21 Giugno Giu 2018 0730 21 giugno 2018

Immigrati, il vero problema non è l'accoglienza ma l'integrazione. E lo Stato non sta facendo nulla

Negli ultimi anni in Italia è cresciuta l'immigrazione da Paesi poco sviluppati che spesso - a differenza di quanto accadeva prima - non hanno contatti o parenti che si sono già ambientati. Una situazione che può facilitare l'integrazione, ma che richiede un impegno maggiore da parte dello Stato

Immigrati

Gli immigrati non sono tutti uguali. Sembrerebbe un’affermazione razzista, e probabilmente in parte lo è. Ma di fatto è questo che emerge dagli sviluppi dell’annosa vicenda dell’immigrazione in Europa.
È difficile negare che sia la gestione materiale del fenomeno che la percezione nell’opinione pubblica cambi se ad arrivare sono nigeriani e guineani totalmente allo sbando e senza competenze o ucraini o cinesi con un lavoro già pronto da svolgere, procurato dai propri connazionali già presenti. O siriani in fuga mediamente istruiti come quelli accolti in Germania da Angela Merkel.

E allora è rilevante il fatto che in Italia negli anni sia cresciuta l’immigrazione da quei Paesi che, per dare una definizione più “scientifica”, risultano avere un livello di sviluppo umano medio o basso.
L’Human Development Index (HDI) è un indice creato in ambito ONU che descrive la situazione complessiva di sviluppo di un Paese guardando non solo al reddito pro capite, ma anche alla durata media della vita, agli anni di istruzione che si hanno nel carniere, il tasso di alfabetizzazione.

Così il mondo è diviso tra quei Paesi con HDI basso e medio, ovvero tutti i Paesi dell’Africa Subsahariana, l’India, il Pakistan, l’Afghanistan, e quelli con HDI alto o molto alto, non solo gli Stati UE, ma anche la Cina, il Messico, quasi tutta l’America Latina.

Ebbene, il nostro Paese nel 2017 era secondo Eurostat tra i Paesi in cui la proporzione di stranieri provenienti da Paesi con HDI basso o medio è maggiore, il 68,1% in tutto.
Tra quelli con proporzioni maggiori la Grecia, non a caso altro terminale di sbarchi negli ultimi anni, la Svezia, i Paesi Bassi.

Ancora più importante però è come questi dati siano cambiati negli anni. Tra il 2014 e il 2017 si è passati nel nostro caso dal 57% al 68,1%, in Francia dal 57,6% al 58,5%, in Germania dal 39,4% al 53,8%, grazie ai siriani, in Spagna dal 59,3% al 59,8%. Anche laddove la percentuale di cittadini di Paesi con HDI medio-basso è maggiore vi è stato comunque un incremento minore, come in Svezia e nei Paesi Bassi, appunto.

È una tendenza accentuata per gli immigrati giovani adulti. Tra quelli tra i 20 e i 24 anni quelli che provengono dai Paesi in assoluto meno sviluppati (HDI basso), sono cresciuti del 68,3%, contro una media del 18,6%.
Tra chi ha tra 25 e 29 anni l’aumento è del 28,8%. Più moderate ma decise le crescite tra le altre fasce di età.

Ci sono invece dei veri e propri cali di immigrati provenienti da Paesi sviluppati.
Insomma, è vero che negli ultimi anno nonostante gli sbarchi il fenomeno migratorio è rallentato, non c’è nessuna invasione numericamente parlando, complice d’altronde il grande aumento delle naturalizzazioni di stranieri giunti ormai molto tempo fa.
Tuttavia sta cambiando piuttosto rapidamente la sua composizione.
Se diminuiscono o contano meno in proporzione le peruviane o le ucraine di mezza età e decolla il numero di 20enni nigeriani o ivoriani maschi, si tratta di un cambiamento degno di nota.
Stanno arrivando immigrati senza una comunità di riferimento già insediata e organizzata, spessissimo senza contatti o parenti in Italia, al contrario di quanto accadeva un tempo.
In 8 anni è quasi raddoppiata la percentuale di africani occidentali residenti nel nostro Paese, sono passati da 180 mila a 330 mila. Gli africani in generale sono ora 1 milione

Al contrario siamo tra quelli con la minore proporzione di cittadini UE sul territorio. Sono il 2,7% (soprattutto rumeni come sappiamo), contro il 5,1% in Germania o il 4,16% in Francia.

Certo, si può anche essere ottimisti. In fondo forse potrebbe essere più facile integrare un guineano giunto senza una rete, che dovrà vivere nel nostro Paese per forza di cose maggiormente a contatto con gli italiani o con gli stranieri di altra nazionalità, rispetto a un pakistano che giunge a Londra o a un maliano che arriva a Parigi.
Una maggiore polverizzazione del panorama migratorio potrebbe impedire quella creazione di ghetti etnici che finora ci siamo risparmiati, soprattutto in confronto a quanto accade in altre aree d’Europa, da Parigi, appunto, a Malmo.
Tuttavia questo vuol dire che lo Stato dovrà fare degli sforzi maggiori, non essendoci un welfare di comunità per queste persone, si rende maggiormente necessario, ai fini dell’integrazione, quello pubblico. In teoria.
In pratica non è esattamente questo il momento. Siamo in un periodo in cui coincidono una ostilità verso l’immigrazione con pochi precedenti nell’opinione pubblica e nelle forze politiche e maggiori bisogni da parte di nuovi stranieri con meno risorse di quelli precedenti. Un mix che non promette nulla di buono.

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