26 Giugno Giu 2018 0750 26 giugno 2018

Staino: «Non sono più comunista. E sull'esistenza di Dio preferirei sbagliarmi»

Intervista al vignettista creatore di Bobo ed ex direttore de L'Unità che rivela di essere stato comunista fino all'uccisione di Moro. «La sinistra di oggi? Non ha più presa sulla società perché l'aspetto culturale è fortemente in crisi».

Staino Linkiesta

Difficile capire se un comunista possa mai smettere di essere tale. I maligni direbbero che la più grande astuzia del demonio sta nel far credere di non esistere. Ma, in fondo, tutto ciò poco importa. Il ’900 è finito e con esso tutte le categorizzazioni forti e manichee. E anche chi l’ha attraversato in pieno non può fare a meno di prendere sempre di più le distanze da sé stesso, per ogni passo che muove entro il nuovo millennio. Si finisce insomma per contemplare ciò che si è stati come una reliquia, in un misto di imbarazzo e nostalgia per una purezza irrimediabilmente perduta nella liquidità del nostro tempo.

Sergio Staino, il noto vignettista creatore di Bobo e direttore di “L’Unità” fin quasi alla sua chiusura, è stato forse uno dei massimi simboli di un’era di transizione. Sospeso tra un tempo in cui la sinistra era sinistra senza “se” e senza “ma” e ciò che, nel bene o nel male, è divenuta. Ma, a quanto pare, lui non ama il radicalismo di una coerenza dura che non conosce adeguamenti, proprio come non ama alcuna forma di estremismo. E, infatti, è difficile trovare in lui il buon vecchio nemico di sinistra stigmatizzato da fascisti, preti e berlusconiani. Al contrario, Staino è affabile, superiore al sussiego verso sé stessi degli uomini della vecchia guardia. Non sembra neppure un signore in età, malgrado gli anni – certo, appare più giovane lui di un Renzi in preda ai suoi deliri giovanilistici.

L’ho raggiunto telefonicamente con un certo timore, consapevole di andare a fare i conti con un grosso pezzo di storia del giornalismo e della sinistra. Forse in preda al panico, come quando da ragazzini si andava a confessarsi e si aveva timore che il prete ci potesse vedere dentro, ho subito spiattellato la verità: “Le volevo dire, però, che non sono di sinistra”. Niente da fare, la cosa non lo ha indignato né infastidito. Anzi, l’ha presa a ridere. E io che credevo di rappresentare il cattivo agli occhi dei comunisti…

Direttore, perdoni la domanda provocatoria e un poco fantozziana: ma lei è ancora comunista?

Direi di no, se al termine dai un valore storico ben preciso, cioè se intendi per comunista colui che crede nell’azione violenta per il rovesciamento delle classi sociali e nella necessità per il proletariato di attuare una feroce dittatura, in prospettiva di una società di liberi e uguali e di amore. Non lo sono nel senso in cui lo erano Lenin, Stalin, Mao Zedong, Fidel Castro. Anzi, io sono tra quelli che pensano che molto spesso la strategia da loro seguita abbia creato più ingiustizie, danni e dolori, di quelli che voleva combattere.

Continua a leggere su Pangeanews

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook