Sette buoni motivi per uccidere il Partito Democratico

È il grande alibi di Lega e Cinque Stelle, è a vocazione maggioritaria in un mondo proporzionale, è nato per mediare, quando oggi servono visioni forti. Cari Dem, ecco perché hanno ragione Prodi e Calenda: meglio una fine spaventosa di uno spavento senza fine

Partito Democratico
26 Giugno Giu 2018 0809 26 giugno 2018 26 Giugno 2018 - 08:09

Sciogliere il Partito Democratico, dice il pragmatico Carlo Calenda. Andare oltre, ribadisce più etereo Romano Prodi. Sia quel che sia, improvvisamente, dopo una delle notti più nere della sinistra - e del centro-sinistra e del centro-centro-sinistra italiani - salta fuori un nuovo colpevole della disfatta: non questo o quel leader, non la maggioranza o la minoranza, non il segretario o chi l’ha preceduto, ma il sodalizio politico stresso. Ed è curioso, ma fino a un certo punto, che lo dica il pimpante ministro tecnico che si è iscritto al Pd l’altroieri e il vecchio fondatore, che la tessera invece non l’ha più rinnovata, qualche mese fa.

Sciogliere il Partito Democratico, dicevamo. E subito ci verrebbe da difenderlo il caro (quasi) vecchio (quasi) Pd, che di anni ne ha appena compiuti dieci. Un po’ perché la moda di cambiar nome alle cose, antico vizio della sinistra italiana, non ci è mai piaciuto granché. Un po’ perché prendersela con il simbolo rischia di esimere i leader vecchi e nuovi da una doverosissima autocritica. Soprattutto, perché ci dispiace che ce la si prenda con qualcuno che non può rispondere, o peggio ancora con una comunità politica di elettori e iscritti. Eppure no, non riusciamo a dare torto a Prodi e Calenda. Perché davvero, probabilmente, il Pd, come esperimento politico, ha più di qualche colpa. E perché sì, forse seppellirlo sei piedi di terra potrebbe essere l’unica prima mossa possibile per prefigurare una possibile rivincita domani contro lo strapotere gialloverde di Cinque Stelle e Lega.

E qui sta il primo motivo, molto contingente e tattico, che gioca a favore di una precoce eutanasia del Partito Democratico: perché la sua esistenza rappresenta oggi il principale collante che unisce Lega e Cinque Stelle. Il Pd, nell’immaginario dei suoi elettori, soprattutto è il moloch da abbattere, il cuore di tenebra della sinistra delle élite, neocentrista, responsabile di aver venduto l’anima al Capitale, consegnato il Paese alla crisi economia, le chiavi del governo alle tecnocrazie, italiane ed europee. Il PdMenoElle, per usare un’antica definizione di Beppe Grillo, che fu il primo in epoca di anti-berlusconismo militante, a rivolgere lo sguardo verso il falso oppositore del Cavaliere, la sinistra uguale alla destra. Vera o falsa che sia questa lettura - già il fatto che ci si ponga il problema non fa onore al Pd - rimane un’evidenza: che se a Lega e Cinque Stelle, togli un bersaglio facile contro cui sparano agevolmente - “E allora il Pd?” - per distrarre l’attenzione ogni volta che sono in difficoltà. Senza bersaglio, con un’opposizione che si ripensa radicalmente, è molto più difficile deviare lo sguardo altrui. E senza un nemico comune è molto più difficile stare insieme.

Anche il secondo motivo è molto pragmatico: semplicemente, perché un partito a vocazione maggioritaria non ha senso, in un sistema politico proporzionale. E il Pd, anche al suo misero nadir del 4 marzo scorso, è un partito figlio del maggioritario, che nasce per unire due culture politiche differenti - quella post comunista e quella post democristiana - che un tempo stavano insieme dentro un cartello elettorale chiamato Ulivo. E che si sono uniti per fare il grande partito all’americana che sognava Walter Veltroni. Bene, la stagione americana e bipolare è finita, kaputt. Il Popolo delle Libertà, nemesi sghemba, ma di comunque di maggior successo elettorale, è morta già da cinque anni. Lo stesso Pd di quelle due culture è ormai rappresentante a metà, visto che i vecchi mondi di sinistra l’hanno abbandonato da tempo. Oggi, forse, serve di più tornare a una coalizione di due, tre, quattro partiti dalle identità forti, che a un frullato di identità deboli.

