25 Giugno Giu 2018 0755 25 giugno 2018

Che botta i ballottaggi: per il Pd è Caporetto Rossa, per Di Maio il centrodestra è un incubo

Persi tre capoluoghi toscani e le roccaforti di Imola e Terni: per il Pd è un disastro senza fine e (per ora) senza vie d’uscita. Trionfano Lega e centrodestra, grazie ai voti dei Cinque Stelle. E ora Salvini può veramente pensare di prendersi il posto di Giuseppe Conte

Salvini Matteo Primopiano Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

C’era una volta il partito che perdeva le elezioni politiche ma vinceva quelle amministrative. C’era una volta il partito dei sindaci. C’era una volta il partito delle terre delle virtù civiche e del buon governo tosco-emiliano. C’era la sinistra italiana di governo. C’era una volta il Pd. Possiamo girarla come volete, ma questo è quel che ci consegnano, brutali, i risultati dei ballottaggi del turno amministrativo del 24 giugno 2017, 3 milioni di persone al voto, città di piccola e media dimensione: che il centro-sinistra perde dove aveva sempre vinto e che la combo centrodestra-Movimento Cinque Stelle è il grimaldello degli outsider di sempre per vincere dove avevano sempre perso.

Non è nemmeno notizia di ieri, a dire il vero. Siena, Pisa e Massa, infatti, non sono che gli ennesimi capoluoghi toscani persi, dopo Livorno, Pistoia, Grosseto e Arezzo. La cara vecchia toscana rossa ormai è rappresentata dalle solo Firenze, Prato e Lucca - quest'ultima storicamente di centrodestra, peraltro - e da una Regione mai contendibile come ora. La sconfitta a Terni e Imola - dove nemmeno si era mai arrivati al ballottaggio, figurarsi perdere - l’attestazione che il Movimento Cinque Stelle rappresenta un’alternativa plausibile in città storicamente rosse, operaie e cooperative. E il travaso di voti, quasi automatico, da Lega a Cinque Stelle, da Cinque Stelle a Lega - che avviene ormai regolarmente sin dall’elezione di Federico Pizzarotti a sindaco di Parma, nel 2012 - dimostra come si sia saldato, nella società, un blocco che esprime la sua domanda di cambiamento attraverso l’estromissione del Pd da ogni consesso amministrativo. Ormai le enclave di resistenza si contano sulla punta delle dita: Ancona, Brindisi, Teramo, oggi. Milano, Bologna, Napoli, domani. E forse è proprio da queste tre città-simbolo che si gioca il destino tutto della sinistra italiana: o dalla sopravvivenza e dalla crasi di quei modelli si ricostruisce un’alternativa di governo o non rimane davvero più nulla da cui ripartire.

Oggi il blocco gialloverde è maggioranza nel Paese. Ma lo è in modo sghembo e asimmetrico, col partito di maggioranza relativa, il Movimento Cinque Stelle, che fa da mosca cocchiera al partito di minoranza relativa, la Lega, e persino a quella coalizione di centrodestra che rappresenta oggi l’unica vera alternativa possibile al governo Conte, l’unica vera minaccia alla sua sopravvivenza

Oggi quel blocco gialloverde è maggioranza nel Paese. Ma lo è in modo sghembo e asimmetrico, col partito di maggioranza relativa, il Movimento Cinque Stelle, che fa da mosca cocchiera al partito di minoranza relativa, la Lega, e persino a quella coalizione di centrodestra che rappresenta oggi l’unica vera alternativa possibile al governo Conte, l’unica vera minaccia alla sua sopravvivenza. Una minaccia che per Luigi Di Maio e compagnia pentastellata potrebbe presto diventare estremamente concreta.

Già oggi, si votasse, la combo Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia rischierebbe di essere maggioranza in Parlamento, e la Lega di Salvini - anzi, meglio: Salvini stesso - si porterebbe a casa la Presidenza del Consiglio, senza dover avere a che fare con alleati estemporanei, contratti di governo, tecnici che rispondono al Quirinale. Fino a quando, il nuovo, egemone, Matteo, resisterà alla tentazione di staccare la spina all’esperimento gialloverde? C’è chi dice dopo le elezioni europee, che rischiano di essere la sua partita perfetta come lo furono per Renzi quelle del 2014, quella a cui sta lavorando da quando ha messo piede al Viminale. C’è chi dice addirittura prima.

Lo farà, se lo farà, soprattutto per un motivo. Perché l’ultimo dato che ci consegna questo voto è che nulla, ormai, si può dare per consolidato. La Lega sembrava morta, nel 2013, ora è egemone a livello nazionale. Il Pd sembrava essere la nuova Democrazia Cristiana, nel 2014, oggi è una specie di Margherita. I Cinque Stelle sembrava fossero destinati a mangiarsi l’Italia solo cento giorni fa, ora sono un sodalizio in crisi di identità, incapaci di trovare un posto in questa autodefinitasi Terza Repubblica, e a rischio estromissione dal governo del Paese. Mai come oggi, per consolidare potere e consenso è necessario cogliere l’attimo e rischiare tutto, e infatti le campagne elettorali non finiscono mai. Da oggi comincia quella delle europee del prossimo anno, insomma. Allacciate le cinture.

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