Stefano Allievi: «Salvini sbaglia: chiudere i porti fa aumentare l'immigrazione illegale»

La proposta del sociologo Stefano Allievi: «Contro l’immigrazione irregolare, riapriamo i canali regolari. Chiudendo le porte ai migranti, abbiamo dato il settore in mano alle mafie transnazionali. Servono accordi con i Paesi di provenienza»

Migrants Linkiesta

(Olmo Calvo / AFP)

11 Luglio Lug 2018 0745 11 luglio 2018 11 Luglio 2018 - 07:45

«Se domani chiudessimo le frontiere ai liquori stranieri dicendo “prima il prosecco”, potremmo sperare ingenuamente che non arrivino più champagne, rum e vodka. Ma quello che accadrà è che questi liquori entreranno nel nostro Paese illegalmente. È esattamente quello che è accaduto con le migrazioni: chiudendo i canali di ingresso regolare, i Paesi europei senza accorgersene hanno “regalato” la gestione di questo settore alle mafie transnazionali». A parlare è il sociologo Stefano Allievi, esperto di Islam e migrazioni e autore di Immigrazione. Cambiare tutto (Laterza). Che fare quindi? La soluzione per Allievi, presentata anche su L’Espresso, è «riaprire i canali regolari dell’immigrazione, concordati con i Paesi d’origine, con un processo di selezione e controllo gestito dagli Stati di arrivo».

Stefano Allievi

Professore, cosa è accaduto nella gestione delle migrazioni?
Dallo shock petrolifero del 1973 in poi, si è fatto a gara a chiudere i canali di ingresso regolare dei migranti. Ovunque sono cresciuti i partiti che hanno ottenuto consenso nella lotta all’immigrazione.

E il risultato qual è?
Il numero di persone a cui viene fornito un permesso regolare di soggiorno è calato drasticamente. Questo vuol dire che per cercare lavoro in Italia si può solo entrare illegalmente. Così è stata inventata l’immigrazione irregolare, che 40 anni fa non esisteva. E gli Stati hanno perso il controllo sulla gestione di questo fenomeno.

Quali sono le conseguenze della crescita degli ingressi illegali?
Avendo regalato alle mafie transnazionali un “settore merceologico” redditizio come l’immigrazione, queste organizzazioni lo hanno incrementato mandando i loro “promoter” nei villaggi dell’Africa a proporre e incentivare le partenze. Così partono anche coloro che in condizioni normali non sarebbero partiti, anche quelli con un basso livello di istruzione. È da quando ci sono le immigrazioni irregolari che il livello di istruzione degli immigrati è calato, rendendo più difficile l’integrazione.

Cosa succede oggi a un ghanese che voglia entrare regolarmente in Italia?
Va all’ambasciata italiana nel suo Paese, chiede il visto e si sente rispondere “no”. Punto. E senza visto non puoi prendere l’aereo. Ecco perché poi si affidano ai barconi, pagando molto di più i trafficanti. E facendo viaggi pericolosi e lunghi in media 1 anno e sette mesi solo per raggiungere la Libia, quando in aereo ci vorrebbero sei ore.

Avendo regalato alle mafie transnazionali un “settore merceologico” redditizio come l’immigrazione, queste organizzazioni lo hanno incrementato mandando i loro “promoter” nei villaggi dell’Africa a incentivare le partenze. Così partono anche coloro che in condizioni normali non sarebbero partiti

Qual è la sua proposta?
Riapriamo i canali dell’immigrazione regolare. Quel ghanese potrebbe andare all’ambasciata, sentendosi dire “sì”, ma a certe condizioni, come la fedina penale pulita, il pagamento anticipato del biglietto aereo di ritorno o dell’assicurazione sanitaria per un anno. Lo Stato di ingresso potrebbe inoltre gestire e selezionare i flussi anche in base alle esigenze del mercato del lavoro, dando ad esempio valutazioni diverse a seconda del grado di istruzione di chi entra o della conoscenza della lingue. In questo modo tutto sarebbe regolare. Le migrazioni tornerebbero sotto il controllo degli Stati, riducendo di conseguenza anche quella sensazione di insicurezza nei cittadini che ha generato il successo dei partiti xenofobi.

