Non c’è mai stato nessuno più a destra della Lega. E che la sinistra non esista è semplicemente assurdo

L’agenda di governo declamata dal palco di Pontida è quanto di più di destra si sia mai visto al governo in Italia dal dopoguerra a oggi. Niente di più facile, per costruire un’opposizione e invece tutto tace. Ed è un silenzio che rischia di avere pesanti conseguenze

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MIGUEL MEDINA / AFP

MIGUEL MEDINA / AFP

2 Luglio Lug 2018 0745 02 luglio 2018 2 Luglio 2018 - 07:45

Meno tasse ai ricchi e condono tombale per chi ha non ha pagato le tasse negli ultimi anni. Nessuna parola per un sindacalista ammazzato in Calabria. Chiusura dei porti alle navi che trasportano richiedenti asilo. Organizzazioni non governative equiparate a trafficanti di uomini. Censimento delle popolazioni rom e minaccia di deportazioni di massa, salvo quelli italiani «che purtroppo ce li dobbiamo tenere in casa». Abolizione del reato di tortura e dell’eccesso di legittima difesa. Taser ai poliziotti e armi in casa. Fine delle sanzioni alla Russia di Putin comminate dopo l’invasione dell’Ucraina, in Donbass e Crimea. Famiglie omosessuali che non esistono, utero in affitto che «fa schifo solo a pensarci».

Messe tutte in fila, così come sono state messe in fila ieri a Pontida, fanno impressione. Sono tutte le promesse - o minacce - di Matteo Salvini, segretario della Lega, vicepremier, ministro dell’interno, azionista di riferimento del governo gialloblu (il verde Padania sembra stia passando di moda) guidato da Giuseppe Conte, in questi primi trenta giorni. Provate a pensarci un attimo: quando mai, nell’Italia repubblicana, ha mai trovato cittadinanza un’agenda così smaccatamente conservatrice, securitaria, autoritaria, confessionale, nazionalista come quella portata avanti dal leader leghista? Azzardiamo: raramente in Europa occidentale si è mai visto qualcosa del genere al governo, tutto in una volta sola.

Già questo è curioso. Ancora di più lo è il fatto che questo governo, così peculiarmente di destra, non abbia di fronte alcuna opposizione, come ha ricordato, brutale e lucido, il Richelieu salviniano Giancarlo Giorgetti, sempre dal pratone leghista. Un mese così, e ci saremmo aspettati un mese in piazza, altro che popcorn. Un Circo Massimo di tutte le sigle sindacali per Soumalya Sacko, contro il taglio delle tasse a ricchi, contro l’ennesimo regalo agli evasori. Una rivolta di tutti i sindaci di sinistra contro la chiusura dei porti, città ribelli e aperte ai richiedenti asilo contro l’Italia chiusa. E manifestazioni contro le discriminazioni, contro la minaccia degli sceriffi di quartiere, contro un ritorno al passato sul tema delle libertà civili.

È una questione di azioni e reazioni e di vuoti e pieni della politica. Se un deciso strattone a destra non ne produce uno uguale e contrario da sinistra, il baricentro si sposta inesorabilmente. E, in assenza di dialettica, l’opinione pubblica si convince che sia tutto normale, che chiudere i porti, armare i pensionati, deportare i rom e abbassare le tasse ai ricchi siano tutte politiche di buonsenso e non il tradizionale armamentario retorico delle destre più estreme

Poco di tutto questo è avvenuto, negli ultimi trenta giorni. Certo, ci sono stati i tweet di De Magistris, Orlando e Falcomatà, i distinguo di Roberto Fico, un paio di manifestazioni del Pd, i presidi per i porti aperti e le due iniziative milanesi guidate da Beppe Sala e Pierfrancesco Majorino, dalla tavolata multietnica di Parco Sempione al Milano Pride da 250mila persone. Tutto importante, ma tutto ancora troppo poco, di fronte a quel che c’è dall’altra parte. È una questione di azioni e reazioni e di vuoti e pieni della politica. Se un deciso strattone a destra non ne produce uno uguale e contrario da sinistra, il baricentro si sposta inesorabilmente. E, in assenza di dialettica, l’opinione pubblica si convince che sia tutto normale, che chiudere i porti, armare i pensionati, deportare i rom e abbassare le tasse ai ricchi siano tutte politiche di buonsenso e non il tradizionale armamentario retorico delle destre più estreme.

Insomma, non ci sarebbe momento più facile di questo, per far rinascere un’identità di sinistra, anche solo per opposizione a un governo di estrema destra. Eppure ci si scanna ancora tra renziani e anti-renziani, tra piddini e non più piddini, fino alla scissione dell’atomo di gruppuscoli con più dirigenti che elettori. Come se fosse tutto normale. Come se bastassero lo spread e la banca centrale europea a far schiantare Salvini e soci. Come se le elezioni europee più importanti di sempre non fossero alle porte. Come se servisse necessariamente un leader per svegliare un popolo. Come se un pezzo di elettorato di sinistra passato dalla parte di Salvini e di Di Maio fosse un’attenuante alle politiche del governo. Come se l’inevitabilità della sconfitta facesse perdere ogni motivazione al dissenso.

Difficile credere continui così. Che davvero Salvini possa spingere sull’acceleratore per cinque anni, anche solo per i prossimi dodici mesi, senza che nasca un fronte comune in grado di opporsi a quello che è a tutti gli effetti un tentativo di orbanizzazione dell’Italia. Non accadesse, non vi fossero argini all’avanzata leghista, Salvini governerà per trent’anni, o giù di lì, come lui stesso ha preconizzato dal pratone di Pontida. La politica di oggi è fatta di cicli brevissimi come quello di Renzi e cicli lunghissimi, come quello di Merkel. Quelli di destra, da Putin a Orban, generalmente sono lunghissimi. Noi vi abbiamo avvisato: forse è davvero il caso di darsi una mossa.

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