Cristianesimo Zen, il senso della preghiera per cattolici e buddhisti giapponesi

I primi contatti tra missionari gesuiti e popolazioni giapponesi risalgono alla metà del XVI secolo. È allora che nasce un intenso scambio culturale che tutt’ora lega i due mondi. Diverse le religioni, diverso il concetto di preghiera, ma il confronto tra le spiritualità non è privo di suggestioni

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23 Giugno Giu 2018 0745 23 giugno 2018 23 Giugno 2018 - 07:45

La leggenda attribuisce il merito della ricetta ai primi missionari cristiani. Giunti in Giappone alla metà del XVI secolo, furono loro a evangelizzare le popolazioni locali nel rispetto del calendario liturgico della Chiesa. Tra i tanti insegnamenti vi era anche il rispetto dei tempora: l’astensione rituale dal consumo di carne durante i primi tre giorni di ogni nuova stagione. In quel periodo, soprattutto in Spagna e Portogallo, i credenti erano soliti nutrirsi solamente con verdure, che per l’occasione venivano panate e fritte nell’olio bollente. Un’antica tradizione che i primi cristiani giapponesi recepirono a fondo, tanto da trasformare le cattolicissime tempora in uno dei piatti più celebrati della cucina nipponica. Il tempura. È nella metà del Cinquecento che il cattolicesimo e il buddhismo di tradizione giapponese vengono in contatto per la prima volta. Una vicenda legata all’opera dei gesuiti europei: dalle comunità cristiane fondate nell’isola di Kyushu da Francesco Saverio - il primo religioso a portare il Vangelo nella terra del Sol Levante - alle missioni di Alessandro Valignano. Sono anni di fecondi scambi culturali, ma anche di grandi violenze. Basti pensare ai circa mille martiri che offrirono la vita durante le persecuzioni religiose in quel paese. È il caso del beato Nakaura, il nobile giapponese inviato a Roma nel 1582 da un gruppo di daimyo convertiti al cattolicesimo. Accolto dal Pontefice Gregorio XIII con tutti gli onori. E protagonista di un avventuroso pellegrinaggio testimoniato da un ex voto tutt’ora custodito nella chiesta di Santa Maria dell’Orto a Trastevere.

«Sia Gesù che Buddha sono stati grandi Maestri di verità. La dottrina morale del Buddha è sorprendentemente simile al discorso evangelico ed entrambi ricorrono, spesso, alle medesime immagini e metafore per trasmettere il loro messaggio di fratellanza e di pace»

Cinque secoli più tardi, il legame tra i due mondi prosegue. È nata così, pochi giorni fa, l’idea di un convegno sul significato della preghiera nel cristianesimo e nel buddhismo giapponese. Un evento organizzato dalla fondazione Italia Giappone nella Sala Capitolare del Senato, presso il chiostro del convento di Santa Maria Sopra Minerva. Lo stesso luogo dove Galileo Galilei venne processato e costretto all’abiura all’inizio del Seicento. Le differenze religiose sono evidenti, non per questo il tema è privo di suggestioni. Nel cattolicesimo e nel buddhismo il concetto di preghiera è molto diverso. «I cattolici si rivolgono a Dio per implorare la protezione e la grazia, per i buddhisti la preghiera è un esercizio di alta spiritualità, ma privo di richiesta». Eppure l’esperienza spirituale nelle due tradizioni presenta alcuni innegabili punti di contatto. Alla base di cristianesimo e buddhismo si ritrova la stessa saggezza. «Sia Gesù che Buddha sono stati grandi Maestri di verità» sostiene il senatore Pierferdinando Casini, appena nominato presidente dell’associazione parlamentare di amicizia Italia-Giappone. «Entrambi hanno testimoniato, con la propria esistenza, la profonda comunanza della loro realizzazione spirituale: la dottrina morale del Buddha è sorprendentemente simile al discorso evangelico ed entrambi ricorrono, spesso, alle medesime immagini e metafore - luce e tenebra, sole e pioggia, la pianta che dà frutti e quella infruttifera - per trasmettere il loro messaggio di fratellanza e di pace». Il ragionamento è più complesso quando ci si riferisce al concetto di preghiera. Se simili sono il senso di mistero e la devozione alla base del fenomeno, differente è l’espressione nelle varie tradizioni. «Si tratta infatti di una realtà che, pur chiamata con lo stesso nome, è profondamente diversa per lo spirito, per la forma e per il contenuto che assume nelle varie religioni» insiste Casini. «Una diversità che dipende dalla natura di queste, dal modo in cui concepiscono Dio e l’uomo e il rapporto esistente tra Dio e l’uomo». Suggestivo ma poco immediato, il paragone tra la preghiera cattolica e quella buddhista offre interessanti spunti di riflessione. «La scelta di analizzare questo specifico argomento mi ha un po’ stupito» ammette Maria Immacolata Macioti, sociologa, già docente ordinaria presso la Sapienza di Roma. «È un tema molto chiaro nel cristianesimo, ma molto meno evidente nel buddhismo». La preghiera è un grido del cuore, diceva Sant’Agostino. «Ma nel cristianesimo cosa si intende esattamente per preghiera?» ragiona la Macioti. «Esistono preghiere esplicitate attraverso le parole o nei nostri pensieri. Anche il nostro comportamento, sostiene qualcuno, può essere interpretato come una preghiera. Lo scopo principale è l’adorazione di Dio, in spirito e verità. Ma di solito la gente invoca la divinità per chiedere aiuto». Il tema è sorprendentemente moderno. In questi anni, racconta la sociologa, la nostra società sembra nuovamente pervasa da una ricerca di spiritualità. Si spiega così la ripresa dell’eremitaggio, pratica dei secoli andati, oggi tornata incredibilmente d’attualità. «Parliamo di piccolissime comunità, formate da due o tre individui, che si trovano sempre più frequentemente in alcune zone d’Italia, ad esempio in Toscana» racconta. «Trascorrono il tempo pregando e lavorando la terra. Unendo l’interesse per madre natura alla necessità di un colloquio con Dio. Un’esperienza condivisa con poche persone, anche se di norma vige la regola del silenzio».

