La teoria economica dietro la flat tax è una boiata pazzesca (e se il debito è il nostro problema dovremmo starne alla larga)

La teoria della curva di Laffer su cui si basa la flat tax è una ricetta semplice ed efficace. Una convinzione che ispira la destra dai tempi di Reagan che si basa però su un presupposto arbitrario e indimostrato secondo cui, oltre un certo livello di tassazione, l'economia decresce

Salvini2_Linkiesta

ANDREAS SOLARO / AFP

10 Luglio Lug 2018 1200 10 luglio 2018 10 Luglio 2018 - 12:00
WebSim News

Le parole di Salvini sulla flat tax sono una lettura di quarta mano (le prima è dei prof economisti di Berlusconi, la seconda di Berlusconi, la terza degli “esperti” della Lega) della teoria della Curva di Laffer, risalente ai tempi di Reagan e riportata in gioco da Trump.

La maggiore qualità della Curva di Laffer, come dicono gli economisti americani, è che può essere spiegata a un membro del Congresso in mezz'ora e questo ne può parlare per sei mesi. Un fenomeno politico costruito sulla comunicazione come Salvini non poteva farsi sfuggire il tema, così come fece il vecchio Berlusconi, il primo traduttore italiano in pratica con la campagna “Giù le tasse” e “le mani nelle tasche degli italiani”, che ancora campa, politicamente parlando, su quel credito.

È del resto vero che Reagan e la destra liberista hanno vinto. Attraverso affermazioni pseudoscientifiche hanno forzato e rotto un equilibrio costruito nei decenni precedenti attraverso dure lotte. Non solo lo status quo è cambiato profondamente ma anche la visione economica della destra liberista americana è diventata egemone negli anni. La sinistra della “Terza via” di Blair e Clinton, con tutti i suoi epigoni italiani, europei e mondiali, ne è forse la vittima politica più illustre, un caso di Sindrome di Stoccolma quasi inspiegabile.
Sarà quindi meglio ricordare che la curva di Laffer avrà pure una forza comunicativa dirompente ma, scientificamente parlando, è semplicemente una boiata pazzesca: questa vittoria culturale della destra è passata attraverso la pseudoscienza (non solo la curva di Laffer ma anche la cosiddetta “trickle-down economics”, ovvero l’idea che benefici economici per i redditi più alti si ridistribuiranno su quelli più bassi) ed affermazioni presentate come fatti senza esserlo (come “il privato è sempre più efficiente del pubblico”).

Sarà quindi meglio ricordare che la curva di Laffer avrà pure una forza comunicativa dirompente ma, scientificamente parlando, è semplicemente una boiata pazzesca: questa vittoria culturale della destra è passata attraverso la pseudoscienza (non solo la curva di Laffer ma anche la cosiddetta “trickle-down economics”, ovvero l’idea che benefici economici per i redditi più alti si ridistribuiranno su quelli più bassi) ed affermazioni presentate come fatti senza esserlo (come “il privato è sempre più efficiente del pubblico”)

Dal punto di vista scientifico, la teoria si basa su una affermazione completamente arbitraria ed indimostrata, la fissazione di un livello di tasse oltre il quale l’economia decresce perché il contribuente smette di lavorare (Berlusconi, più prosaico, parlò direttamente di “diritto a non pagare le tasse“) e non produce per nessuno. Quale sia questo livello massimo è del tutto arbitrario: Reagan si inventò il 30%, Bush scese al 25, i nostri demagoghi di nuovo conio il 15 , il 27 o il 30 per cento a seconda dell’ora dell’intervista.

L’unico effetto certo delle politiche “lafferiane” è la devastazione del bilancio di stato per effetto dell’esplosione del debito. Reagan portò il debito Usa dal 32 al 50% del Pil , dopo che dal dopoguerra gli Usa avevano costantemente incrementato reddito pro capite e pil diminuendo il peso del debito bellico e sostenendo lo sforzo “imperiale” dal piano Marshall in avanti.

Mentre alcuni Stati americani devastavano la propria economia con la consulenza diretta del mitico Laffer (ultimo il Kansas, in default nel 2013), Bush figlio fece balzare il debito da 6mila ad 11mila miliardi di dollari, portandolo al 75% dopo che nella stagione di Clinton era costantemente sceso.

Obama stampando moneta per affrontare la crisi portò il debito oltre il 100, per riprendere a crisi conclusa coincidente con il fine mandato le politiche tradizionali ed avviare la discesa del debito. Trump al grido di “giù le tasse, via il fisco, più crescita” ha varato lo scorso anno una riforma fiscale che oggi ispira il nostro Governo, i cui effetti previsti erano di un buco di entrate di 2200 miliardi di dollari in 10 anni, incrementando del 10 % all’anno il debito pubblico più grande della terra e l’8 per rapporto debito Pil.

Previsioni peraltro smentite , perché il buco di quasi 2 mila miliardi si è verificato in un anno ed il debito americano è arrivato a toccare la cifra stellare di $21mila miliardi, crescendo ad una velocità più rapida di 36 volte rispetto al PIL.

A sostegno della validità della politica di taglio delle tasse viene citato il “successo” della “Reagonomics”, che fece segnare in quegli anni un forte incremento del Pil Usa. Chi afferma questo dimentica che Ronald Reagan lanciò un’epocale sfida geopolitica all’Urss basata sull’incremento vertiginoso della spesa bellica superiore a quella sostenuta durante la guerra mondiale, risultata insostenibile per Mosca .

Se questo è vero, fatevi una domanda: se siamo tutti convinti che il debito pubblico in Italia sia la principale causa di debolezza della nostra economia, la prima misura di politica economica che si vara è proprio quella di lasciare più soldi in mano al 5% dei cittadini sperando che li rimettano “in gioco” nei due anni successivi indebitando per una somma corrispondente l’altro 95 % di popolazione per il resto della loro vita?

E questa sfida vincente è stata sostenuta con il più lungo e più massiccio piano di investimenti pubblici mai realizzato, esattamente sulla falsariga di quanto avevano fatto i presidenti Usa in guerra ed in dopoguerra: la differenza è che mentre Roosevelt e Eisenhower avevano portato le tasse ai livelli massimi per finanziare quello sforzo, Reagan ed i liberisti lo scaricarono interamente sul debito, da loro esecrato al mattino e praticato nel pomeriggio.

I presidenti Usa fino all’arrivo di Laffer non avevano dimenticato che la Grande Depressione non era affatto figlia della crisi del ’29, innestata dal “tipico” ciclo capitalista di eccesso di offerta, ma dalla devastante politica dell’allora neoeletto presidente Hoover, che appunto tagliò drasticamente le tasse e contemporaneamente spesa ed investimenti pubblici, innestando due anni dopo la Grande Depressione.

Tagliare le tasse e fare investimenti pubblici sono matematicamente due vettori di incremento del debito pubblico, mentre il loro effetto sull’incremento del Pil è certamente positivo per gli investimenti, del tutto immaginario ed indimostrato per la riduzione fiscale.

Il “mix” o l’uso di uno dei due elementi sono scelte di politica economica legittime, basta che se ne conoscano o intuiscano bene gli effetti.

Se questo è vero, fatevi una domanda: se siamo tutti convinti che il debito pubblico in Italia sia la principale causa di debolezza della nostra economia, la prima misura di politica economica che si vara è proprio quella di lasciare più soldi in mano al 5% dei cittadini sperando che li rimettano “in gioco” nei due anni successivi indebitando per una somma corrispondente l’altro 95% di popolazione per il resto della loro vita?

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