27 Giugno Giu 2018 0740 27 giugno 2018

Antifascismo e politicamente corretto: le battaglie inutili di un Pd da sciogliere

Il filosofo Simone Regazzoni: Il Pd non ha saputo interpretare il cambiamento del mondo, ha perso di vista il suo popolo e ha bollato come populista ogni rivendicazione delle masse. Ora serve una nuova classe dirigente

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Non ha identità. Non ha un popolo di riferimento. Non ha nemmeno una strategia comunicativa efficace (e come potrebbe, mancando l’interlocutore per un dialogo?) e neppure le roccaforti storiche ereditate dal secolo scorso. Il Pd vive la crisi esistenziale più profonda dai tempi della sua fondazione e, nonostante le proposte e gli appelli, la fine appare vicina. Sciogliere il Pd? Lo chiedono in tanti: tra questi anche il professore (ma «solo a contratto») e saggista Simone Regazzoni, ex militante del partito. Ex perché «sono uscito dopo aver visto che, nonostante gli esiti elettorali, nessuno mostrava davvero la volontà di ridiscutere le fondamenta del partito». Manca tutto, in una crisi di idee e forme mai vista. Questo è un «partito che, di fronte a un evidente cambio di paradigma del mondo, non ha saputo darsi una forma nuova per avere un popolo». Si è rifugiato nei quartieri alti e quel popolo laggiù, sempre più lontano, è passato dall’altra parte.

Perché la popolazione di sinistra ha abbandonato il partito?
Un errore dietro l’altro. Uno di questi è stato inquadrare i nuovi fenomeni come “populismo”. La destra, al contrario della sinistra, negli ultimi anni è stata capace di leggere le contraddizioni e si è riposizionata: di fronte al cambiamento globale è passata da una visione liberista a una più identitaria, che dicono sovranista. La sinistra, invece, ha ignorato i bisogni inespressi del popolo e, peggio ancora, quando poi sono emersi li ha stigmatizzati. Parlo di bisogni base, cioè dei diritti sociali, che altro non sono che i diritti che già si hanno e che non si possono più godere.

La sinistra però i diritti li ha allargati.
Sì, ed è giusto. Ma non si è nemmeno posta il problema dei diritti già dichiarati e non goduti. Ogni volta che emergeva una difficoltà, rispondeva alle domande del popolo sciorinando i dati del Pil, che sale, che va bene. Non dovevano lamentarsi, insomma. Cosa è questo se non un modo di non riconoscere il problema e negare al proprio interlocutore la possibilità di esprimerlo? Lo stesso è accaduto con l’immigrazione: la paura delle persone va riconosciuta, è una realtà. Pensare di trattarla come un mero effetto del bombardamento mediatico (che in parte è vero) significa fingere che il problema non esiste. Salvo poi farlo, troppo tardi e in modo emergenziale, con l’intervento di personalità come Minniti, che ha fatto un buon lavoro ma in un contesto di inseguimento dell’elettorato.

Insomma, il Pd non vede i problemi. E se li vede, li ignora. Forse è perché non ha nulla da dire al riguardo?
Il Pd è un vecchio partito, riformista, che segue il modello ormai superato del blairismo. E ha il problema di non avere più un popolo. Oggi il soggetto di riferimento di un partito non può più essere né una classe né un gruppo sociale. Il popolo però esiste e c’è già qualcun altro – Salvini – che sta costruendo un dialogo con loro.

La sinistra ha ignorato i bisogni inespressi del popolo e, peggio ancora, li ha stigmatizzati quando sono emersi. Parlo di bisogni base, cioè dei diritti sociali, che altro non sono che i diritti che già si hanno e che non si possono più godere.

Il Pd non riesce anche perché ha un problema di comunicazione.
Ma senza popolo, cioè senza un soggetto con cui avere un dialogo, nessuna strategia comunicativa riesce a funzionare. Salvini è bravo, ma non è un genio: ha solo osservato il caso Trump-Bannon e ha ispirato la sua modalità comunicativa su questo modello. Dicevano che fosse un unicum americano e non si potesse esportare in altri Paesi e invece Salvini lo ha esportato qui. Un linguaggio anti-sistema, anti-istituzionale, movimentista, perfetto per i social network. Alle sue affermazioni la sinistra sa rispondere solo con l’ironia, la presa in giro, l’attacco alle fake news. Non funzionano. O hai notizie più forti, o perdi il confronto. Se penso che Calenda parla di “costituente anti-sovranista” come movimento per le Europee, capisco fin da subito che non funziona: è subalterno a Salvini, segue il suo dettato, usa la sua terminologia, combatte sul suo terreno.

A livello comunicativo forse non funziona nemmeno dare del “fascista” a Salvini e ai populisti in generale.
Certo che no. È un termine usurato negli anni. Lo si usava già contro Berlusconi, ai tempi della cosiddetta “democrazia del pubblico”, in cui lo spazio della rappresentanza era limitato a un confronto tra leader e opinione pubblica. Era un “fascista”. Lo si usa con Salvini, lo si è usato con i Cinque Stelle. Insomma, si è usato sempre per colpire ogni tipo di avversario, sia interno – ad esempio con Renzi, ma anche Minniti – che esterno al partito. È diventato così una categoria vuota con un utilizzo dannoso: manca di rispetto alla realtà storica, non ha più alcuna presa su nessuno e condanna all’irrilevanza chi la utilizza. È comoda per chi non vuole interpretare i nuovi fenomeni storici, rivelando la sua superficialità e la sua pigrizia. Forse dà un sovrappiù di habitus morale a chi la usa. Ma serve a qualcosa?

