Il Pd è ossessionato dai Cinque Stelle. E questo è il suo primo, grande, problema

Allearsi o no con Di Maio & co? A giudicare dal dibattito di questi giorni, è l’unico punto programmatico del prossimo congresso democratico. Allo stesso tempo, è la prova regina dell’attuale inconsistenza e subalternità di un Pd senza idee e senza identità

Che Facesse Di Maio

Nella foto: un meme tratto dalla pagina Facebook “Di Maio che facesse cose”

12 Luglio Lug 2018 0857 12 luglio 2018 12 Luglio 2018 - 08:57

Non pensare all’elefante, diceva il vecchio George Lakoff ai democratici americani sotterrati da due sconfitte devastanti contro George W. Bush e i repubblicani. Che, fuor di metafora, voleva dire costruitevi un’agenda vostra, una vostra cornice interpretativa, senza badare troppo a chi avete davanti. Non pensate ai Cinque Stelle, verrebbe da dire oggi ai democratici italiani a congresso, che invece paiono discutere solo di quello: se il Movimento sia di destra o di sinistra, se bisogna parlarci o no, se ha senso allearsi con loro come dicono Emiliano, Zingaretti, Franceschini, finanche Delrio, o combatterli fino alla morte, come vorrebbe Renzi. Come se questa fosse l’unica questione politica in campo.

Vi diamo una notizia: non lo è. Che sia un grande irrisolto, questo certamente sì. Il Movimento Cinque Stelle nasce a sinistra, come critica della sinistra, su questo non c’è alcun dubbio. È l’ultimo punto di una retta che parte da piazza Navona, da Nanni Moretti e dal suo “con questi leader non vinceremo mai”. Che prosegue nei girotondi e nei popoli viola contro Berlusconi, nei cortei contro la guerra di Bush, nei referendum per l’acqua pubblica e contro il nucleare, tra i lettori de L’Unità di Furio Colombo e Antonio Padellaro, e poi del Fatto Quotidiano. Tutte iniziative contemporaneamente contro la destra e contro la leadership di centrosinistra, giudicata senza nerbo, alla meglio incapace, alla peggio connivente al Cavaliere.

C’è di tutto per definire una linea politica, un’identità, una cornice interpretativa del mondo alternativa a quella del governo, senza scomodare i Cinque Stelle e la loro agenda, senza pensare che il destino della sinistra si risolva in un abbraccio con Di Maio, o in una dichiarazione di guerra totale. Il limite del Pd a ben vedere è proprio questo: la subalternità alle idee altrui e l’incapacità di imporre le proprie, l’assenza di un’identità forte e credibile

Oggi, però, quell’irrisolto è alleato con la Lega, parte di uno dei governi più a destra della storia repubblicana, forse il più a destra, di cui sostiene anche i provvedimenti più reazionari, dalla chiusura dei porti alle norme per agevolare l’uso delle armi come legittima difesa. Ma che, contemporaneamente, bordeggia la Cgil e la sinistra più estrema in altre battaglie, come nel caso del decreto dignità, in cui è implicito un forte pregiudizio anti-capitalista. Altro che né destra, né sinistra: il Movimento Cinque Stelle è sia destra, sia sinistra e prova a erodere consensi ovunque, senza farsi scrupolo ideologico alcuno.

Non abbiamo sfere di cristallo e non vogliamo ci tocchi in sorte il destino profetico di Piero Fassino, ma forse ha ragione chi pensa che nel medio periodo questa anomalia non possa durare, non così, perlomeno. Che il Movimento, prima o poi dovrà scegliere una direzione, o si dividerà. Quel che non crediamo debba accadere, non qui, non ora, è che il Pd debba lavorare attivamente per far emergere queste contraddizioni, come se il suo popolo fosse tutto con loro, come se senza i Cinque Stelle non possa mai più nascere un’alternativa di sinistra, come se non vi fosse altro da dire al di fuori di questa ossessione.

No, cari. Fuori c’è il mondo. C’è una questione generazionale irrisolta grande come un macigno e invisibile come un fantasma, che fa di noi la grande anomalia del continente, quella di un Paese che non sa mettere al lavoro le sue forze più creative e innovative, che le forma e le abbandona come se niente fosse, come se fosse l’ultimo problema del mondo. C’è un altrettanto devastante questione di genere, la metà del cielo che si laurea prima e meglio, e che lavora poco e peggio. C’è una questione demografica, una questione Mezzogiorno, una questione ambientale, una marea di questioni sociali aperte.

C’è di tutto per definire una linea politica, un’identità, una cornice interpretativa del mondo alternativa a quella del governo, senza scomodare i Cinque Stelle e la loro agenda, senza pensare che il destino della sinistra si risolva in un abbraccio con Di Maio, o in una dichiarazione di guerra totale. Il limite del Pd a ben vedere è proprio questo: la subalternità alle idee altrui e l’incapacità di imporre le proprie, l’assenza di un’identità forte e credibile. Non sappiamo se questo Pd, o il Pd in quanto tale possa mai riuscire a recuperarla. Ma sappiamo che quando accadrà, se mai accadrà, sarà il Movimento Cinque Stelle a chiedersi se allearsi o meno con quella forza o con la Lega, a fare del suo posizionamento la propria ossessione, a pensare all’elefante. Finché non accadrà, il destino del Pd sarà solo agonia. Con o senza i Cinque Stelle.

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