14 Luglio Lug 2018 0745 14 luglio 2018

«Wyndham Lewis? Uno che preferisce essere coerente all'avere successo, per questo mi attrae»

Intervista a Stenio Solinas, giornalista e biografo dell'eccentrico artista e scrittore britannico. «Anti-romantico, anti-Joyce, anti-tutto: Lewis era un perduto, un outsider, proprio come me»

Quadro Lewis Linkiesta
A canadian gun-pit, Wyndham Lewis (1918)

Due in un colpo solo, la fortuna mi ha sfregiato. Il primo è Wyndham Lewis (1882-1957), tra i grandi, onnivori, eccentrici, assurdi, australi, imprendibili e imperdonabili artisti del Novecento. M’inoltrai in lui tramite il cunicolo di una didascalia spregiudicatamente breve di Mario Praz (“sgradevole, ma robusto, soprattutto polemista”); mi colpì, soprattutto, quella nota di Armando Pajalich, nell’intro di Le scimmie di Dio (Mobydick, Faenza 1998), il romanzo più burrascoso, bulimico, impossibile di Lewis, “Ancora oggi alcuni di quei volumi, rarissimi, vengono tenuti sotto chiave alla British Library e concessi solo dietro kafkiani permessi”. Già. Lewis è uno dei solidi ‘maledetti’, malediceva e mordeva in cagnesco se medesimo dilaniando gli altri, soprattutto, e riferendosi a quei volumi si allude al saggio su Hitlerdel 1931, ad esempio, o a The Hitler Cult (1939), in cui lo scrittore rientra nel libro precedente – il primo in cui un intellettuale con le palle di platino si confrontava con Adolf, non ancora Adolf –, sbrindellandolo. Lewis, tra i grandi pittori dell’epoca, scrittore furibondo e anti-romantico, anti-tutto, che con Ezra Pound, attraverso la rivista BLAST, nel 1914, s’inventa l’avanguardia artistica in Albione, poi, con The Enemy, la rivista che tutti sogniamo di editare, pubblicata, magistralmente, in assolata solitudine, tra il 1927 e il 1929, rompe con gli amici di sempre, ora guru della letteratura europea, Thomas S. Eliot e James Joyce, per esempio. Di Lewis è implacabile l’idea della letteratura come ‘gesto’, come pugno sul grugno, ecco, come abisso nel censimento labirintico del proprio io, mostro in un vespaio di specchi. Poi c’è l’altro. Stenio Solinas. Che nasce pressappoco quando Lewis passa a miglior vita, è tra i grandi giornalisti italiani – direttore della rivista Elementi, redattore capo a La Notte, poi a L’Europeo, infine inviato per il Giornale – uno dei rari interpreti del ‘giornalismo culturale’, se ancora ha senso la dizione, per cui la notizia è come la sai narrare, per cui lo scoop è infognarsi nel tunnel di biografie irredente, irridenti, irritanti. Sintetizzando, pigliatevi Vagamondo (Edizioni Settecolori 2009; io ho avuto il privilegio di averlo in dono da un tipo che non scherza e non perdona, evviva) e godete: Solinas eccelle nell’arte giornalistica del ‘ritratto’, intrisa, spesso, di conturbanti malinconie (tra i tanti, è memorabile il ‘pezzo’ sulle tracce di Karen Blixen, La fattoria di Karen). Da una articolessa dedicata ad Albert Cossery (L’orgoglioso mendicante), dove Solinas parla della “capacità di godere con poco e appassionarsi a tutto, di assaporare ogni singolo momento e di sapersi bastare” perché “padroni di niente si è signori di sé stessi”, provo a intuire il nitore dell’autoritratto, l’abbecedario etico minimo. Ora, mettendo insieme i fattori, unendo i punti, la folgorazione esistenziale di Wyndham Lewis e la folgore stilistica di Stenio Solinas, viene fuori la biografia narrata Genio ribelle. Arte e vita di Wyndham Lewis, appena edita da Neri Pozza (pp.222, euro 18,00; ne scrissi qui), che è bella da leggere ed è soprattutto necessaria perché “di Wyndham Lewis in italiano esiste poco o niente”. La biografia – genere che di solito fa irritare la bile se manca una penna capace di scavare dov’è la rogna – è micidiale, perché con acutezza entra senza ghirigori in tutti gli enigmi di Lewis, perduto e perdente nella vasca del proprio ego, con una frase che gli fa da esergo, gli tatua le labbra, “c’è un unico nemico, Noi stessi”.

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