Migranti, ora siamo nelle mani della Libia (e questa è l’immagine della nostra viltà)

La vera notizia di ieri? Non le inutili dichiarazioni del Consiglio Europeo, ma l’istituzione di una zona di ricerca e salvataggio libica. Abbiamo appaltato a Tripoli il presidio dei nostri confini meridionali, così come ad Erdogan quelli orientali. Un patto scellerato, che ci deve far vergognare

Libia Linkiesta

Mahmud TURKIA / AFP

30 Giugno Giu 2018 0745 30 giugno 2018 30 Giugno 2018 - 07:45

Guardatelo bene, quel gommone con cento morti, di cui tre bambini, naufragato a sei chilometri dalle coste libiche, a est di Tripoli. Guardatelo bene, quel bambino portato a riva esanime. Guardatelo bene, perché da domani non ne vedrete più. Attenzione, non vuol dire che non esisteranno più, che la gente smetterà di partire e di naufragare. Semplicemente, non sapremo più nulla di quel che succede a largo delle coste libiche - in un tratto di mare lungo 90 km circa, per la precisione - visto che Tripoli, proprio ieri, ha definito la propria area di ricerca e soccorso riconosciuta dall’organizzazione marittima internazionale.

Non è una notizia da poco. Anzi, a ben vedere è la vera notizia di ieri, molto più delle inutili conclusioni dell’inutile Consiglio Europeo sulla gestione dei richiedenti asilo in Europa. È la vera notizia perché da ieri la Libia ha deciso che di chi parte dalle sue coste se ne occupa esclusivamente lei, o quasi. Un po' come accade con Erdogan a est. E l’Europa, dall’alto della sua civiltà, ha deciso che va bene così. La stragrande maggioranza dei naufragi e dei soccorsi ai gommoni che partono dalle coste libiche avviene infatti entro i primi trenta chilometri di mare e fino a ieri le barche delle organizzazioni non governative, così come qualunque altra nave che interveniva in soccorso, portava i superstiti nei primi porti più sicuri, ossia quelli italiani.

Da domani, quel che avviene nelle acque libiche resta in Libia, quindi. Soprattutto, ogni operazione di soccorso che avverrà in quel tratto di mare sarà necessariamente coordinata dal centro di coordinamento dei soccorsi libico, anch’esso istituito ieri. Quel che succederà, è abbastanza chiaro: le navi delle organizzazioni non governative, così come qualunque altra imbarcazione non potrà più spingersi fino a ridosso delle coste libiche per soccorrere migranti alla deriva, per poi portarli in Italia. Di fatto, ogni operazione - di solito i gommoni non si spingono più in là dei 30 km dalla costa - sarà di esclusiva competenza della guardia costiera libica, che potrà decidere di intervenire o meno, senza che nessuno possa controllare né eccepire alcunché.

Perché sì, probabilmente gli sbarchi diminuiranno ancora. Ma le partenze continueranno, i naufragi pure, le morti nel Mediterraneo anche. Così come del resto, le condizioni inumane che toccano a chi finisce nei centri di detenzione libici, luoghi di tortura sistematica ampiamente documentata nei quali il core business si chiama tratta degli schiavi

Perché sì, probabilmente gli sbarchi diminuiranno ancora. Ma le partenze continueranno, i naufragi pure, le morti nel Mediterraneo anche. Così come del resto, le condizioni inumane che toccano a chi finisce nei centri di detenzione libici, luoghi di tortura sistematica ampiamente documentata - “La Libia non è un approdo sicuro quale delineato dal diritto internazionale”, si legge in una sentenza del tribunale del riesame di Ragusa - nei quali il core business si chiama tratta degli schiavi. Continuerà tutto come prima, come è funzionato sino a oggi, perché le carovane di migranti sono una delle principali fonti di reddito certo per le fazioni in lotta per il controllo della Libia. Passatori e trafficanti, scafisti e guardacoste, carcerieri e schiavisti sono professioni che s’intrecciano l’una nell’altra, e rendono bene. E i migranti sono una risorsa abbondante, che affluisce copiosa dal deserto. Un rubinetto di denaro che in Libia nessuno vuole chiudere.

Quel che cambierà sarà il silenzio, e basta. Cadrà il silenzio su quel che accade nei 90 chilometri di mare al largo delle coste libiche, dove già oggi riposano 34mila morti identificati e molti altri senza nome. Cadrà il silenzio sulle carceri libiche, sulle torture e sullo schiavismo. Cadrà il silenzio sulle connivenze tra la guardia costiera libica e i trafficanti di vite umane. Cadrà il silenzio sui ricatti libici, che ciclicamente apriranno le maglie della loro rete per farci spaventare e costringerci a dar loro un po’ di denaro in più. Cadrà il silenzio sul fatto che abbiamo appaltato i nostri confini meridionali a un non Stato dilaniato da una guerra civile figlia di uno scellerato intervento militare occidentale. Cadrà il silenzio sulla fine del diritto d’asilo in Europa per persone che, solo per il fatto di essere passate dalla Libia di oggi, probabilmente meriterebbero. Probabilmente, in quel silenzio, Matteo Salvini farà il pieno di voti, raccontando la fine degli sbarchi come figlia di una nuova fase muscolare della politica italiana contro l’Europa e contro improbabili complotti pluto-giudaico-massonici assortiti. Probabilmente, le nostre coscienze impaurite dormiranno sonni tranquilli e sereni, al pensiero che la pacchia sia finita. Così fosse, vi conviene pregare che nessuno le svegli mai.

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