Ecomafie e non solo: i veri nemici dell’ambiente siamo tutti noi

Dai sacchetti di plastica illegali alle case abusive, nel rapporto “Ecomafia 2018” di Legambiente viene fuori sì la grande architettura criminale dedita ai delitti ambientali, ma sono elencati uno dopo l’altro anche gli ecoreati della quotidianità dei cittadini e delle imprese italiane

Mercato Milano
9 Luglio Lug 2018 1230 09 luglio 2018 9 Luglio 2018 - 12:30

Non ci sono solo i 14 miliardi di fatturato delle attività ecocriminali, i traffici illegali di rifiuti e gli incendi dolosi nel rapporto “Ecomafia 2018” di Legambiente. Nelle 248 pagine redatte dall’Osservatorio nazionale ambiente e legalità, viene fuori sì la grande architettura criminale dedita ai delitti ambientali, ma sono elencati uno dopo l’altro anche gli ecoreati della quotidianità dei cittadini e delle imprese italiane, che non necessariamente hanno alle spalle grandi clan o strategie mafiose. Dai sacchetti di plastica fuorilegge – che continuano a circolare nelle attività commerciali – alle case abusive private – che sono sempre di più – , fino allo smaltimento illecito dei rifiuti anche di piccole attività come autolavaggi e carrozzerie.


Ville e balconi senza permessi

Mentre il 2017 si consacra come l’anno in cui sono stati effettuati più arresti per i crimini contro l’ambiente, consacrando il successo della legge 68 del 2015 sugli ecoreati, nello stesso anno è ripreso anche il ciclo del “mattone selvaggio”. Secondo i dati del Cresme, nel 2017 in Italia sono state costruite 17.050 nuove case abusive, il 16% sul totale del costruito. Lo dimostra l’attacco alle coste della Toscana e della Sardegna, così come la forte pressione sia sulle coste sia nelle periferie delle città del Lazio, inclusa la Capitale, sia in Puglia e in Calabria. Fino alla Campania e alla Sicilia, in cui il fenomeno ha raggiunto livelli impressionanti.

La prassi prevalente oggi, spiegano da Legambiente, è quella di avviare i lavori con le “carte in regola”. In questo caso le opzioni sono due: avere ottenuto i permessi per costruire sulla base di false dichiarazioni, oppure scegliere di proseguire i lavori in difformità dai permessi, aumentando e spostando le cubature o modificando la natura degli immobili, sperando, naturalmente, di farla franca. Ci sono gli ampliamenti volumetrici degli immobili regolari, fatti di terrazzi, vani accessori, parcheggi e tettoie; ci sono le realizzazioni in aperta campagna, dove al posto di magazzini agricoli sorgono ville e impianti sportivi. Ci sono i bilocali con bagno e cucina abusiva, o i seminterrati al posto di garage e magazzini commerciali, come quelli scoperti dai Carabinieri nelle località turistiche della Costiera amalfitana, pronti per essere affittati ai vacanzieri.

Ci sono gli ampliamenti volumetrici degli immobili regolari, fatti di terrazzi, vani accessori, parcheggi e tettoie; ci sono le realizzazioni in aperta campagna, dove al posto di magazzini agricoli sorgono ville e impianti sportivi

Il 46,2% dei reati nell’edilizia si concentra ancora nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. Con la Campania e la provincia di Avellino in testa. Seguita da Napoli e Cosenza. E, forse non a caso, sono le regioni da cui provengono le spinte “condoniste” della politica locale.

Ma se proporre un condono edilizio vero e proprio è impopolare, allora ecco i tentativi di fare un condono mascherato, una leggina o un emendamento che, con qualche escamotage, riesca a fermare le ruspe. Negli ultimi anni ci ha provato il senatore Ciro Falanga, il presidente della Campania Vincenzo De Luca, la cui legge regionale è stata subito bocciata dal governo Gentiloni. E ci hanno provato vari deputati regionali in Sicilia, come l’onorevole Girolamo Fazio, ex sindaco di Trapani. Tra gli ultimi a esprimersi sulla questione, il neo assessore al territorio e all’ambiente della giunta Musumeci, Salvatore Cordaro, che è arrivato a teorizzare il superamento del vecchio “abusivismo di necessità”, in favore del nuovo “abusivismo d’indispensabilità”. Ma se i tentativi di condono sono tanti, rimane ancora molto da fare pure sul fronte delle demolizioni, dove solo poch sindaci hanno il coraggio di far muovere le ruspe, rischiando in prima persona, non solo in senso elettorale.

