Dazi e non solo, la guerra mondiale del tech tra Usa e Cina è in corso

Washington e Pechino si fanno battaglia sui settori dell’economia digitale e dell’hi-tech, sui cui Trump ha già annunciato dazi del 10%. La Cina vuole recuperare un gap dello 0,7% in termini di Pil dedicato a ricerca e sviluppo: uno scarto a cui gli americani invece non vogliono rinunciare

Tech China Linkiesta

(ANTHONY WALLACE / AFP)

19 Luglio Lug 2018 1020 19 luglio 2018 19 Luglio 2018 - 10:20
WebSim News

Oltre i dazi c’è di più. La battaglia commerciale scattata al’’indomani dell’introduzione delle tariffe sulle merci cinesi imposte dall’amministrazione americana Trump per un valore di 68 miliardi di dollari, e a cui hanno risposto tanto la Cina quanto il mercato globale, sottende interessi e logiche economiche molto ampie. Soprattutto se si tengono in considerazione i settori dell’economia digitale e dell’hi-tech, su cui Trump ha già annunciato una tassa del 10%.

Due sezioni contigue di un campo da gioco in cui, quasi a fatica, si inseriscono giocatori come Apple, Amazon, Facebook, Tencent, Alibaba. Aziende il cui valore, una volta sommato, si calcola in trilioni di dollari grazie a flussi di cassa che, secondo uno studio McKinsey, nell’ultimo decennio sono aumentati del 45%.

Sono loro i protagonisti della corsa alla leadership mondiale dell’innovazione. E se per lungo tempo la Silicon Valley ha guidato il gruppo per distacco, ora le aziende del gigante asiatico hanno recuperato terreno e se la giocano alla pari: la Cina ospita un terzo degli unicorni globali (il nome con cui si indicano le startup che nascono con una valutazione superiore al miliardo di dollari), mentre negli Usa il tasso di imprese di questo tipo è passato dal 75% del 2013 al 43% del 2017. Dati che rispecchiano una situazione in cambiamento e che, secondo molti analisti, nel lungo termine potrebbe essere svantaggiosa per i colossi dell’innovazione a stelle e strisce.

Ma qual è la situazione attuale? Si tratta, per certi aspetti, di un panorama già visto negli anni Sessanta. Allora, in una situazione di tassi bassi e fluttuazioni del mercato, una serie di aziende aveva dato vita a dei conglomerati attivi in mercati e settori differenti, capaci di espandere il proprio giro d’affari facendo leva sul ritorno di capitale generato dalle azioni di aziende acquisite in fase ribassista.

Nella corsa alla leadership mondiale dell’innovazione, per lungo tempo la Silicon Valley ha guidato il gruppo per distacco, ma ora le aziende cinesi hanno recuperato terreno e se la giocano alla pari: la Cina ospita un terzo degli unicorni globali, mentre negli Usa il tasso di imprese di questo tipo è passato dal 75% del 2013 al 43% del 2017

Una descrizione che potrebbe tracciare i contorni delle pratiche di mercato messe in campo da aziende come Amazon (dai libri alle consegne, passando per il food e i farmaci a colpi di acquisizioni e soluzioni logistiche) oppure Tencent (telecomunicazioni, pagamenti digitali,marketplace e uno stretto rapporto con il governo) che, a differenza dei conglomerati del passato, non erodono la fetta di torta dell’establishment finanziario, anzi la guidano e la rappresentano. E alcune volte incrociano i propri interessi, come è successo nel caso di Didi Chuxing, una sorte di Uber cinese, al cui capitale partecipano le statunitensi Uber e Apple, nonché le cinesi Alibaba e Tencent (oltre alla giapponese SoftBank). Un labirinto di interessi a cui la politica dei due Paesi guarda con interessi contrastanti.

Da parte loro gli Usa, a marzo, hanno bloccato la fusione di Qualcom e Broadcom (produttori di microprocessori) per non indebolire, con i 160 milioni di debiti della seconda, gli investimenti in ricerca e sviluppo della prima (pari al 20% del fatturato). Il tutto per mantenere vantaggi che vanno via via assottigliandosi. Mentre il caso del colosso degli smartphone Zte, la cui attività era stata sospesa negli Usa perché accusata di aver violato l’embargo con l’Iran, si risolta con il pagamento di una multa e il ritorno in attività negli States di quello che è il secondo produttore cinese di dispositivi Tlc.

Attualmente, il 23% dei brevetti internazionali è generato negli Usa, mentre il 20% in Cina. Qui però è il governo, con i suoi piani quinquennali, a tracciare la via: entro il 2022 si prevede l’aggancio agli Usa, entro il 2030 la conquista del primato globale. Per riuscirci sono già stati messi in campo 22 miliardi di dollari per i prossimi due anni attraverso un fondo statale ad hoc i cui finanziamenti finiranno, con molta probabilità, nelle mani delle aziende attive sulla rete 5G (un brevetto su dieci è già in mano ai cinesi) e l’intelligenza artificiale (con la cinese SenseTime a guidare la raccolta di finanziamenti a sei cifre). Sono questi due i settori di punta della concorrenza digitale con cui Pechino vuole recuperare un gap dello 0,7% con Washington in termini di Pil dedicato a ricerca e sviluppo. Uno scarto minimo a cui gli americani non vogliono rinunciare

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