29 Giugno Giu 2018 0800 29 giugno 2018

Il libro di D'Amicis? Roba che eccita gli zombie dello Strega. Se volete nutrire i vostri vizi leggete Barbara Costa

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. Il romanzo finalista dello Strega è lungo, noioso, castrante. Se vi piace il genere leggere Pornage, un viaggio nei segreti del sesso contemporaneo

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Il bastone. Lui si chiama Leonardo, nome in codice Mister Wolf – “Ha presente il personaggio di Pulp Fiction interpretato da Harvey Keitel?” – per i cornuti Leon Hard. Di mestiere tromba le mogli altrui. Pagato dai mariti che si eccitano a vedere la moglie depravata da terzi. La moglie che fa coppia con Mister Wolf – costretta per spasso coniugale a trombarlo mane e sera – si chiama Eva, pratica l’ovvietà (“Gli uomini erano così banali, così prevedibili”) e le piace tanto pigliare un acquazzone di minchie. L’altro, Giorgio, è quello ricco: è schiavo delle voglie della moglie, Eva, a patto che ad accontentarla sia Mister Wolf, “un maschio dominante che sottomette cornuti consenzienti scopandosi le loro femmine”. Se non vi è chiaro il concetto, cercate su Internet la voce cuckoldismo, che è la traduzione inglese di candaulesimo, il cui nome “deriva da Candaule, re di Lidia dell’VIII secolo a.C., che mostrò la moglie nuda alla sua guardia del corpo Gige”, e che è la pratica, appunto, del godere ammirando la propria moglie viziata e seviziata da terzi. Sulla sottile perversione c’è una bibliografia più o meno lecita da paura, da anni, niente di nuovo sotto il sol della lussuria, eppure è proprio il cuckoldismo il tema del romanzo di Carlo D’Amicis, entrato nella cinquina dello Strega, che forse, come dire, sbalordirà i vecchi zombie del premio più mortificante – per i lettori – e antierotico d’Italia, farà l’effetto di una mezza pasticca di Viagra all’ottuagenario, ma a chi è pratico di mondo – e ha letto più di una decina di libri – fa soltanto ammosciare il membro estetico. Il libro di D’Amicis, nell’ordine: a) è troppo lungo (528 pagine sfiancano anche il più poderoso dei bull e la più sporcacciona delle sweet); b) è pieno di scenette grottesche, che neanche Alvaro Vitali travestito da Rocco Siffredi (esempio: Mister Wolf si sbatte la signora Proietti, tocca il culo alla di lei figlia tredicenne Guya, e scopre che “l’avvocato Proietti”, marito cornuto e distinto padre, è un travestito, Rica, “una professionista rinomata”); c) ha l’ardore di rendere tedioso ciò che dovrebbe sovreccitare, il sesso, rivestendolo di sciapa retorica (esempio: “ora che volo in groppa alla sweet come Bellerofonte in groppa a Pegaso”); d) è narrativamente sghembo, sgangherato, sballato (il romanzo, un mattone sui candidi coglioni, è costruito simulando tre interviste, al maschio pagato per fottere le donne altrui, il bull, alla sweet, la calda moglie fottuta dal bull, e al cuckold, il marito abbiente e beatamente cornuto, soltanto che l’autore si è dimenticato di costruire una cornice che dia autenticità al malloppo: chi è l’intervistato? perché decide di fare quelle interviste? come ha trovato gli intervistatori? Insomma, manca l’abbecedario romanzesco minimo). Infine, D’Amicis, per pepare il patetico, opta per la biliosa invettiva contro la destra e contro la Chiesa. Mister Wolf, il bull afflitto da sessualità disordinata, è figlio di “un ufficiale dei carabinieri” il cui “modello politico era Giorgio Almirante” e ha frequentato gli istituti religiosi che “sono da sempre la più prolifica fucina di bull, cuckold e sweet che il gioco possa vantare”. Segue battutona (“Non ha idea della quantità di zoccole che sono andate a scuola dalle suore!”) e considerazione da sociologo del quartierino (“È vietando la mela che la si rende saporita”). Proprio in un istituto religioso Mister Wolf incontra Pretegrosso, padre spirituale dalle idee teologiche un tanto sataniche, che è “immerso nello studio comparato del Vangelo e del Capitale di Karl Marx”, a cui piace fotografare il futuro bull, all’epoca minorenne, che s’ingroppa Orsetta, la tipetta dell’uomo di Dio, d’altronde, “il sesso è un gioco”, professa il prete, “ma l’amore è una cosa pericolosa, che può salvare o uccidere”. All’urlo di “Senza Viagra, Cialis o Levitra, il maschio contemporaneo è destinato a soccombere”, così, il romanzo di D’Amicis s’avvita nel giogo dell’impotenza letteraria, è castrante, fa l’effetto di quei video su YouPorn dove il sesso è ridotto a un fatto ginnico, a una lezione di pilates, il godere è artefatto quanto le tette della milfona, ma allora perché perdere tempo e disperdere il seme, il pene? Così, a forza di parlare di cazzi, tutto si riduce a una cazzata, a un puttanaio di minchionerie. Eppure, il sesso, la sessualità sono troppo importanti (due libri veri, tra i tanti, per squalificare questo scempio: Passio Laetitiae et Felicitatis di Giovanni Testori e Tokyo Decadence di Ryu Murakami) per lasciarli in mano a un romanziere che non sa dare forma letteraria appropriata alle proprie seghe mentali.

