Il nuovo stadio della Roma? L’ultima battaglia della guerra di Parnasi con Caltagirone

È una guerra che ha radici antiche, quella tra le due storiche famiglie costruttrici di Roma. E per Parnasi, la presunta inimicizia dei giornali del suo antico rivale è sempre stata un’ossessione. L’ultimo capitolo? La vicenda del nuovo stadio della Roma

Stadio Roma Linkiesta

Il progetto per il nuovo stadio della Roma

7 Luglio Lug 2018 0745 07 luglio 2018 7 Luglio 2018 - 07:45

Luca Parnasi a Roma aveva buoni rapporti con tutti. Tranne che con Caltagirone, l’«ottavo re di Roma». La trasversalità dei palazzinari è nota: meglio tenersi buono tutto l’emiciclo. Tra piani regolatori e piani del territorio da una giunta all’altra c’è sempre da stringere un accordo per una nuova edificazione. E pure tra palazzinari, almeno di facciata, la cortesia non manca. Ma dai tempi del padre Sandro, fondatore della Parsitalia, l’immobiliare di famiglia, le frizioni con Francesco Gaetano Caltagirone, altro conquistatore della Capitale, non sono mai mancate. Frizioni continuate pure con il figlio Luca a cui i giornali dell’ottavo re di Roma, a detta dei Parnasi, non hanno mai mancato di fare la guerra, soprattutto sullo stadio della Roma, nonostante Caltagirone fosse ormai un gruppo talmente grande da non avere alcun interesse in comune coi Parnasi. A nulla è servita la comune iscrizione ai canottieri Aniene, anche perché si dice che Caltagirone non ami frequentare.

Nel 2013, tre anni prima di morire, Parnasi senior, che nel dopoguerra aveva fatto fortuna edificando nella infinita periferia romana, aveva provato a porre fine alle ostilità: in una delle rarissime interviste rilasciate dice al Corriere della Sera di non credere «alle tante voci messe in giro sul fatto che il vecchio amico Franco ce l’abbia con me, ci conosciamo da tanti anni, ci siamo frequentati e non ne comprenderei il motivo. Se fossi Caltagirone - concludeva - come editore chiederei spiegazioni a qualche suo giornalista sul trattamento particolare e sospetto che ci riserva da tempo». Del resto erano i tempi delle prime discussioni sul nuovo stadio della Roma e Il Messaggero di Caltagirone aveva fatto emergere la vicenda dei terreni acquistati dai Parnasi all’Eur per la nuova sede della provincia. Li avevano ottenuti pagando meno della metà del loro valore reale acquistandoli durante la liquidazione della Sicilcassa sotto la vigilanza della Banca d’Italia. I terreni erano in origine di Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro, due dei «quattro cavalieri dell’apocalisse» di Pippo Fava. «Sono state dette cose inesatte e diffamatorie», disse Sandro Parnasi pochi giorni dopo al Corriere cercando una disgelo che non si verificò. Lo stadio della Roma volevano costruirlo tutti e due, ma c’era spazio per uno solo. Dall’altra parte Luca Parnasi provò a prendersi la sua fetta sui media per rispondere a Caltagirone provando a risollevare le sorti di Paese Sera e de Il Romanista. Operazione fallita.

Caltagirone da azionista di Unicredit sa che il naufragio del progetto stadio finisce perlopiù in capo alla banca, che in pancia ha centinaia di milioni di debiti del gruppo Parnasi. Insomma un’altra buona ragione per continuare la guerra, anche se l’ultimo re di Roma là fuori pare essere rimasto l’ultimo superstite della generazione degli Armellini, dei Mezzaroma e degli Scarpellini, variamente inciampati in fisco e tribunali tra debiti e case mai dichiarate

Così è partita l’ultima guerra del cemento su Roma. L’ultimo palazzinaro della vecchia guardia e il nuovo «sviluppatore», come amano essere definiti i palazzinari più moderni, quelli 2.0 che non si fanno mancare pure l’investimento nell’ «housing sociale». L’acerrimo nemico di Caltagirone, Parnasi senior ha lasciato al figlio le attività e lui con la sua Eurnova s’è dato ai centri commerciali, ai grattacieli e allo stadio. Fino alla liquidazione della famosa immobiliare di famiglia, la Parsitalia, in accordo con Unicredit.

Le cose sono cambiate, e non poco. Mentre Caltagirone oggi è un gruppo globale, con Cementir che è il più grande esportatore globale di cemento bianco al mondo, cinque giornali in Italia, il 5% di colossi come Suez e Generali nel mondo 5 giornali e 2 miliardi in cassa, Parnasi junior si è dato alle plusvalenze, ma sono stati solo dolori: l’operazione Tor di Valle avrebbe dovuto regalargli 160 milioni grazie alla cessione alla Dea Capital Sgr (De Agostini), e pure le quote acquistate da Idea Fimit (sempre gruppo De Agostini) per 30 milioni tramite la sua holding Pentapigna, la stessa con cui ha finanziato la Lega Nord, altro non ha comportato se non una perdita immediata di 2 milioni di euro a causa dell’investimento nell’Ecovillage a Marino. Sorte comune nel fondo hanno trovato pure due casse di previdenza come l’Inps e l’Inpgi, la cassa dei giornalisti. Come ha scritto Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano, dice la leggenda che la rivalità tra Caltagirone e Parnasi senior sia nata poprio in virtù del fatto che un giorno il secondo soffiò al primo un lucroso affare. Neanche a dirlo palazzi comprati (o venduti) a enti previdenziali. L’unico a sapere la verità è l’ottavo re di Roma.

Caltagirone da azionista di Unicredit sa che il naufragio del progetto stadio finisce perlopiù in capo alla banca, che in pancia ha centinaia di milioni di debiti del gruppo Parnasi. Insomma un’altra buona ragione per continuare la guerra, anche se l’ultimo re di Roma là fuori pare essere rimasto l’ultimo superstite della generazione degli Armellini, dei Mezzaroma e degli Scarpellini, variamente inciampati in fisco e tribunali tra debiti e case mai dichiarate. Qualcosa vorrà pur dire.

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