beni – che sarebbero stati confiscati.

Il vero problema, allora, era trovare un altro posto che li accogliesse. L’Austria era fuori discussione. Così Italia e Francia. Per non parlare della Svizzera, che richiedeva tempi lunghissimi e procedure complicate per il visto. A sopresa, l’unico luogo al mondo che decise di tenere le porte aperte fu Shanghai.

All’epoca la città cinese, che era già sede di una consistente comunità ebraica, fuggita in Cina dopo la Rivoluzione Russa, non chiedeva né visto né, addirittura, passaporto. Solo nel 1939 vennero introdotte alcune restrizioni (volute dal governo giapponese), per fronteggiare il picco di richieste inoltrate dalla popolazione ebraica tedesca, in fuga dalla persecuzione iniziata con la Notte dei Cristalli. Fino a quell’anno, gli arrivi dall’Europa furono poco numerosi ma costanti, spesso attraverso un viaggio di 30 giorni via mare partendo da Genova. Arrivati in città, si stabilivano nel quartiere periferico di Hongkou, malandato e abbandonato e nel giro di pochi anni lo trasformarono in una “piccola Vienna”, con negozi, ristoranti, sinagoghe, scuole, uffici, club e giornali.

Il relativo benessere durò poco. Dopo l’attacco di Pearl Harbour la risposta giapponese fu durissima: Hongkou divenne un vero e proprio ghetto. Tutta la popolazione ebraica della città venne rinchiusa in quello spazio: le stanze furono condivise con estranei (alcune erano così piene da ospitare 200 persone) furono imposti orari di coprifuoco e razionamento del cibo e la situazione sanitaria divenne intollerabile. Per questo motivo, al termine del conflitto mondiale, tante famiglie decisero di abbandonare la città. Molti tornarono in Europa, altri si stabilirono in zone diverse della Cina (che nel giro di pochi anni conoscerà la Rivoluzione). E oggi di quella piccola Vienna creata in pochi anni di guerra sono rimaste poche tracce: targhe ed edifici. In attesa che la fame di spazio e di edilizia del nuovo Dragone non abbatta anche quelle.

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