15 Luglio Lug 2018 0900 15 luglio 2018

La paura (da sempre) domina gli uomini: per questo abbiamo bisogno di capri espiatori

La paura è essenziale per la sopravvivenza dell'uomo. Ma se esagerata diventa un elemento destabilizzante per la psiche umana. Onnipresente e persistente, l'uomo ha dovuto oggettivarla dandole un volto: gli untori, le streghe, gli ebrei. Il saggio di Delumeau indaga la storia di questo sentimento

Shining Linkiesta

Paura degli spiriti dei morti. Paura delle tenebre. Paura delle tempeste. Paura delle bestie feroci. Paura del mistero femminile. Paura di sciagure, carestie, cataclismi, epidemie. Paura dell’ira di Dio, dell’apocalisse. E allora dagli all’untore. E allora avanti con la caccia alle streghe. L’uomo ha sempre avuto bisogno di individuare qualcuno da temere (e punire) per dominare l’angoscia ancestrale. La paura ha governato la storia umana nei secoli dei secoli.

Jean Delumeau scrive la storia della paura in Europa tra xiv e xviii secolo: indaga le attrezzature mentali della società preindustriale e scova una nebulosa anonima, onnipresente e persistente che, in forme più o meno consapevoli, ha costituito il basso continuo, il nerbo dei modelli di comportamento – in breve, la radice di tutte le pratiche culturali dell’Occidente.

Perché la paura è un dispositivo essenziale per sottrarsi ai pericoli e sfuggire provvisoriamente alla morte; ma protratta all’infinito e nell’indefinito diventa una minaccia per l’equilibrio psichico individuale e collettivo. Come controllarla? Frammentandola; fabbricando paure particolari; oggettivando l’angoscia. Passando da un sentimento viscerale ingovernabile a un nemico dotato di volto e nome. I detentori del potere della civiltà europea stesero così l’inventario dei mali che Satana era capace di provocare e la lista dei suoi agenti: musulmani, ebrei, eretici, donne, e soprattutto streghe, maghi, uomini neri. Fu tranquillizzante pensare la peste come un flagello mandato da Dio per punire l’umanità peccatrice. Fu la soluzione al trauma collettivo.

La paura in Occidente è il saggio magistrale e perturbante con cui Jean Delumeau sonda questa corrente sotterranea della storia umana. Una ricerca che ricorre alla più ampia messe di fonti e si avvale degli strumenti che le più diverse discipline – dalla storiografia alla psicologia alla sociologia – hanno offerto a chi intenda verificare la genesi delle nostre mentalità, cultura, idee. Una lezione necessaria per comprendere l’immaginario contemporaneo.

Nell’Europa degli inizi dei tempi moderni, la paura, mascherata o manifesta, è presente dappertutto. Ciò si verifica in ogni cultura tecnicamente mal attrezzata a rispondere alle molteplici aggressioni di un ambiente minaccioso. Ma, nell’universo di un tempo, esiste uno spazio dove lo storico è sicuro d’incontrarla senza nessun travisamento. Questo spazio è il mare. Per alcuni arditissimi – gli scopritori del Rinascimento e i loro epigoni – il mare ha avuto il significato di una provocazione. Ma per la maggioranza esso ha continuato per molto tempo a voler dire dissuasione ed è stato per eccellenza il luogo della paura. Dall’antichità al xx secolo, dalla Bretagna alla Russia, vi è un’enorme quantità di proverbi che consigliano di non arrischiarsi per mare. I latini dicevano: «Loda il mare e tienti a terra». Un detto russo consiglia: «Ammira il mare seduto sulla stufa». Erasmo fa dire a un personaggio del dialogo Naufragium: «Che pazzia affidarsi al mare!». Perfino nella marittima Olanda circolava la sentenza: «Meglio stare sulla landa con una vecchia carretta che sul mare in una nave nuova». Era un riflesso di difesa da parte di una civiltà essenzialmente terrestre, che confermava l’esperienza di quelli che, malgrado tutto, si arrischiavano lontano dalle rive. La formula di Sancho Panza: «Se vuoi imparare a pregare, vai per mare» si ritrova, con molteplici varianti, da un capo all’altro d’Europa, talvolta con sfumature d’humour, come in Danimarca, dove si precisava: «Chi non sa pregare deve andar per mare e chi non sa dormire deve andare in chiesa».