Cosa serve per fare tutto questo?
Servono accordi con gli Stati di partenza, trattandoli come interlocutori al nostro stesso livello, non come se fossero roba nostra. Il famoso “aiutiamoli a casa loro”, se fatto seriamente, può dare un vero aiuto allo sviluppo di questi Paesi e favorire il controllo dei flussi. I Paesi di provenienza sarebbero così responsabilizzati nella lotta all’immigrazione irregolare, pena la decadenza degli aiuti. In più un’emigrazione regolare sarebbe conveniente per loro, perché significherebbe commesse che tornano. L’Europa perde ogni anno 3 milioni di lavoratori che vanno in pensione e non sono sostituiti, a causa del calo demografico. I migranti economici sono necessari. Ecco perché servono accordi sul controllo dei flussi, restituendo responsabilità sia ai Paesi di partenza sia a quelli di ingresso.

Accordi bilaterali o europei?
Sarebbe meglio se l’Europa parlasse con una sola voce. Ma se anche partisse un Paese da solo con una proposta del genere, poi magari gli altri si accodano, come sta accadendo con i corridoi umanitari per i rifugiati. Attenzione, però, non parlo di accordi come quello con la Turchia, che è solo un accordo di trattenimento e non di gestione, suscettibile sempre di ricatto.

Servono accordi con gli Stati di partenza. Il famoso “aiutiamoli a casa loro”, se fatto seriamente, può dare un vero aiuto allo sviluppo e favorire il controllo dei flussi. I Paesi di provenienza sarebbero così responsabilizzati nella lotta all’immigrazione irregolare

Qualcuno le obietterà che l’apertura di canali regolari poteva essere valida 40 anni fa, non oggi con una pressione migratoria così alta.
Io rispondo: “Proviamoci”. Scopriremo che la politica della legalizzazione ha effetti positivi. Mi sorprende come nessuno non sia già andato in Europa a proporlo. L’immigrazione irregolare, in questo modo, non sarebbe l’unico modo per arrivare. Così come mentire sul proprio status non sarebbe l’unico modo per restare.

Si riferisce alla distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici?
Sì, bisogna superare questa distinzione figlia della chiusura delle frontiere. Una distinzione che ha portato alla demonizzazione dei migranti economici, aprendo solo ai richiedenti asilo. Ma il grosso delle migrazioni è composto da migranti economici, che poi sono quelli di cui abbiamo bisogno. Gli italiani che quest’anno si sono trasferiti in altri Paesi sono altro che migranti economici. I richiedenti asilo sono una piccola minoranza. Aprendo le porte solo a loro, abbiamo costretto chi entra a mentire sul proprio status chiedendo l’asilo, perché è l’unico modo per restare. Si attivano così lunghi e costosi procedimenti nei tribunali, che nella maggior parte dei casi finiscono con il diniego, portando alla presenza di irregolari sul territorio difficili da rimpatriare.

Spesso si mente anche sull’età per restare.
Certo, anche i minori stranieri non accompagnati li abbiamo inventati noi! In passato era il capofamiglia che partiva. Ora, siccome abbiamo fatto arrivare il messaggio che i figli sono benvoluti e accolti, mentre i padri no, sono i minori a partire. In pochi anni i è passati da 10 a 100mila minori stranieri non accompagnati maschi tra i 16 e i 18 anni. Ma siamo noi che li chiamiamo così, in realtà loro hanno lo stesso progetto migratorio dei padri e sono qui per mandare soldi a casa. Quando li mettiamo nelle strutture per mandarli a scuola, loro scappano perché devono guadagnare. E se va bene lavorano irregolarmente, ma tanti finiscono nel giro dello spaccio o della prostituzione.

C‘è un problema quindi anche nella gestione dell’accoglienza.
In Italia l’accoglienza è mal fatta e spesso si limita a vitto e alloggio. Ci sono Stati invece che spendono di più e meglio, con progetti di formazione professionale e studio della lingua. Se non fai tutto questo, sono solo soldi mal spesi, che generano malcontento nei confronti degli immigrati e incentivano una narrazione negativa. Se invece si individuasse un meccanismo di formazione e inserimento lavorativo che funziona per i migranti, la mia idea è che si possa poi estendere universalmente anche alle fasce deboli degli autoctoni. È questo quello che bisogna fare per non creare ostilità. Questa è una visione pro-immigrazione, tutt’altro che edulcorata, o “buonista” come si dice oggi. Ed è questa narrazione che bisogna riprendere in mano.

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