Il culto tributato a Faletti? Ingiustificato. Se cercate un vero libro di culto leggete De Maria

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. Nei libri di Faletti non c'è né trama né scrittura. Se volete qualcosa di forte leggete l'opera il De Maria: un libro inquietante e delirante, riscoperto su una bancarella torinese.

Faletti2 Linkiesta
7 Luglio Lug 2018 0745 07 luglio 2018 7 Luglio 2018 - 07:45

Il bastone. Come, dopo Saffo e dopo Leopardi, è interdetta ai poeti la parola luna, che ci fa crescere un rasoio in cuore, così al giornalista è impedita la didascalia il più grande scrittore italiano vivente, dopo l’uso improprio che ne ha fatto Antonio D’Orrico, affibbiando l’epiteto epico a Giorgio Faletti, già Vito Catozzo in Drive In e cantante strappalacrime al Festival di Sanremo (con il refrain nazionalpopolare “minchia signor tenente”). All’epoca, ammetto, pensai che quello fosse l’apice del giornalismo culturale italiano: un giornalista è così forte che, fottendosene dei reali valori estetici, può inventarsi a tavolino un ‘caso’, destabilizzando il mercato editoriale. L’affare offre ancora brividi inediti. D’Orrico ha trapiantato lo ‘Schema Ponzi’ nel sistema editoriale italico: una truffa che fa fare tanti soldi a tanti e fa felici tutti, soprattutto i lettori beoni, beoti. Ammetto. Mi sembrò un colpo di genio. Ora che il più grande scrittore italiano vivente è estinto da un tot, però, possiamo cinicamente decostruire la trovata, punto per punto. Giorgio Faletti non è più vivente – il che, sinceramente, mi rattrista, era una così brava persona – non è il più grande e soprattutto non è neppure uno scrittore. Faletti è un italiano. Un italiano che scrive. Per decostruire la didascalia forgiata quel dì da quella lince di D’Orrico basta leggere L’ospite, titolo con il quale Einaudi raduna due racconti, L’ospite d’onore (pubblicato nel 2005) e Per conto terzi (pubblico dal 2008). Nel primo, scritto in prima persona, il giornalista di una fumettistica e improbabile fanzine si mette sulle tracce di Walter Celi, specie di Pippo Baudo, anchorman formidabile, che è scappato dalla fama e dal mondo il giorno in cui, in diretta, “Vicky Merlino, la soubrette italiana che dài e dài (e dài), dopo aver fatto perdere le bave a mezzo stivale, le stava facendo perdere a mezza America”, gli muore tra le braccia. Fitto di battute da comico di quartiere, con i tarli in tasca (“il mio pomo d’Adamo di colpo divenne un pallone da pallacanestro in mano a Shaquille O’Neal”; “mi ero preso uno spavento da far sembrare ridicolo un incontro con Freddie Kruger”), il racconto – compreso viaggio in Guadalupa con nipote del giornalista che si fa sbattere dal divo della tivù scomparso nel nulla – non fila. Il finale, poi, è di sfiancante banalità: a uccidere Vicky e a tormentare i nostri eroi è un enigmatico omino “con il vestito scuro e la camicia gialla” e il lecca-lecca in bocca, icona sbiadita del male, forse. Insomma, siamo all’incrocio tra Stephen King e Antonio Ricci, tra It e Colpo grosso, ma mi faccia il piacere, porco il mondo che c’ho sotto i piedi. Il secondo racconto, incredibilmente, è più brutto del primo. La polizia indaga intorno alla morte di Annibale Bertolino, che è l’emblema della banalità del male: delinquente di provincia, è brutto (in carcere l’hanno sigillato con l’epiteto “Il Bradipo”), gli piacciono le belle, si tira le seghe mentre guarda i culetti sodi della squadra di calcio femminile della sua città, “tutto quello che poteva fare per avere del sesso era pagare”. All’apparenza, Bertolino si è suicidato. Ma di suicidio non si tratta. Dal primo – e unico – interrogatorio del commissario Capuzzo (da Catozzo a Capuzzo…), scopriamo che non c’è nulla da scoprire: Bertolino è stato ucciso, per la più ovvia delle vendette. Anni prima, infatti, “quel discutibile individuo”, aveva ammazzato, in auto, incidentalmente, il figlio del raffinato dottor Savelli. Chiusa qui. Dunque. Faletti non è il più grande, altrimenti dovremmo trattare Andrea Camilleri – che non è di sicuro il più grande neppure lui – come un Marcel Proust rosolato nello zibibbo. Piuttosto, questi racconti “dell’indimenticabile maestro del thriller italiano” – così la quarta Einaudi: e anche qui, precisiamo, Faletti è indimenticabile per i parenti e per gli storici della tivù, e non è un maestro, altrimenti Scerbanenco, Buzzati, Fruttero&Lucentini, Piero Chiara, cosa sono? – sembrano dei tentativi, le bozze di uno studente non troppo intelligente che consegna il compito al coach della scuola di scrittura. Voglio dire. Non hanno nulla del thriller – ma neppure del racconto. La trama non c’intriga e la scrittura, pia verità, non c’è. Ho fatto la prova, fatela anche voi. Nello stesso giorno ho comprato L’ospite di Faletti e La storia della matita di Peter Handke. Ecco, da una parte c’è uno scrittore, Handke, dall’altra c’è Faletti, un italiano che ha scritto qualcosa.

