Un quarto dei giovani fugge dall’Italia. O li fermiamo, o non abbiamo futuro

Nei prossimi dieci anni, dei cinquecentomila studenti impegnati quest'anno nella maturità, circa un quarto saranno impiegati in Paesi più dinamici del nostro. La politica deve dare una prospettiva a questi ragazzi, altrimenti continueremo a formare giovani per gli altri. E il futuro rimarrà altrove

Studenti_Linkiesta

FREDERICK FLORIN / AFP

21 Giugno Giu 2018 0735 21 giugno 2018 21 Giugno 2018 - 07:35

Guardate bene le foto dei cinquecentomila ragazzi impegnati nella maturità e cercate di raffigurarveli schierati in file, mille file di cinquecento ragazzi allineati con ordine. Nell'arco dei prossimi dieci anni o poco più, circa un quarto di questo esercito di debuttanti della vita così teneri, così impegnati, così carini, sarà sparito, cancellato. Saranno a Londra, Francoforte, Madrid, persino a Taiwan o a Shenzen, ovunque sparsi ma non in Italia. Le competenze di cui la scuola italiana li ha attrezzati – la capacità di leggere e commentare un testo di Giorgio Bassani, oppure di articolare un discorso sulla solitudine a partire da una poesia della Merini o da un quadro di Hopper – saranno impiegate in Paesi più dinamici del nostro o semplicemente più furbi. Con loro se ne andranno la matematica, la filosofia, le scienze, e tutto ciò che il nostro sistema di istruzione si è dannato a insegnargli. E, ovviamente, anche i loro futuri redditi: faranno shopping altrove, affitteranno case altrove, pagheranno tasse altrove.

L'ultimo Rapporto Ocse sulle migrazioni, diffuso ieri, rovescia sensibilmente il discorso che ci stiamo facendo sui pericoli che corre il nostro Paese. Nelle tabelle del biennio 2016/17 segna un deciso “meno” il numero dei migranti arrivati in Italia via mare (meno 34%). C'è un meno davanti al numero dei nuovi permessi di soggiorno (meno 4%) e un altro meno in materia di immigrati disoccupati (meno 1%). Due soli “più”: i richiedenti asilo, che sono cresciuti di diecimila unità, e gli italiani che hanno fatto le valige e sono andati a studiare o a lavorare all'estero. Gli italiani in fuga sono aumentati dell'11 per cento e ammontano ufficialmente a 114mila unità, ma l'Ocse stessa avverte che l'emigrazione dichiarata «è probabilmente molto inferiore a quella reale» perché nel 2017 «sarebbe piuttosto compresa tra le 125mila e le 300mila persone».

Magari la politica prima o poi se ne accorgerà, si renderà conto che il trend è insostenibile e si deve fare qualcosa per alimentare un circuito studi/lavoro/salari/casa che renda possibile a un venticinquenne rendersi indipendente e coltivare prospettive senza spostarsi di mille o diecimila chilometri

Fra cinque anni, forse anche prima, la vera emergenza rischia di rivelarsi non l'invasione degli stranieri ma l'esodo oltre confine dei nostri connazionali, e in particolare dei giovani di tutte le classi sociali: semplici diplomati e super-specializzati, camerieri e latinisti, infermieri e laureati in fisica. Il numero degli italiani stabilmente residenti all'estero ha superato da un pezzo la soglia-simbolo dei cinque milioni, con un incremento del 60 per cento negli ultimi dieci anni (dati Migrantes). La fascia d'età tra i 18 e i 34 anni è quella in più rapido incremento, con un balzo del 23 per cento tra il 2016 e il 2017. I nostri diplomi, le nostre lauree, i nostri tirocini, già da un pezzo stanno scappando dove trovano miglior accoglienza e remunerazione, e pure se il lavoro è raccogliere patate almeno lo si farà con un salario decente e le malattie pagate.

Poi dice che tante aziende “non trovano”. Che mancano le competenze, la formazione, la voglia di impegnarsi, o chissà che cosa. Non manca niente, c'è tutto. Solo che se ne è andato o sta per andarsene. Non c'è progetto di vita dei giovani italiani scolarizzati – salvo quelli con beni al sole e reddito famigliare garantito: insomma, i figli di papà – che non comprenda la frase «Penso di trasferirmi all'estero». E hai voglia a coltivare sensibilità umanistiche, la Merini e Bassani, oppure lucide competenze scientifiche, artistiche, tecnologiche: stiamo lavorando in conto terzi, per Paesi meno fuffosi dove il capitale umano ha un valore e fa gola a molti.

Magari la politica prima o poi se ne accorgerà, si renderà conto che il trend è insostenibile e si deve fare qualcosa per alimentare un circuito studi/lavoro/salari/casa che renda possibile a un venticinquenne rendersi indipendente e coltivare prospettive senza spostarsi di mille o diecimila chilometri. Oppure no, magari resteremo fermi qui, a commentare deliziati l'alto numero di ammessi alla maturità, l'assoluto incanto delle tracce – così moderne, così suggestive – e a rifriggerci per l'ennesima volta la storia di Notte prima degli esami, mentre quelli non vedono l'ora di finire, prenotarsi un volo e ciao carissimi, il futuro è altrove.

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