Majorino: «Milano un modello per la sinistra? Sì, se non se la tira»

Intervista a tutto campo all’assessore alle politiche sociali del comune di Milano: «La sinistra riparta dalle sicurezze sociali, non insegua la destra sulle paure. Ad esempio, con un grande piano casa. Accogliere i migranti? Non cambierei idea nemmeno fossi l’unica persona a pensarla così»

Majorino
7 Luglio Lug 2018 0745 07 luglio 2018 7 Luglio 2018 - 07:45

«Salvini non è un politico di centrodestra che non ci piace. È tutta un’altra cosa». Ha la stessa età del leader leghista, Pierfrancesco Majorino, assessore aile politiche sociali, alla salute e ai diritti del Comune di Milano, e con il leader leghista ha convissuto per diversi anni in Consiglio Comunale a Milano, uno la nemesi dell’altro, i giovani emergenti di Lega e Partito Democratico. E in qualche modo lo sono ancora, oggi, anche se su piani diversi. Salvini, da ministro dell’interno, capofila di una corrente di pensiero (maggioritaria) con la sindrome dell’invasione e degli italiani che vengono prima. Majorino, da assessore milanese, leader di una minoritaria corrente di pensiero che fonda il futuro dell’Italia sulla gestione del fenomeno migratorio e sulla promozione dei diritti sociali, per tutti, italiani e stranieri: «E dire che io e Salvini avevamo pure firmato assieme una mozione - ricorda Majorino a Linkiesta - quella per la pedonalizzazione del quartiere Sarpi-Canonica di Milano, quella che più prosaicamente viene chiamata Chinatown».

Addirittura? Allora non era così “cattivo”, un tempo…
Lui è brillante, intelligente e a prima vista pure molto simpatico. Che per me è un aggravante non un attenuante. Perché sono certo che lui sia consapevole della gravità delle cose che dice.

Quali cose?
C’è una degenerazione della società italiana di cui lui è espressione e lievito che è straordinaria. Tutti questi episodi di intolleranza trovano nel bullismo istituzionale di Salvini una sponda clamorosa. E questo credo che sia un problema. Prendi la circolare del ministro dell'Interno sui permessi umanitari: siamo arrivati al livello che i più fragili, donne in gravidanza, bambini e ragazzini diventano pericoli da bloccare alle frontiere. In quest’ottica, restare umani diventa un progetto politico.

Si poteva intuire cosa sarebbe diventato Matteo Salvini, quando eravate entrambi giovani consiglieri comunali?
No, non credo. Noi siamo di fronte a un Salvini diverso. Un cambiamento figlio dell’intuizione di prendersi un enorme spazio politico rimasto libero a destra e andarlo a riempire facendo diventare la Lega un grande partito nazionale.

Una bella intuizione…
Sì, ma ora lui si sta montando la testa. Un conto è essere brillanti comunicativamente, cosa che lui è sempre stato, un conto è essere il bullo della politica italiana. E un conto è se fai il bullo con me, o con Renzi o con Martina, un conto è se lo fai con cento ragazzini abbandonati a loro stessi, senza genitori, che erano sull’Acquarius. Per me è un comportamento allucinante che come tale va trattato e su questo punto non possiamo arretrare. Poi possiamo discutere di tutto: come organizzi l’accoglienza, ad esempio, e noi abbiamo criticato molto la gestione Alfano, che ha condizionato molto la gestione Minniti. Ci sono cose che abbiamo sottovalutato, quando eravamo al governo.

C’è chi dice che sia stato Minniti ad aprire la strada a Salvini…
Non sono c’accordo. L’intolleranza di oggi covava sotto la cenere da anni, a prescindere da Minniti. Noi però abbiamo sottovalutato il fatto che alcune cose che facevamo, potevano essere pretesti per altre azioni, distorte. Come il codice di condotta delle organizzazioni non governative: io credo che le Ong vadano ringraziate non una ma dieci volte. Lo dico senza alcun problema oggi, e lo dico da sempre. E vanno aiutate, non limitate.

Ok, ma come lo risolvi il problema degli sbarchi?
Noi dobbiamo porci il tema di come cancellare gli arrivi via mare facendo emergere l’immigrazione: corridoi umanitari, riforma della legge Bossi-fini, revisione del trattato di Dublino. Il problema non è quanti ne arrivano, è che arrivano via mare, sui barconi, in un modo che crea naturalmente irregolarità, emergenza, marginalità. E il problema è che arrivano in barca, rischiando la vita, e non in aereo, non perché la barca costi di meno, ma perché, semplicemente, in aereo non potrebbero entrare. È questa banalità, ciò da cui dovremmo partire. E invece è tutto capovolto.

La interrompo: la maggioranza delle persone, in Italia, pensa che non dovrebbero arrivare e basta…
Queste sono cose che non pensa la maggioranza degli italiani? Nemmeno la maggioranza dei milanesi, se è per questo. Non mi interessa, sinceramente. Non cambierei idea nemmeno se fossi il solo a pensarla così.

Il sindaco di Firenze Dario Nardella, suo compagno di partito, ha recentemente dichiarato in un’intervista che la sinistra radical chic ha lasciato il tema della sicurezza alla destra...
A me questa cosa dei radical chic ha un po’ rotto le scatole. Cosa vuol dire radical chic? Se usi il congiuntivo e non li vuoi buttare tutti a mare, sei un radical chic? E cosa vuol dire basta buonismo? Cosa propone Nardella per la gestione dei flussi migratori? Cosa che non dica già Salvini, sopratutto?