«Quando ci ritroviamo a pregare in mezzo a situazioni difficili, problemi e sofferenze, è importante comprendere il valore inestimabile della vita. Ecco, credo che sia questa la vera essenza della preghiera nel buddhismo»

Ma quali sono gli aspetti tipici della preghiera cristiana? «È innanzitutto un dialogo personale, intimo e profondo, tra il padre e suo figlio. È un entrare in comunione con la Trinità», insiste Casini. Secondo questi termini il contatto con la spiritualità buddhista è poco evidente. Katsutoshi Mizumo è il responsabile dell’associazione Rissho Kosei-kai di Roma. È lui a tracciare un legame ideale tra i due fenomeni. «La preghiera è una delle più fondamentali pratiche della fede» spiega. Una realtà che anche nel buddhismo viene declinata in diverse forme. «Il primo tipo di preghiera è una sorta di dialogo con Buddha e con le divinità, svolto per approfondire la nostra fede e coltivare la nostra spiritualità. Da questo punto di vista la preghiera più comune è la meditazione», racconta. È una pratica svolta secondo gli insegnamenti del sutra del loto, strettamente connessa alla dimensione interiore di ciascuno. «Il Buddha è il Dharma, ovvero la verità. Noi viviamo nel Dharma e siamo parte del Buddha». Ecco perché «attraverso la meditazione e la recitazione del sutra, i praticanti riflettono su loro stessi e hanno un dialogo con il loro Buddha interiore». I punti di contatto con l’esperienza cattolica non mancano. Mizumo cita l’esistenza di un’altra forma di preghiera, fortemente radicata in tutto l’estremo oriente. «Molti giapponesi si recano nei templi buddhisti o nei santuari shintoisti per esprimere qualche desiderio a Buddha o alle divinità. Queste richieste sono le più disparate: c’è chi vorrebbe avere un figlio, chi desidera essere ricco o guarire da una malattia». È un concetto che la dottrina di Mizumo respinge. «In accordo con l’interpretazione degli insegnamenti buddhisti del nostro movimento - spiega - questo non è l’atteggiamento corretto. Il Buddha non esercita il suo potere per esaudire i nostri desideri o appagare le nostre brame». Del resto «la ricchezza, l’onore e la salute non rientrano nel suo campo d’azione». Il rappresentante del movimento Rissho Kosei-kai cerca il significato fondamentale della questione. «In ogni caso - racconta - non dobbiamo mai dimenticare la cosa più importante che c’è dietro alla preghiera. Poiché la nascita, l’invecchiamento, la malattia e la morte sono fattori inseparabili dell’esperienza della vita stessa, dovremmo comprendere quanto sia raro il fatto che siamo vivi, qui e ora. Quando ci ritroviamo a pregare in mezzo a situazioni difficili, problemi e sofferenze, è importante comprendere il valore inestimabile della vita ed esprimere la nostra gratitudine alle persone che ci circondano. Ecco, credo che sia questa la vera essenza della preghiera nel buddhismo».

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