Sono innumerevoli i mali arrecati dalla immensa liquida distesa: la Peste nera, s’intende, ma pure le invasioni normanne e saracene e più tardi le scorribande barbaresche. Leggende come quella della città d’Ys o quella dell’organo sommerso di Wenduine che talvolta si sente suonare il Dies irae hanno a lungo evocato le sue furiose avanzate. Elemento ostile, il mare si contorna di scogliere selvagge o di paludi insalubri e riversa sulle coste un vento che impedisce le coltivazioni.

Ma il mare è pericoloso anche quando giace immobile, non increspato dal minimo soffio. Un mare calmo, «inerte come una palude», può significare la morte per i marinai bloccati al largo, vittime di «un’aspra fame» e di «una sete ardente». L’oceano ha per molto tempo sminuito l’uomo, che si sentiva piccolo e fragile davanti ad esso e sopra di esso: ragion per cui la gente di mare veniva paragonata ai montanari e agli uomini del deserto. Dal momento che, fino a un periodo recente, i flutti incutevano paura a tutti e particolarmente alla gente dei campi, costoro si sforzavano di non guardare il mare quando il caso ve li conduceva vicino. Dopo la guerra greco-turca del 1920-1922, dei contadini cacciati dall’Asia Minore furono sistemati nella penisola del Sunio. Essi costruirono le proprie case con un muro cieco dalla parte del mare. A causa del vento? Può essere. Ma più ancora, senza dubbio, per non vedere tutto il santo giorno la minaccia costante delle onde.

Nel periodo di trapasso dal Medioevo all’età moderna, l’uomo occidentale conserva la prevenzione contro il mare non solo in forza della sapienza dei proverbi, ma altresì di due richiami paralleli: il primo proveniente dal discorso poetico, l’altro dai racconti di viaggi, specialmente di quelli dei pellegrini che si recavano a Gerusalemme. A partire da Omero e Virgilio fino alla Franciade e ai Lusiadi non vi è stato un poema epico senza qualche tempesta, che d’altronde è sempre stata in primo piano anche nei romanzi medievali (Bruto, Rou, Tristano ecc.): la tempesta che all’ultimo istante divide Isotta dal suo amato. «Quale tema è più scontato» osservava G. Bachelard «di quello della collera dell’oceano? Un mare calmo viene visto improvvisamente corrucciato, mentre romba e ruggisce. Al mare vengono applicate tutte le metafore della furia, tutti i simboli animali del furore e della rabbia […] Il fatto è che la psicologia della collera è in fondo tra le più ricche e sfumate […] Si possono proiettare molti più stati psicologici nella collera che nell’amore. Le metafore del mare sereno e buono saranno quindi meno numerose di quelle del mare cattivo.» Comunque, la tempesta non è solo un tema letterario e un’immagine delle violenze umane. È anche, in primo luogo, un fatto d’esperienza che tutte le cronache della navigazione verso la Terrasanta riferiscono. Nel 1216 il vescovo Jacques de Vitry si reca a San Giovanni d’Acri; al largo della Sardegna, i venti e le correnti spingono un’altra nave verso quella su cui egli si trova: l’urto sembra inevitabile, tutti gridano, si precipitano a confessarsi con grandi pianti di pentimento. Ma «Dio ebbe pietà della nostra afflizione». Nel 1254 Luigi ix ritorna dalla Siria in Francia insieme alla regina, a Joinville e ai superstiti della vii crociata. L’uragano sorprende i viaggiatori in vista di Cipro. I venti sono «così forti e orribili», il pericolo di naufragio così evidente che la regina implora san Nicola e gli promette una navicella d’argento di cinque marchi. Ella è tosto esaudita: «san Nicola» racconta «ci ha tratti da questo pericolo poiché il vento è caduto». Nel 1395, il barone d’Anglure ritorna da Gerusalemme. Anche questa volta in vicinanza delle coste di Cipro «repentinamente» si leva un «grande e orribile fortunale» che dura quattro giorni. «In verità» soggiunge la cronaca

non vi era nessuno che tenesse altro atteggiamento se non quello di chi vede bene che è in procinto di morire […] E sappiate che noi udimmo molti, che molte volte si erano trovati in molte e diverse tempeste di mare, affermare con giuramento – e se mentivano fossero dannati! – che mai e per nessun’altra tempesta che essi avessero affrontata, non ebbero in passato così grande paura di essere perduti, come in questa occasione.

