Impara il Singlish, la lingua più parlata di Singapore (e il governo vuole ucciderla)

È un creolo che unisce inglese, cinese, tamil e malese. Molto fluida, ha poche regole ma rigide. Ma le élite la vogliono sradicare in nome della purezza dell’inglese

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Anthony WALLACE / AFP

28 Giugno Giu 2018 0720 28 giugno 2018 28 Giugno 2018 - 07:20

A Singapore è la lingua più parlata di tutte, eppure il governo ha deciso di metterla al bando. È il Singlish, ovvero un creolo che mescola l’inglese con le altre tre lingue ufficiali del Paese: il cinese, il tamil e il malese. Nata in un contesto plurilinguistico, è parlata da tutti i gruppi etnici di Singapore, in particolare da poveri e anziani – anche se i giovani, più avvezzi all’utilizzo dell’inglese nelle sue diverse varianti, la capiscono senza problemi (anche perché, in ogni caso, si trovano costretti a impararla durante il servizio militare).

Nonostante sia una lingua sviluppata per farsi capire da tutti quelli che non la conoscono, non è proprio semplice. Mescola parole inglesi, mandarine, malesi e tamil in modo spregiudicato (tanto che, dicono gli studiosi, non sempre si riesce a cogliere il momento esatto in cui un parlante cambia lingua) ma, come tutte le lingue, mantiene alcune caratteristiche uniche e inconfondibili. Per esempio, elimina tutte i suoni che si accumulano al termine di una parola: l’inglese “texts” diventa “tex”, così, per rendere tutto più semplice.

Ma non solo: per dare il giusto senso alle frasi, che sono sempre molto semplici, il Singlish ricorre a etichette finali. Una di queste è “lah”, che le chiude e, in un certo senso, rafforza il senso di quanto viene detto. Funziona più o meno come un punto. Altre tag introducono sfumature nel discorso: “leh”, messo alla fine, significa “per qualche motivo”, senza specificare quale. “I dun have leh” significa “Per qualche ragione non ce l’ho”. Mentre “lor” indica il rimpianto: “I dun have lor” va tradotto con “Vorrei tanto averlo, ma non ce l’ho”. E ancora: “I dun have liao” vuol dire “Lo avevo, non ce l’ho più”, mentre “I dun have ha” sta per “Ti sto dicendo che non ce l’ho”. E “I dun have hor” significa “Non guardarmi, non ce l’ho”. E così via. Sapersi destreggiare tra queste particelle in fine di frase non è semplice, ma nemmeno impossibile.

Il Singlish utilizza il presente per indicare le azioni di una persona che, si suppone, al momento in cui si parla è ancora viva. Una frase come “A Singapore la guida parlava italiano” diventa, in Singlish, qualcosa come “A Singapore la guida parla italiano”, perché si suppone che chi lo faccia, cioè la guida, sia ancora in vita. Un dettaglio non da poco.

Come altre lingue (il turco, per esempio), il Singlish omette il verbo essere: niente di eccezionale. Più particolare il modo in cui sceglie di ripetere le parole: non serve a rafforzare un concetto, quanto a indebolirlo. “My son short short” non vuol dire che il figlio sia molto basso, bensì “un po’ basso”, e uscire “to do a walk walk” vuol dire che la passeggiata sarà breve e leggera.

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