James Blake insegna: la sofferenza NON è il motore della creatività

Creatività e disagio mentale sono spesso considerate correlate: un cliché che minimizza e banalizza problemi seri. La verità - come conferma la recente confessione del cantante James Blake - è che l'ansia e la depressione non sono mai qualcosa di positivo.

LinkinPark_Linkiesta

Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park morto suicida nel luglio 2017

CHRISTOPHER POLK / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

11 Luglio Lug 2018 1110 11 luglio 2018 11 Luglio 2018 - 11:10

Eclettico, strambo, eccentrico, tormentato: da quando ne abbiamo memoria la figura dell’artista è spesso associata alla polarizzazione di certi attributi che ne disegnano lo stereotipato contorno. Tratto dopo tratto, ecco la sagoma dentro cui premiamo tutti i nostri cantanti, pittori e scrittori preferiti. Dai poeti maledetti di fine ‘800 all’inquietudine di Pessoa, dalle pennellate di Van Gogh alle canzoni dei Joy Division. Un calderone fatto di malinconia, vite sregolate e dolore riversato nell’arte. Ed ecco che l’equazione sembra servita su un piatto d’argento: sofferenza uguale a creatività. Se si sta male, si creano cose migliori.

Ora, premesso che per molti musicisti gli accordi minori sono le Sirene della propria personale Odissea, l’essere rapiti dall’ansia e dalla depressione non può mai essere qualcosa di buono. James Blake, 29enne travolto dal successo fin dal suo debut album (2011), è recentemente intervenuto all’annuale convegno della Performing Arts Medicine Association per un panel dedicato alla salute mentale e al suicidio degli artisti. In questa occasione, lo stesso Blake ha dichiarato di aver avuto problemi legati alla depressione e istinti suicidi. “C’è questo mito secondo cui devi essere ansioso per essere creativo, devi essere depresso per essere un genio. Posso sinceramente affermare che l’ansia non mi ha mai aiutato a creare. E l’ho vista distruggere anche il processo creativo dei miei amici”. Quello che superficialmente chiamiamo ragazzo triste, non è altro che un uomo che parla apertamente dei propri sentimenti e pensieri. Ce ne fossero, potremmo finalmente superare la disastrosa stigmatizzazione secondo cui l’emotività è una cosa da donne.

Ogni giorno ci appaiono davanti strabilianti articoli fatti per farci sentire un po’ meglio: se dormi poco, sei una persona ansiosa, stressata, maniaca dell’ordine e del controllo vuole semplicemente dire che oh, sei più intelligente/sei più creativo. Anni e anni di psicoterapia buttati nel cesso, la soluzione in un minuto. Il continuo riduzionismo ha sconfinato nella più semplice banalizzazione

Molti musicisti (e artisti, più in generale) hanno sofferto gli effetti del loro stesso successo: i ritmi imposti dai tour, la costante fretta che porta all’appiattimento dei rapporti con le persone e la conseguente solitudine. Ed ecco l’altra associazione istantanea alla dipendenza da sostanze, a una vita sregolata e agli eccessi. Tutti meccanismi che hanno portato all’autodistruzione, più che all’epifania artistica. Stress, ansia e depressione non sono carburanti per l’arte, ma troppo spesso solo la fine di tutto. Per questo, se è vero che la creatività può placare una sofferenza ed essere in qualche modo terapeutica, non è altrettanto vero che la sofferenza è il motore della creatività.

Tutti soffriamo, là fuori c’è un mondo non ovattato dall’arte in cui succedono cose terribili, eppure questo non fa di noi degli artisti. Ogni giorno ci appaiono davanti strabilianti articoli fatti per farci sentire un po’ meglio: se dormi poco, sei una persona ansiosa, stressata, maniaca dell’ordine e del controllo vuole semplicemente dire che oh, sei più intelligente/sei più creativo. Anni e anni di psicoterapia buttati nel cesso, la soluzione in un minuto. Il continuo riduzionismo ha sconfinato nella più semplice banalizzazione. Hai l’ansia? Prendi uno Xanax, facile, va pure di moda, ora lo senti in tutte le canzoni. Sei depresso? Bevici su, cosa vuoi che sia. Genio e sregolatezza è solo un cliché molto pericoloso, non al passo con la realtà. Se l’ansia e il tormento fossero generatori automatici di creatività, allora saremmo tutti grandi artisti. E invece.

Potrebbe interessarti anche