Salvini, facendo saltare la cappa del politicamente corretto, fa un atto liberatorio, e al tempo stesso si guadagna la riconoscenza di chi vede considerato un proprio bisogno

Non lo aiuta neanche la retorica del politicamente corretto.
Diciamo che il politicamente corretto è servito a eliminare forme di discriminazione linguistica. E in questo senso va benissimo. Il problema è quando il politicamente corretto si trasforma e diventa identità, l’unica in un vuoto di idee. La sua funzione allora si allarga: in primo luogo va a rimuovere i bisogni delle masse, quelli appunto che non possono essere espressi perché vengono negati nella lingua. E poi diventa strumento di censura morale. Con una classe politica già schizzinosa nei confronti del popolo (che, ricordiamolo, è popolo nel bene e nel male) è diventato una cappa che serve a sanzionare ogni minimo riconoscimento di bisogno.

Salvini del resto fa una vera e propria crociata contro il pol corr.
E funziona. Perché se si trasforma in una cappa, chi la fa saltare fa un atto liberatorio, e al tempo stesso si guadagna la riconoscenza di chi vede considerato un proprio bisogno. Io credo che queste destre sbaglino, non daranno nessuna risposta seria. Ma a livello comunicativo funzionano. Per adesso Salvini ha imitato Trump senza raggiungere però i livelli di scorrettezza del presidente americano – non ha mai offeso le persone per i difetti fisici, per fare un esempio. È un linguaggio anti-istituzionale molto più raffinato che si muove su più livelli: parla ai suoi elettori, ad esempio dicendo che “la pacchia è finita”, ma subito argomenta il discorso, andando a interessare fette di elettorato diverse. Quelle del Pd, per intendersi.

Insomma, la crisi c’è. Che fare?
Dopo le parole serve un passaggio all’atto. Il problema è che qualsiasi trauma, anche elettorale, per il Pd è come un sasso in un formicaio: si muovono un po’ e poi torna tutto come prima. Ecco, diciamo che stavolta dovrebbe dichiarare la sua fine.

Uno scioglimento?
O scioglimento o congresso. Di sicuro non con questo gruppo dirigente. Chi lo ha guidato nel suo passato non può certo occuparsi del suo futuro. La formula non va, il contenitore non ha più appeal: o si prende atto che è finita o si continuerà in una serie di guerre intestine. Adesso il livello delle discussioni, anche quello dei circoli che – puntualizzo – non sono affatto le antenne del Paese, è del tutto staccato dal reale. Sono cose vuote, avvitate, prive di sostanza. I quadri sono stati azzerati dalla stagione renziana e oggi nessuno riesce a fare un dibattito di un certo livello intellettuale, che poi è quello che serve per mettere le fondamenta di qualcosa di nuovo.

Sull’immigrazione finora ha tenuto banco solo la retorica dell’apertura, ma l’integrazione è disastrosa. Ci si è puliti la coscienza tenendo i porti aperti ma si è scaricato il problema sulle fasce più povere, sulle realtà locali

Sì, ma se questo Pd non ha più idee, quali dovrebbe averne invece il nuovo Pd del futuro?
Le nuove situazioni del lavoro. Il mondo è cambiato e le vecchie categorie interpretative non funzionano più. Come si inquadra il fenomeno dei rider, per esempio? O dei precari in generale? Questa è la generazione che non ha tutele e le risposte non sembrano arrivare. E poi c’è il reddito di cittadinanza.

Ma come. Quello dei Cinque Stelle?
Più che altro la questione del welfare. La crisi della sinistra parte con la crisi del welfare del ’900. Cambia la popolazione, mancano i soldi e vengono sottratti diritti. Ecco, una possibilità di sganciare il reddito dal lavoro, per esempio, nel Pd io non l’ho mai sentita. Come anche non ho mai sentito un discorso serio per le partite Iva, o per la redistribuzione della ricchezza.

E sui migranti?
La questione andrebbe gestita in modo del tutto diverso. Finora ha tenuto banco solo la retorica dell’apertura, ma l’integrazione è disastrosa. Ci si è puliti la coscienza tenendo i porti aperti ma si è scaricato il problema sulle fasce più povere, sulle realtà locali. Il problema dell’integrazione c’è, non si può negare, e nessuno (nemmeno l’Europa) ha fornito indicazioni su cosa fare. Cosa facciamo delle persone che arrivano? Quali sono i loro diritti? Come li integriamo? Questa è la parte difficile. Altrimenti è facile farsi belli con la copertina “Uomini e no” di un rotocalco e parlare di migranti laureati in sociologia. Ci vorrebbero dei flussi controllati e un sistema di inserimento efficace. Se no è solo banlieu, che non è integrazione, e guerra tra poveri, quell italiani e quelli stranieri, che non provano nessuna solidarietà.

Ma fatto un partito nuovo, servirà anche un leader, figura vista sempre con sospetto dalla sinistra.
Non si può farne a meno, però. Nella nuova articolazione della politica serve un leader che rappresenti il partito e comunichi con il popolo. Se il partito è democratico, cioè collegiale e plurale, perché, almeno in chiave tattica, non può avere un leader? Salvini le sue battaglie le ha fatte all’interno del partito, le ha vinte e ora parla lui. Tutta la strategia comunicativa della Lega è nelle sue mani. Renzi, cui pure vanno riconosciute delle doti di leadership incontestabili, era sempre logorato, soprattutto dai nemici interni. Ecco, è bene che lo si metta in chiaro fin da subito: un leader serve, senza quello non si va da nessuna parte. Anche perché esempi di partiti di sinistra con leader carismatici – penso a Podemos – ci sono. In Italia non ne vedo, compreso Calenda, che ha pure fatto un ottimo lavoro ed è un tecnico bravissimo.

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