Carlo D’Amicis, Il gioco, Mondadori 2018, pp.526, euro 20,00

La carota. Parentesi tematica. Chi va in estro per il ‘genere’ getti serenamente ai rovi il romanzo di D’Amicis. Nutra i propri vizi, piuttosto, con il saggio di Barbara Costa, Pornage, appena edito da il Saggiatore. Non è un romanzo: è un “viaggio nei segreti e nelle ossessioni del sesso contemporaneo”. Si legge assai meglio del romanzo di D’Amicis, una tronfia ‘cassata’, diciamo così. Ed è più utile. Quanto al resto. Il romanzo di D’Amicis è l’emblema del Premio Strega, il premio che premia le solite note case editrici – così, in stato di perenne crisi di vendite, vendono qualche copia in più – e la ‘carriera’ di scrittori ignoti ai più, ma bene inseriti nel bel mondo della letteratura italica. Insomma, è il cimitero dei morti viventi. Ripeto quanto ripetuto anche ai muri e agli androni dei palazzi: un premio dovrebbe premiare il nuovo, dovrebbe compiere l’azzardo, dovrebbe puntare tutto, oggi, sul grande scrittore di domani. Per poi, domani, fregiarsi di aver scoperto, ieri, un campione delle patrie lettere. Altrimenti, il Premio Strega rischia di perpetuare la morte al posto della rinascita: un patetico happy hour a Villa Giulia, ricco di ricchi, un valzer tra gli zombie, onorando il risaputo, solo chiacchiere&distintivo, e celebrando la figura dello scrittore come lacchè, un cortigiano con la bottiglia di liquore in mano. In realtà, la letteratura italiana vive oltre gli angusti regimi dello Strega: mi domando, per dire, perché in cinquina non capitino mai libri anomali e sorprendenti, come la Guida alle reliquie miracolose d’Italia di Mauro Orletti o Letteratura latina inesistente di Stefano Tonietto; perché non si dia peso a scrittori nascosti come Eliana Bouchard o titanici come Gianluca Barbera o inattuali come Riccardo Ielmini (e già vi ho sfornato la mia personale cinquina); mi domando perché le caste dighe dello Strega non si spalanchino alla poesia, ad esempio (da Isacco Turina a Federico Italiano e Laura Pugno i talenti, a guardarli in faccia per davvero, sono tanti), o ai grandi traduttori, alchimisti del linguaggio (tre esempi: Marino Magliani che si confronta con Haroldo Conti; Marco Rossari che rifà il muso a Malcolm Lowry; Luca Salvatore che fa a botte con la lingua di Émile Zola). Se i viventi ci paiono troppo poco, allora, premiamo i morti, cosa importa, che differenza c’è? Affibbiamo degli Strega in risarcimento a Giorgio Manganelli, ad Alberto Savinio, a Curzio Malaparte, ad Enrico Emanuelli, chessò, sarebbe davvero una bella festa. Ah, già. Solo che poi per presentare il libro devi fare una seduta spiritica, è poco pratico e fotogenico. I premi, si sa, non santificano la letteratura, non c’entrano con la cultura, povero me, bulimico cretino. Sono un affare. Economico. Fanno girare soldi (quei pochi che restano), mica libri.

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