Il punto di Nardella è che se non vi occupate delle paure delle persone, perderete sempre…
E sbaglia. Il popolo non va inseguito sul piano delle paure, ma su quello delle nuove sicurezze sociali. Noi dobbiamo giocare una partita di protezione delle persone in difficoltà. Ma questo vuol dire non sfidare la destra sull’immigrazione, vuol dire radicalizzare la nostra azione contro precarizzazione e povertà. Il nostro problema non è essere buonisti con gli immigrati, è dire che i italiani e immigrati, bianchi e neri lavorano a condizioni micidiali, vivono in posti infami. Non è un problema di marketing elettorale, è un problema di utilità politica. Siamo utili se facciamo del riscatto sociale la nostra bandiera. Cosa che non è avvenuta, in questi anni.

«Il popolo non va inseguito sul piano delle paure, ma su quello delle nuove sicurezze sociali. Noi dobbiamo giocare una partita di protezione delle persone in difficoltà. Ma questo vuol dire non sfidare la destra sull’immigrazione, vuol dire radicalizzare la nostra azione contro precarizzazione e povertà»

Beh, però ad esempio, il reddito d’inclusione porta la vostra firma…
È vero, il Rei ha aperto una porta, ma è arrivato tardivamente e con pochi soldi, e soprattutto non è mai stata una bandiera politica. Fino all’ultimo giorno di campagna elettorale abbiamo sostenuto la posizione che noi eravamo quelli che creavano lavoro, non quelli che distribuivano sussidi. Come se non esistesse un tema di sostenere le persone più deboli dalla povertà.

Se dovessi far ripartire la sinistra da un tema, da una questione, quale sarebbe?
C’è un enorme questione che riguarda tutte le città che quella della casa. Ci sono persone che non riescono a trovare casa per costruirsi un autonomia, persone che non riescono a sostenere mutuo o affitto, perché hanno percorsi lavorativi svantaggiati, persone povere che non possono accedere a case popolari. La sinistra deve ripartire dall’idea di una casa per tutti, da un piano casa che non si è mai visto prima. È allucinante che quando pensi a un piano casa pensi al piano Fanfani e a nulla della stagione del centro-sinistra, Ulivo compreso. Un piano casa crea lavoro, fa riqualificazione, da sicurezze nuove alle persone e alle famiglie. Dovremmo ripartire da lì.

Il Pd dovrebbe anche ripartire da Milano? In fondo, ormai, vince solo qua…
Milano può essere un laboratorio, a patto che non se la tiri. Non dico che le cose vadano male, anzi: noi siamo quelli che si candidano a ospitare le Olimpiadi ma anche quelli che mettono più soldi di tutti nelle politiche contro la povertà. Quelli usciti bene da Expo e che riescono a coniugarlo con le politiche per l’accoglienza, quelli dei diritti civili e della riqualificazione degli scali ferroviari. Tutto bello; ma non dobbiamo sottovalutare le tante ferite che Milano ha al suo interno, che ne fanno un luogo con tanti problemi da risolvere, non una città dove tutto è perfetto. Io sto lavorando a Corvetto, abbiamo aperto un ufficio lì perché ci sono diverse criticità. Nelle periferie milanesi c’è un malessere importante che oggi ha incontrato la Lega, ma che domani potrebbe incontrare di nuovo la sinistra.

Majorino contro il modello Milano…
Non esageriamo, adesso. Noi possiamo essere un modello ad esempio sull’unità del centrosinistra. Mentre altrove tutto andava in frantumi non siamo passati indenni dalla sconfitta di Stefano Boeri contro Giuliano Pisapia, dalla sua mancata ricandidatura, dalle primarie tra me, Beppe Sala e Francesca Balzani, dalla vittoria di Sala. E contemporaneamente, dalla caduta di Bersani, dall’arrivo di Renzi, dalla sconfitta del referendum, dalla scissione del Pd e dalla rottura di ogni coalizione di centrosinistra. In tutto questo, siamo sempre rimasti uniti e compatti, e sarà un caso, ma abbiamo sempre vinto.

Oddio, fuori dalla tangenziale, perdete sempre. Come mai il modello Milano non riesce a uscire da Milano.
Siamo nel mezzo di uno tsunami elettorale, però: in posti come Cinisello Balsamo e Monza abbiamo perso, nonostante avessimo ottime amministrazioni. Il vento però è stato tale perché il centro sinistra è stato molto autoreferenziale e frammentato e il Partito Democratico in guerra con tutti e molto debole in una serie di sue riforme. Per dire, se precari e disoccupati non ti votano, vuol dire che il Jobs Act non ha funzionato. Punto.

Colpa di Renzi?
Renzi è stato un politico straordinariamente innovativo ha le sue colpe, prima fra tutte quella di farsi divorare da un racconto dell’Italia che non era reale. Però posso dire che il rancore e l’accanimento contro di lui, ancora oggi, mi lasciano sconcertato? E lo dice uno che non l’ha mai votato, intendiamoci.

Oggi c’è l’assemblea del Partito Democratico. Come ne uscirete, da questa crisi?
Io credo che procrastinare sia inutile e dannoso, dobbiamo ricostruire tutto il prima possibile.

Ultima domanda: Majorino si candida al congresso del Pd?
Non ho nessuna pretesa di saltare nell’agone nazionale. Mi piace occuparmi del riscatto delle persone, qui a Milano. Il campo della sinistra è quello, quello delle ferite aperte nella società. Peraltro, ho già dichiarato che guardo con attenzione alla proposta di Zingaretti, ma solo se costruisce un’identità forte attorno alla questione sociale.

Un Pd più a sinistra, quindi...
Non è solo essere di sinistra. Al netto dei diritti civili, mi basterebbe vedere un partito più vicino alle idee di Papa Francesco. È chiedere troppo?

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