Nel 1494, il canonico milanese Casola compie anch’egli il pellegrinaggio in Terrasanta e incontra la tempesta sia all’andata che al ritorno. L’ultima scoppia al largo di Zante. Il vento soffia da ogni lato e i marinai, dopo aver ammainato le vele, non possono far altro che aspettare. «La notte seguente» riferisce il Casola «il mare era tanto agitato che tutti avevano abbandonato la speranza di sopravvivere; ripeto: tutti.» Quando poi una nave arriva finalmente in porto, non vi è una sola persona che indugi a bordo. «Quando un uomo» scrive il frate Felice Fabbri che si recò in Oriente nel 1480 «ha sopportato molti giorni di tempesta, si è consunto per mancanza di nutrimento e arriva in un buon porto, sarebbe disposto ad affrontare cinque volte il rischio di saltare giù dalla nave in una barca piuttosto che restare a bordo.»

Il genere letterario narrativo e quello delle cronache presentano la stessa visione stereotipata della tempesta sul mare. Questa si alza in maniera brutale e cade all’improvviso, accompagnata dalle tenebre: «Li cians troble, li ers espoisse». I venti soffiano in ogni senso, tuoni e fulmini si scatenano.

Rabelais, nel Quarto libro (cap. xviii) ci fa questa descrizione:

Il cielo [cominciò] a tuonare dall’alto, folgorare, lampeggiare, piovere e grandinare; l’aria perdere la sua trasparenza, diventare opaca, livida e tenebrosa, tanto che nessun’altra luce vi appariva, se non folgori e lampi e squarci di nubi infiammate.

Nei Lusiadi, Camões fa dire a Vasco de Gama:

Riferirti le molte e paurose / cose del mar, che l’uomo non intende: / improvvise tempeste minacciose, / fuoco di fulmini che il cielo accende; / neri acquazzoni, notti tenebrose; / scoppio e fragor di tuon che l’etra fende, / non è cosa per voce che non possa / farsi più che l’umana orrenda e grossa.

Subitaneità, vorticose burrasche, onde immense che salgono dall’«abisso»: uragano e oscurità sono questi, per i viaggiatori del passato, i caratteri costantemente presenti nella tempesta, che spesso dura tre giorni – il tempo passato da Giona nel ventre della balena – e non manca mai di creare un pericolo mortale. Perciò anche i marinai di mestiere hanno paura quando lasciano il porto. Valga a riprova questa canzone marinara inglese della fine del xiv o dell’inizio del xv secolo:

L’equipaggio che fa vela per San Giacomo / può rinunciare ad ogni piacere: / è una tristezza per tanti uomini / incominciare ad alzare le vele. / Sia che abbiano preso il mare / a Sandwich o a Winchelsea / a Bristol oppure altrove / il loro coraggio sta per svanire.

Similmente, Camões fa dichiarare a Vasco de Gama, alla vigilia della grande partenza del 1497: «Caricate le stive con le scorte / che il lungo viaggio accumular comanda / apparecchiamo l’anima alla morte / che insidia il marinaio da ogni banda».

Si può meglio valutare, proprio in forza di queste convinzioni, lo straordinario sangue freddo degli scopritori rinascimentali ai quali toccò costantemente lottare contro il timore di cui erano preda gli equipaggi. I risultati raggiunti con i viaggi compiuti in questo periodo storico ebbero d’altronde come contropartita alcune conseguenze negative nel campo della navigazione. Infatti, i progressi della cartografia, del calcolo della latitudine, della costruzione navale e del rilievo delle coste furono compensati – in senso negativo – da tutti gli inconvenienti che derivarono dal prolungarsi dei viaggi: avaria dei cibi, scorbuto, malattie esotiche, spaventosi cicloni nelle zone tropicali; insomma, aumento di morbilità e mortalità. Ancora alla fine del xvi secolo molti traggono dai viaggi transoceanici la conclusione che non si possono correre pericoli peggiori di quelli affrontati per mare. In una Histoire de plusieurs voyages aventureux pubblicata nel 1600 a Rouen, quindi in una città dotata di porto, possiamo leggere queste significative considerazioni:

È certo che tra i pericoli che si incontrano in questa vita umana non ce ne sono uguali, né simili, né così frequenti ed ordinari come quelli corsi dagli uomini che si danno alla navigazione sul mare, tanto in numero e diversità di qualità che in violenza piena di rigore, crudele e inevitabile, per essi comune e giornaliera e tale che non potrebbero assicurare neppure per un’ora al giorno d’essere nel novero dei viventi […] Ogni uomo di giudizio dopo aver compiuto un viaggio in mare dovrà riconoscere ch’è un miracolo manifesto aver potuto sfuggire tutti i pericoli che si sono presentati nella sua peregrinazione; cosicché, oltre ciò che dicevano gli Antichi su quelli che vanno per mare, ch’essi non hanno tra la vita e la morte che lo spessore di un’asse di appena tre o quattro dita, vi sono talmente tanti altri accidenti che ogni giorno possono loro capitare che sarebbe cosa spaventosa per coloro che navigano volerseli rappresentare quando stanno per intraprendere il viaggio.