Non servono grandi strategie ecocriminali, è sufficiente l’assenza totale di civismo di cittadini e imprenditori, che non temono di distruggere la propria stessa terra pur di risparmiare sui costi di smaltimento

Rapporto “Ecomafia 2018”
Sacchetti fuorilegge

L’abusivismo della quotidianità che non si ferma a ville e balconi, ma si trova anche nei negozi e nei mercati sotto casa. A partire dai sacchetti di plastica illegali, quelli monouso in plastica inquinante, che continuano a circolare in barba alla legge. Come ricorda l’Osservatorio Assobioplastiche, in media 60 buste su 100 in circolazione sono assolutamente fuori norma, così come 7 ambulanti su 10 e 8 commercianti al dettaglio su 10 distribuiscono ancora i sacchetti messi al bando dal 2012.

Ma oltre alla grande distribuzione, sono i mercati rionali di ortofrutta a immettere sacchetti ormai fuori legge: stime di settore sostengono che soltanto tra i banchi di frutta e verdura a Milano se ne usino 100.000 al giorno. Sia la Guardia di finanza sia i carabinieri si sono mossi in fretta a caccia dei pusher di sacchetti illegali, comminando sanzioni per oltre 5 milioni di euro.


Scarichi illegali

Senza dimenticare i casi di sversamento illecito di rifiuti, che non necessariamente coinvolgono le ecomafie e le grandi organizzazioni criminali. Le inchieste sul traffico illecito di rifiuti ad oggi sono 430. Nel rapporto di Legambiente si parla di una «marcata predisposizione all’illegalità nell’intero settore, dove in alcune regioni, come in Campania, continua persino lo stillicidio di aziende (sia in regola sia completamente abusive) che sversano i propri scarti direttamente nell’ambiente, anche in aree protette, senza considerazione alcuna dei danni che si arrecano agli ecosistemi». E «non servono in questi casi grandi strategie ecocriminali, è sufficiente l’assenza totale di civismo di cittadini e imprenditori, che non temono di distruggere la propria stessa terra pur di risparmiare sui costi di smaltimento».

Il 25 aprile di quest’anno, tra Boscoreale, Ottaviano, San Sebastiano al Vesuvio e Torre del Greco, i carabinieri hanno denunciato 25 persone per smaltimento illecito di rifiuti all’interno del Parco nazionale del Vesuvio e nelle aree limitrofe. Responsabili degli scarichi quattro opifici tessili, tre autolavaggi, cinque officine meccaniche o di autocarrozzeria e un impianto di recupero rifiuti: tutti sequestrati, insieme a un’area adibita a discarica e a un deposito di rifiuti non autorizzato.

Sono i mercati rionali di ortofrutta a immettere sacchetti ormai fuori legge: stime di settore sostengono che soltanto tra i banchi di frutta e verdura a Milano se ne usino 100.000 al giorno

Pesticidi mortali

Il filo rosso, come spiega il rapporto, è un sistema corrutivo che permea l’Italia intera, dal basso verso l’alto. Non solo nei grandi appalti pubblici, ma anche nella gestione delle aziende da parte degli imprenditori. Grandi o piccole che siano.

Solo nel settore agroalimentare, fiore all’occhiello italiano, in un anno ci sono state 37.751 contestazioni, dalle mancate etichettature dell’olio alla sofisticazione illegale del vino. Fino agli illeciti negli allevamenti e nelle coltivazioni. Sono stati numerosi, ad esempio, i casi di applicazione della legge 68 nei confronti di aziende zootecniche per i danni ambientali causati dallo scarico incontrollato di deiezioni animali e scarti di vario tipo, soprattutto tra l’Umbria e la Sardegna. E anche la moria di api dovuta all’utilizzo indiscriminato e vietato dalla legge di pesticidi durante la normale attività di semina ha portato alla contestazione del delitto di disastro ambientale. È successo in provincia di Udine, a Basiliano e Bicinicco: i 38 agricoltori indagati avrebbero usato pericolosi insetticidi neurotossici adoperati per la coltivazione del mais, anche se vietati dalla normativa nazionale e comunitaria per i danni causati alle api. Che nella zona, non a caso, sono sempre di meno.

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