Giorgio Faletti, L’ospite, Einaudi 2018, pp.118, euro 13,00

La carota. Okay, d’accordo, gli americani ci sanno fare. Nel catalogo della W.W. Norton & Company, editrice indipendente nata nel 1923 con sede al 500 della Fifth Avenue, New York, spiccano autori come Nadine Gordimer, Seamus Heaney, Adrienne Rich. Leggenda vuole che una decina d’anni fa un giornalista australiano, Ramon Glazov, che, leggo, “passa il suo tempo tra Perth e Torino”, piglia un libro alla bancarella torinese. Torino, in effetti, è nota per le sette sataniche, il santo Graal sepolto tra i monarchici sotterranei e per le bancarelle dei libri usati. Il viaggio dall’Italia all’Australia è sufficientemente lungo per costruire, in volo, un ‘caso letterario’. Esito. Al principio del 2017, per la celebre W.W. Norton & Company, esce The Twenty Days of Turin: A Novel. Del libro, tradotto da Glazov e scritto dal misconosciuto Giorgio De Maria, fu critico teatrale, nei Sessanta, per l’Unità, si dice un gran bene, si sprecano i paragoni. Il romanzo, si legge, “ha indubitabili riferimenti ai libri di Lovecraft e Borges” ed è scritto “da un vero maestro dell’orrore, come Edgar Allan Poe”. Alla faccia. A seguito dell’edizione americana, nel tardo 2017, Frassinelli appronta l’edizione italiana delle Venti giornate di Torino, in origine pubblicato nel 1977, in anonimato. La storia del libro e del suo autore – che insieme a Liberovici, Calvino e Fortini fece parte del ‘Cantacronache’, che scrisse libri con Umberto Eco e romanzi dai titoli pazzi, come I trasgressionisti e La morte segreta di Josif Giugasvili, e che morì nel 2009 senza pubblicare un rigo per trent’anni – divengono un piccolo ‘caso’. Pare che De Maria sia una specie di Guido Morselli, per capirci. Poi il ‘caso’ – su cui Giovanni Arduino, già traduttore di Stephen King e tante altre cose scrive il pamphlet Il diavolo è nei dettagli – sfuma. E resta il libro. Inquietante. Delirante. Ambientato in una Torino piena di lividi, livori e orrori. Il libro, di fatto, è una indagine intorno ad alcune morti allucinate – il primo a schiattare è lui: “Il nome, di per sé, dirà poco o nulla a chi oggi è intento a faccende ben diverse da quelle di cui ci occupiamo, ma lo citeremo egualmente: Giovanni Bergesio” – in una città afflitta dall’insonnia, asfissiata dalla pestilenza, dove il maligno è aristocratico. Il male, come sempre – verità oscena, manzoniana, basta leggersi la Storia della colonna infame – è una infamia partorita dal caos, da un misero fraintendimento, per gioco. Archiviato il ‘caso’, è ora di pubblicare De Maria come si deve e di leggerlo a dovere. De Maria è uno scrittore di libri ‘di culto’, mentre il culto tributato a Faletti è francamente mortificante.

Giorgio De Maria, Le venti giornate di Torino, Frassinelli 2017, pp.156, euro 17,50

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