Le montagne, che pure suscitano anch’esse apprensione, non sono, dice Shakespeare, che «verruche, al confronto delle onde». A sua volta, Pedro Niño racconta di «marosi così alti da coprire la vista della luna». Quando ormai è vicino alla meta, Vasco de Gama viene colto dall’uragano. Camões racconta che egli vede «il mar sconvolto, fino all’Ade aperto / da una furia che supera ogni eccesso». Pertanto, chi intende proporre un caso esemplare di paura, lo colloca di preferenza sul mare. Così fa Rabelais nel Quarto libro. La Bruyère, volendo a sua volta tentare di descrivere una tipologia del pauroso, fa riferimento prima di tutto alle avventure della navigazione, e solo come seconda esperienza a quelle della guerra. Il panico che coglie Panurgo di fronte agli elementi scatenati, al di là della sua vigliaccheria personale, trova riscontro in un comportamento collettivo facilmente rintracciabile nei racconti di viaggi. Tale comportamento è contrassegnato da due caratteristiche dominanti: la nostalgia della terra, luogo della sicurezza, in contrapposizione al mare; e l’invocazione disordinata dei santi protettori (più che di Dio). Nel culmine della tempesta, Panurgo esclama:

O tre e quattro volte beati quelli che piantano cavoli! […] Tutti quelli che piantano cavoli sono ora per mio decreto dichiarati fra i più felici! […] Ah! Vedo bene che il pian delle vacche è il più deifico e signorile maniero che ci sia!

Più oltre, ritorna una variante dello stesso tema (non c’è piacere che sulla terraferma): «Piacesse alla santa virtù di Dio» si lamenta Panurgo

che in questo momento io fossi nel bel chiuso di Seuillé, o da Innocenzo il pasticcere, davanti al cantinone dipinto, a Chinon: quand’anche dovessi mettermi in maniche di camicia per far cuocere io stesso i pasticcini!

Ne La Tempesta di Shakespeare, nel momento supremo del pericolo Gonzalo dichiara di preferire all’oceano la terra più ingrata: «In questo momento, darei volentieri mille tese di mare per un acro di terra brulla: fosse anche una gran landa di eriche rosse».

Gli atteggiamenti superstiziosi attribuiti ironicamente da Rabelais al compagno di Pantagruel erano evidentemente abituali per coloro che si trovavano in questo genere di pericoli. Panurgo invoca «tutti i santi e le sante del cielo» a suo aiuto, dichiara di «volersi confessare a tempo e luogo», recita a più riprese il confiteor, supplica frate Giovanni di non bestemmiare più in un pericolo di tal fatta, fa voto di edificare una cappella a san Michele o a san Nicola o ad entrambi, propone di «stabilire un pellegrino», cioè di tirare a sorte uno che, a nome di tutti gli altri, si sarebbe recato in qualche luogo santo per ringraziare il cielo se tutto si fosse risolto felicemente (capp. xviii-xxi). Del resto, le narrazioni di «miracoli» e gli ex-voto di molti santuari non sono forse pregni di promesse del genere, che Erasmo crede di dover far beffare nel suo dialogo Naufragium?

Se è vero che Pantagruel, frate Giovanni ed Epistemone hanno saputo conservare il proprio sangue freddo, è pur anche vero che essi confessano di aver avuto paura e Pantagruel garantisce, fondandosi su Omero e Virgilio, che la peggior morte consiste nell’essere inghiottito dai flutti: «Ma dico che questo tipo di morte, per naufragio, è cosa temibile se mai ce ne fu. Perché (e lo dice anche Omero) è un fatto grave, aborrente contro la nostra natura, perire in mare».

Gonzalo prova un’analoga repulsione contro l’annegamento: «Sia fatta la volontà di Dio; però sarebbe stato più di mio gusto morire all’asciutto!». Il fatto che la morte in mare sia sentita come morte «snaturata» dipende dalla concezione, durata molto tempo, dell’oceano come mondo marginale, posto al di fuori dell’esperienza comune. In senso ancora più generale, dipende dal fatto che l’acqua, nel suo aspetto inerte d’incontrollabile potenza e di profondità tenebrosa, è stata identificata per millenni in un anti-elemento, nella dimensione del negativo e nel luogo di ogni perdizione. «Un determinato lato del nostro spirito notturno» scriveva G. Bachelard «si spiega col mito della morte concepita come una partenza sull’acqua.» Da qui l’idea che gli antichi avevano dello Stige, «triste fiume d’inferno» (Marot, Complainte iii) e della barca di Caronte, nave dei morti conosciuta anche dalle leggende celtiche e dell’Estremo Oriente. Le acque profonde – si tratti di mare, fiume o lago – erano viste come abisso divorante, sempre pronto a inghiottire i viventi. Fra mille altre prove possiamo citare a testimonianza quest’antica canzone fiamminga, nota dal xiv secolo:

C’erano una volta due figli di re / che si amavano molto l’un l’altra, / ma non potevano raggiungersi / perché l’acqua tra loro era alta. / Che fece allora la fanciulla? / Accese tre ceri e attese la sera, / poi disse: «Mio amato, vientene a nuoto!». / Così fece il giovane figlio del re. / Ma una vecchia strega lo vide, / spense, malvagia, la luce dei ceri: / il giovane eroe allora annegò […]

Il seguito della canzone racconta come la fanciulla disperata evase la sorveglianza dei suoi e si diede a sua volta la morte per annegamento. Qui l’elemento liquido simboleggia evidentemente ciò che è nemico della felicità e della vita.

Polifemo, Scilla, le Sirene, le Strigoni, il Leviatano, Lorelei, sono entità minacciose che vivono nell’acqua o nelle sue prossimità. Il loro scopo comune consiste nel ghermire gli uomini, nel divorarli o per lo meno, come nel caso di Circe, nel far loro perdere la propria identità umana. Per scongiurare il mare occorre perciò sacrificargli degli esseri viventi atti – forse – a saziare il suo mostruoso appetito. Degli ex-voto napoletani della fine del xvi secolo rappresentano imbarcazioni che portano sulla prua una pelle di montone; era un rito di scongiuro nei confronti del mare: al momento del varo veniva ucciso un montone bianco il cui sangue veniva usato per tingere di rosso l’imbarcazione, mentre il mantello veniva posto in cima alla prua. Si intendeva così far dono di una vita al mare affinché esso, saziato, non esigesse quella dei marinai.

Nel xvii secolo i marinai barbareschi praticavano una variante di questo rito: portavano a bordo dei montoni e, quando scoppiava la tempesta, tagliavano in due uno di essi ancor vivo, gettando una metà dell’animale a destra della nave, l’altra a sinistra. Se il mare non si calmava, diversi animali venivano sacrificati successivamente.

Lo scatenarsi degli elementi – fosse tempesta o diluvio – raffigurava, agli occhi degli uomini di allora, il ritorno al caos primitivo. Dio, nel secondo giorno della creazione, aveva separato «le acque che sono sotto il firmamento da quelle che sono sopra il firmamento» (Gen. i, 7). Se, col permesso divino, s’intende, esse oltrepassano di nuovo i limiti loro fissati, si ricostituisce il caos. Riguardo alla tempesta subita da Pantagruel e dai suoi compagni, Rabelais scrive: «Credete che ci sembrava di essere nell’antico chaos, nel quale stavano e fuoco e aria, e mare e terra, tutti gli elementi in refrattaria confusione» (cap. xviii).

Leonardo da Vinci, che fu indotto a interessarsi della potenza dell’acqua dai suoi studi in campo geologico e meccanico, si è compiaciuto di impressionanti descrizioni del diluvio:

Li fiumi ringorgati allagavano e sommergevano le moltissime terre, colli lor popoli. Ancora avresti potuto vedere, nelle sommità di molti monti, essere insieme ridotte molte varie spezie d’animali, spaventati e ridotti al fin dimesticamente, in compagnia de’ fuggiti omini e donne colli lor figlioli.

E le campagne coperte d’acqua mostravan le sue onde in gran parte coperte di tavole, lettiere, barche, altri vari strumenti, fatti dalla necessità e paura della morte, sopra li quali erano donne, omini colli lor figlioli misti, con diverse lamentazioni e pianti, spaventati del furor de’ venti, li quali con grandissima fortuna rivolgevan l’acqua sotto sopra insieme colli morti, da quella annegati.

E nessuna cosa più lieve dell’acqua era che non fussi coperta di diversi animali, i quali, fatta tregua, stavano insieme con paurosa collegazione, infra quali eran lupi, volpi, serpi e d’ogni sorte, fuggitori della morte […] Oh, quanti lamenti! […] Quante eran le barche volte sotto sopra e quelle intere e quelle in pezzi esservi sopra gente, travagliandosi per loro scampo, con atti e movimenti dolorosi, pronosticanti di spaventevole morte!

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