20 Luglio Lug 2018 0730 20 luglio 2018

Anche oggi cambiamo domani: ecco perché il Governo Conte è uguale a tutti gli altri

Una Rai senza partiti, il condono per finanziare meno tasse, la rinazionalizzazione di Alitalia: non c'è un capitolo dell'agenda del nuovo governo che non sia già stato sentito. Una continuità con i precedenti governi fino a qualche tempo fa inimmaginabile.

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Il condono per finanziare l'abbattimento delle tasse, il rimpatrio dei detenuti stranieri che intasano le carceri, la sanatoria delle badanti, la ri-nazionalizzazione di Alitalia, e ovviamente una Rai senza più partiti, un canale senza pubblicità, la stabilizzazione della Libia per fermare i trafficanti di uomini: a poco più di un mese dall'insediamento del governo l'effetto deja vù si impone, giacché non c'è una delle misure di cui si parla genericamente in questi giorni che non sia stata già sentita, già progettata, talvolta già applicata da governi precedenti.

Abbiamo già visto e già ascoltato tutto, dal dibattito sulle armi a quello sui curriculum dei capi segreteria, e su tutto si è già esercitato in passato il gioco maggioranza/opposizione, con i favorevoli e i contrari che si scambiano le parti a seconda dei ruoli. Persino sulla legittima difesa abbiamo avuto un Pd favorevole (la famosa norma renziana sugli spari autorizzati di notte) e una Lega contraria. Ora si gioca alla rovescia, e non è che questo aiuti la credibilità dei giocatori.

Il punto è che, al di là del consueto radicalismo verbale, la squadra di governo si muove nel solco di un continuismo inimmaginabile solo un paio di mesi fa, all'epoca del voto. L'intervista al premier Giuseppe Conte, ieri sul Fatto Quotidiano, è un'autorevole conferma di un'idea di governo molto lontana da taluni proclami rivoluzionari, anzi piuttosto “forlaniana” e tradizionalista nella cautela con cui si affrontano i temi caldi delle nomine, delle relazioni internazionali, delle riforme in materia di immigrazione, giustizia, televisione pubblica, contratti. La sensazione è che sia successo al governo esattamente quel che successe in Parlamento ai tempi della “scatoletta di tonno”: la scatoletta si è rivelata più coriacea del previsto.

Il punto è che, al di là del consueto radicalismo verbale, la squadra di governo si muove nel solco di un continuismo inimmaginabile solo un paio di mesi fa, all'epoca del voto. L'intervista al premier Giuseppe Conte, ieri sul Fatto Quotidiano, è un'autorevole conferma di un'idea di governo molto lontana da taluni proclami rivoluzionari, anzi piuttosto “forlaniana” e tradizionalista nella cautela con cui si affrontano i temi caldi delle nomine, delle relazioni internazionali, delle riforme in materia di immigrazione, giustizia, televisione pubblica, contratti

Ma non solo. Quando due forze politiche arrivano al 60 per cento complessivo dei consensi, è ovvio che la caratura rivoluzionaria si riduca. M5S e Lega non sono più riferimenti dei non-garantiti o di specifiche aree geografiche, ma catalizzatori di grandi categorie, grandi interessi, filiere ramificate, e mettersi contro – per dirne una – i sindacati Alitalia o le imprese della Tav diventa più complicato che in passato. Così il ministro Danilo Toninelli – pure lui intervistato, da Panorama – glissa sulla Torino-Lione e si entusiasma per il modesto progetto dei seggiolini anti-abbandono. Così il vertice sulle principali nomine salta perché sui nomi c'è una certa confusione, e si è divisi tra le promesse di trasparenza e innovazione all'elettorato e gli obblighi di riconoscenza e vicinanza verso gli amici.

Magari è pure un bene. Il timore che il nostro populismo seguisse la strategia della rupture dei suoi modelli politici - da Donald Trump a Viktor Orban, da Hugo Chavez a Boris Johnson, loro sì artefici di cambiamenti rivoluzionari – pare sventato. Non moriremo sudamericani, né ci impiccheremo all'Italexit, e al momento pure le tonanti idee all'americana su dazi e guerre commerciali sembrano confinate alle dichiarazioni di principio. Siamo pur sempre l'Italia di Flaiano, il Paese dove ogni rivoluzione è rinviata a data da destinarsi, e a cinquanta giorni dal giuramento il Grande Cambiamento gialloverde pare persino più modesto dei precedenti.

Nel 2008, nelle prime settimane dopo il ritorno a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi affrontò l'emergenza immondizia a Napoli; anticipò la manovra economica; abolì l'Ici. Matteo Renzi varò l'Authority Anticorruzione e mise gli 80 euro in busta paga. Persino il placido Paolo Gentiloni, appena insediato, produsse l'impegnativo decreto per i risparmiatori truffati dalle banche e quello per l'abolizione dei voucher.

Il passo di questo esecutivo pare senz'altro più cauto. È l'insufficienza del contratto, la diffidenza tra alleati, la scarsa dimestichezza con pratiche complesse, l'incertezza dei debuttanti? Magari tutto insieme, sta di fatto che al momento la grande avventura del rinnovamento su cui ha scommesso la maggioranza del Paese deve ancora cominciare, ammesso che cominci.

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