10 Luglio Lug 2018 0755 10 luglio 2018

Un mese e siamo già al tutti contro tutti: altro che gialloverdi, questo è il governo Fight Club

Tria contro Di Maio, Di Maio contro Salvini, Salvini contro Moavero Milanesi e Trenta, Mattarella e Draghi contro tutti. Siamo solo al secondo mese di governo e il clima non pare essere dei più sereni, diciamo

Governoconte Linkiesta
ANDREAS SOLARO / AFP

L’amore è bello se non è litigarello, dice il proverbio. E forse saranno burrasche passeggere tra neo sposini, forse sarà il caldo che rende tutti un po’ nervosi, ma il clima all’interno del governo gialloverdeblu non sembra essere quello dei giorni migliori. E ha voglia il premier Giuseppe Conte ridestatosi dal torpore, a raccontare alla Stampa che «il governo ha una sola linea». Chissà se non l’avesse, verrebbe da dire. E chissà cosa succederà quando invece di decreto dignità e missioni in mare si comincerà - se mai si comincerà - a parlare di flat tax, di reddito di cittadinanza, di superamento della legge Fornero.

Chissà cosa dirà Giovanni Tria, ad esempio, nostro amato ministro della realtà, indefesso baluardo della stabilità economica del Paese e della sostenibilità dei nostri conti pubblici, che ieri ha bacchettato il suo collega d’esecutivo Luigi Di Maio: «Non si può fare un annuncio al giorno», pare abbia detto al ministro dello sviluppo economico e del lavoro, che l’aveva a sua volta accusato di aver bloccato il decreto dignità, che a distanza di una settimana non ha ancora ricevuto la bollinatura dalla Ragioneria di Stato. Pare ci sia qualche problema di coperture, tra le quali la fantasiosa formula che “con meno precari si consumerà di più” che aggiorna la definizione di finanza creativa. Pare anche che il ministro dell’economia, alle prese con la legge di bilancio, non abbia esattamente gradito le accelerazioni di Di Maio sul taglio delle pensioni d’oro, sulla riduzione delle tasse sul lavoro, sul reddito di cittadinanza finanziato coi soldi europei.

Giovanni Tria, ad esempio, nostro amato ministro della realtà, indefesso baluardo della stabilità economica del Paese e della sostenibilità dei nostri conti pubblici, ieri ha bacchettato al suo collega d’esecutivo Luigi Di Maio: «Non si può fare un annuncio al giorno», pare abbia detto al ministro dello sviluppo economico e del lavoro, che l’aveva a sua volta accusato di aver bloccato il decreto dignità, che a distanza di una settimana non ha ancora ricevuto la bollinatura dalla Ragioneria di Stato

Pare pure, peraltro, che non ci sia solo un problema di coperture, per il decreto dignità. A quanto si dice, la Lega vorrebbe modificarlo pesantemente, per placare la rivolta della sua base elettorale di piccoli imprenditori, che non vuole sentir parlare di regole più rigide sui contratti a tempo determinato, e nel contempo voglia reintrodurre i voucher in agricoltura e nel settore turistico. Vallo a spiegare a Di Maio, però, che ha dichiarato urbi et orbi che il suo decreto non dovrà in alcun modo essere annacquato e che contro i voucher, a suo tempo, ha fatto fuoco e fiamme. Qualcosa ci dice che ne vedremo delle belle.

Nel frattempo, la vera notizia è che Moavero Milanesi, ministro degli esteri in quota élite dentro il governo del popolo ha finalmente dato notizia della sua presenza, dopo essere stato commissariato da Salvini per una trentina di giorni: «Non ci sfileremo dagli impegni internazionali. Bisogna salvare le persone e condurle in porti sicuri», ha dichiarato il giorno dopo il caso della missione Sophia, nell’ambito della quale una nave irlandese aveva portato a Messina 106 migranti, scatenando le ire del solito Salvini. Salvini che era stato zittito pure dalla ministra della difesa Elisabetta Trenta che gli aveva ricordato che il ministero dell’interno non era competente sulle missioni internazionali. Un modo elegante e istituzionale per dire all’ipetrofico vicepremier di stare al suo posto.

Saranno fischiate le orecchie, a Salvini, visto che anche il presidente della repubblica Sergio Mattarella, nel colloquio di ieri al Quirinale pare gli abbia chiesto, per cortesia, di abbassare i toni su giustizia e immigrati. «So di essere irruento, cambierò registro», pare gli abbia promesso il titolare del Viminale, anche se non scommetteremmo nemmeno un nichelino sul fato che possa mantenere la promessa, che la smetta di parlare e cominci a fare qualcosa. Che poi, tombola, è quel che proprio ieri ha chiesto pure Mario Draghi: « Il vero test saranno i fatti - ha dichiarato in audizione all’Europarlamento - per ora ci sono state solo parole, che peraltro sono cambiate». E se non ci sta capendo niente lui, figuratevi noi.

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