11 Luglio Lug 2018 0830 11 luglio 2018

Basta cazzate: la vera emergenza dell’Italia è la sua sopravvivenza finanziaria

Nello stesso giorno Ignazio Visco, Paolo Savona e Antonio Patuelli mostrano preoccupazione per la crescita, i conti pubblici, la permanenza stessa in Europa del nostro Paese. Nel frattempo, il governo non fa nulla. E Di Maio e Salvini ci tengono occupati con le loro polemiche quotidiane

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Non diteci che era così, che tutto questo agitarsi coi migranti, i vaccini, il decreto dignità, i vitalizi, che tutti i mirabolanti annunci di queste settimane servivano a nascondere quel che Ignazio Visco, Paolo Savona e Antonio Patuelli, rispettivamente governatore della Banca d’Italia, ministro delle politiche comunitarie e presidente dell’Abi, nel giro di poche ore l’uno dall’altro hanno prefigurato.

Ha iniziato Visco, all’assemblea dell’Abi, raccontando che la crescita sta rallentando, che il protezionismo è un problema serio per un’economia come la nostra, che le riforme hanno perso slancio e che, proprio per questo, «davanti a una nuova crisi saremmo oggi molto più vulnerabili di quanto lo eravamo dieci anni fa». Ha continuato Paolo Savona, in audizione di fronte alla commissione per le politiche europee in Senato, a proposito dell’uscita dall’Euro e del suo Piano B, affermando candidamente che «possiamo trovarci nelle condizioni in cui non siamo noi a decidere ma siano altri», in altre parole che il vero rischio non è una nostra uscita volontaria, ma che ci caccino. Ha chiuso Antonio Patuelli, ricordando nella sua lunga relazione che se ciò dovesse avvenire L’Italia rischia di «finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani», cioè all’Argentina in perenne crisi finanziaria.

Eccola, al netto di tutte le chiacchiere, la vera emergenza dell’Italia. Non i migranti, ma la sua sopravvivenza finanziaria. Ed eccolo il cambiamento: non una nuova era di vacche grasse, sussidi a pioggia e tasse piatte, ma anni di sacrifici necessari a tenere in piedi una baracca che la congiuntura internazionale rischia di rendere di nuovo pericolante. Valgano per tutte, le parole del ministro Tria, secondo cui Il disegno riformatore sarà efficace solo «mantenendo il percorso di riduzione del debito pubblico ed evitando un’inversione di tendenza nell’aggiustamento del saldo strutturale». Tradotto: i sogni sono chiusi nel cassetto a tripla mandata, per ora.

Eccola, al netto di tutte le chiacchiere, la vera emergenza dell’Italia. Non i migranti, ma la sua sopravvivenza finanziaria. Ed eccolo il cambiamento: non una nuova era di vacche grasse, sussidi a pioggia e tasse piatte, ma anni di sacrifici necessari a tenere in piedi una baracca che la congiuntura internazionale rischia di rendere di nuovo pericolante

E non è un caso che in quaranta giorni il governo non abbia fatto ancora nulla. Che non ci sia uno straccio di politica espansiva, una a caso di tutte quelle promesse, che sia già stata messa sui binari. Che Di Maio vada a battere cassa in Europa prima e alla Banca Mondiale poi per finanziare il suo reddito di cittadinanza. Che di tutto il resto non se ne parli praticamente più, dalla flat tax al superamento della legge Fornero, dagli asili nido gratis alle assunzioni di 10mila nuovi agenti. Che tutta la baldanza anti europeista si sia spostata sulla questione migranti, mentre sulle politiche di bilancio siamo tornati docili come cagnolini: con un abbassamento del rating alle porte e una legge di bilancio da far approvare a Bruxelles c’è poco da fare i fenomeni.

Attenzione, però. Perché scommettiamo che da settembre i nostri eroi Salvini e Di Maio ricominceranno a dar fuoco alle polveri contro i tecnocrati, che dopo i migranti d’estate, diventeranno l’alibi autunnale dietro cui nascondere la vacuità delle promesse gialloverdi. Diranno che è l’Europa che non ci fa cambiare l’Italia, minacceranno di sfondare il muro del 3%, e quando lo spread salirà - perché sale fisiologicamente, se le agenzie di rating decidono che il tuo debito è più rischioso e se minacci di farlo crescere ancora - diranno che è un complotto della finanza globale, o una vendetta di Soros, dipende dal livello di ispirazione.

La verità, purtroppo per noi, è molto più semplice. Che abbiamo un’emergenza chiamata debito pubblico, che dobbiamo smetterla di spendere più soldi di quelli che abbiamo e che prima di qualunque sogno, occorre disinnescare l’incubo di una spirale di sfiducia nei confronti dell’Italia che manderebbe all’aria la nostra credibilità, i nostri conti pubblici, la nostra permanenza stessa in un’Unione Europa che prova a integrarsi sempre di più. Al netto di tutte le chiacchiere e di tutti i giocolieri in campagna elettorale perenne, è questa la vera questione.

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