20 Luglio Lug 2018 0800 20 luglio 2018

Potete cacciare Tria e Boeri, ma non potete cacciare la realtà

Tria e Boeri, in pericolo, rischiano di saltare. Ma la verità è che le misure volute dal Governo sono, nei fatti, irrealizzabili (almeno a breve termine). E prima o poi i leader carioca dovranno ammettere di aver raccontato un mare di fregnacce in campagna elettorale

Giovanni_Tria_Linkiesta

Sappiamo già come andrà a finire: nel giro di qualche giorno, per qualche ragione pretestuosa, Giovanni Tria, ministro dell’economia, e Tito Boeri, presidente dell’INPS, rimetteranno il loro mandato nelle mani del premier Giuseppe Conte. Troppi i segnali di distanza e disaccordo con Matteo Salvini e Luigi Di Maio, per sopravvivere. Troppo, a detta di entrambi i leader della coalizione giallo-verde, il potere d’interposizione che entrambi potrebbero esercitare sull’azione del governo in carica.

Ha un senso, da un certo punto di vista. Se nel tuo programma ci sono la flat tax, il reddito di cittadinanza e la riforma della legge Fornero, ma il tuo ministro dell’economia e il presidente dell’ente previdenziale dicono che sono misure impossibili da realizzare a breve termine perché mancano i soldi (Tria) o che hanno effetti dannosi sull’economia italiana (Boeri) è evidente che ci sia un problema di allineamento. Ed è altrettanto evidente che al primo pretesto buono - le nomine dei vertici di Cdp per Tria, la relazione tecnica del decreto dignità per Boeri - entrambi saranno messi alla porta.

Il problema, per Salvini e Di Maio, non è quello. Un nuovo presidente dell’Inps e un nuovo ministro dell’economia si trovano in cinque minuti. Il problema è un altro: che non basta sostituire Tria e Boeri per levare dal tavolo i problemi che hanno sollevato. Che non basta mandare a casa chi ti mette di fronte la realtà, per cancellare la realtà. Quando Tria dice in Commissione Finanze della Camera che le misure del programma gialloverde saranno realizzate «compatibilmente con gli spazi finanziari», e che «il reddito di cittadinanza si farà trasformando strumenti di protezione sociale già esistenti in altri strumenti», ti sta dicendo una cosa sola: che i soldi per fare altro non ci sono. E non è cacciando Tria che magicamente ricompariranno.

Un nuovo presidente dell’Inps e un nuovo ministro dell’economia si trovano in cinque minuti. Il problema è un altro: che non basta sostituire Tria e Boeri per levare dal tavolo i problemi che hanno sollevato. il decreto dignità può essere necessario e doveroso, ma è e resta recessivo. Quel che hanno messo nero su bianco Boeri e i suoi economisti finirà comunque per succedere

Semmai è l’opposto: la cacciata di Tria sarebbe il segnale che i mercati aspettano per scatenare tempeste sull’Italia. Il downgrade settembrino del nostro debito sarebbe quasi automatico, la crescita dello spread e dei costi di rifinanziamento del debito stesso, pure, tanto più in una fase di rallentamento degli acquisti di titoli di Stato della Banca Centrale Europea e della crescita economica in Italia e in Europa. Difficile il Presidente della Repubblica non lo faccia presente a Giuseppe Conte. Chissà se basterà per sgonfiare l’ego dei due dioscuri del governo gialloverde.

Lo stesso vale per Boeri. Non altrettanto fondamentale quanto lo sia Tria, certo. Ma anch’egli vittima, nel caso, di numeri che non lasciano spazio a interpretazioni. Per tenersi stretta la sua poltrona, intuiamo, il professore della Bocconi avrebbe dovuto dire una bugia contro-fattuale relativamente agli impatti occupazionali del decreto dignità. Che non possono non essere negativi, perlomeno nel breve periodo, perché è un decreto che - giuste o sbagliate che siano - contiene al suo interno tre misure recessive. Nel caso di specie, è di sicuro recessiva la stretta sui contratti a termine, perché irrigidisce il mercato del lavoro, soprattutto perché di incentivi alle stabilizzazioni, per ora, non c’è traccia. E anche se vi fosse, non ci sono i soldi per finanziarli.

Poco conta insomma che Di Maio abbia visto la relazione tecnica dell’INPS il giorno prima o la settimana prima: il decreto dignità può essere necessario e doveroso, ma è e resta recessivo. Quel che hanno messo nero su bianco Boeri e i suoi economisti finirà comunque per succedere, con o senza relazione tecnica. E i posti di lavoro diminuiranno comunque, anche si dovesse decidere di cacciare pure il presidente dell’ISTAT, Giorgio Alleva, altro custode della realtà che rischia la graticola.

Prima o poi, molto banalmente, si dovrà ammettere di aver raccontato un mare di fregnacce in campagna elettorale. Che la bacchetta magica non ce l’ha nessuno. Che di fronte, qualunque sia la strada che si vuole percorrere, abbiamo solo sentieri lunghi, stretti e difficili. Che al Mef o all’INPS ci puoi mettere chi vuoi, ma i numeri non li puoi cambiare. Nemmeno col 60% dei voti, guarda un po’ te. Nemmeno se ti chiami Luigi Di Maio o Matteo Salvini. Stateci.

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