In ultimo, per l’appunto: perché la fine del Pd lascerebbe finalmente spazio - si spera - a un po’ di radicalismo pure a sinistra, un po’ di visioni forti, idee forti, proposte forti. E non mediazioni al ribasso figlie del costitutivo “ma anche” veltroniano. Poteva funzionare alla vigilia della crisi, stagione 2007-2008, ma oggi non c’è più un universo dato da gestire. Oggi, di fronte, abbiamo solo terre ignote e una destra che lievita come la torta della nonna

Terzo motivo: perché è l’unico modo per muovere le acque e ricomporre le fratture. Fuor di metafora, per rompere lo stallo in cui è precipitata tutta l’area d’opposizione dopo il 4 marzo. Dentro, dove Renzi e chi gli si oppone stanno conducendo una guerra di trincea senza scopo e senza vincitori. E fuori, dove nell’attesa di sapere che ne sarà del Pd, si gioca alla scissione dell’atomo, alle faide da cortile e alla parcellizzazione ulteriore di un’area politica che sarebbe da estendere a dismisura, semmai. La fine del Pd, togliere acqua e aria a tutte queste inutili attività da vecchi dalemini annoiati. E senza più alibi e ostacoli, dopo, si vedrebbe chi ha carisma, visione, consenso e capacità di aggregare mondi diversi. Suggeriamo: non è detto che la risposta non sia “nessuno”. Ma perlomeno, finalmente, lo scopriremmo. Senza più alibi, né scuse.

Quattro: perché la fine del Pd scardinerebbe le rendite di posizione pregresse. Tabula rasa, tutti uguali. Niente più segretari, vicesegretari, signori delle tessere, ras locali. Niente più militanti e papi stranieri. Per qualche mese, provare a rendere tutto contenibile per vedere l’effetto che fa: magari non funziona, ma per caso ci fossero idee o leadership nuove non si troverebbero a fare i conti coi numeri e le mediazioni di questa o quella corrente sotterranea, con l’interposizione di una classe dirigente coi suoi elefantiaci organi decisionali, alternativamente plebiscitari o pilateschi, nel decidere di non decidere, mai davvero dialettici, ma feroci nel normalizzare ogni novità, ogni eterodossia, per stritolarla in un abbraccio mortale. Via tutto. Magari funziona.

Cinque, per l’appunto: perché la fine del Pd offrirebbe la possibilità di un foglio bianco su cui disegnare una nuova organizzazione, o più organizzazioni, che davvero abbiano l’obiettivo di essere funzionali alla situazione politica attuale. Anche in questo il Pd è stato sempre una specie di Frankenstein, che doveva tenere assieme il partito liquido e americano di Veltroni (e poi di Renzi) fondato sulle primarie e inesistente nelle sue ramificazioni territoriali e la vecchia ditta di Bersani e dei suoi, nei fatti una versione riveduta e corretta della vecchia organizzazione comunista, radicata sui territori, ma in cui le decisioni si prendono attorno a un caminetto, tra cinque o sei leader. Spoiler: nessuno dei due modelli ha funzionato. E anzi, la confusione tra i due - ci sono le correnti, ma non si vedono; si fanno le primarie, ma finte - ha prodotto un mostro che oltre a essere l’incubo di ogni buonanima che si occupa di marketing elettorale, è pure inefficace. Per dire, i giovani del partito si sono accorti da tempo che lo statuto fa schifo. I vecchi, ciao core.

A proposito di organizzazione: il sesto motivo, per appunto, riguarda i territori. Che erano il cuore, il vero vantaggio competitivo dei vecchi partiti di sinistra: che vincevano le amministrative e perdevano le politiche, ma che lì, sui territori, avevano prodotto la loro cultura di governo. Oggi che tutto frana, persino le vecchie roccaforti, forse è il momento di ridare ai leader e ai gruppi territoriali la loro centralità perduta. Un dibattito identitario e aperto, senza il Pd di mezzo, potrebbe essere l’occasione di ridare protagonismo alle tante leadership territoriali che ancora resistono, di aprire un vero e brutale dibattito tra differenti visioni del centrosinistra, incardinate su buone pratiche amministrative e visioni di sviluppo differenti. Dalla Milano senza muri alla Napoli ribelle, dalla Bologna motore d’innovazione sociale alla Firenze ultima ridotta del renzismo, sino alle eccezioni nell’apocalisse della Brescia di Delbono e dell’ancona di Mancinelli, e ai piccoli comuni delle aree interne e depresse, in cui ancora ci sono tracce di Pd che riescono a vincere e a convincere la popolazione.

In ultimo, per l’appunto: perché la fine del Pd lascerebbe finalmente spazio - si spera - a un po’ di radicalismo pure a sinistra, un po’ di visioni forti, idee forti, proposte forti. E non mediazioni al ribasso figlie del costitutivo “ma anche” veltroniano. Poteva funzionare alla vigilia della crisi, stagione 2007-2008, quando l’obiettivo era quello di mediare tra gli interessi particolari degli ulivi e delle unioni di cespugli. Oggi non funziona più così: oggi non c’è più un universo dato da gestire. Oggi, di fronte, abbiamo solo terre ignote e una destra che lievita come la torta della nonna. Oggi servono innovatori e visionari. Quelli che il Pd, scientificamente, voleva normalizzare. E che oggi, più di qualunque altra cosa, rendono dannoso il Pd.

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