Accoglienza ai migranti, ecco come la Spagna ha superato l’Italia (e riesce a gestirla grazie alle città)

Mentre l’Italia chiude i porti, in Spagna gli sbarchi crescono di mese in mese. E mentre il governo cerca di migliorare un sistema dell’accoglienza che non era preparato a un simile afflusso, le “città ribelli” come Valencia e Barcellona stanno facendo scuola

Spagna Linkiesta

LLUIS GENE / AFP

21 Luglio Lug 2018 0753 21 luglio 2018 21 Luglio 2018 - 07:53

Il sorpasso è arrivato: nel 2018 la Spagna ha accolto più immigrati di tutto gli altri paesi europei, Italia compresa. Se si considerano tutti gli sbarchi nelle coste europee avvenuti tra il 1 gennaio e il 30 giugno del 2018, sono arrivati via mare in totale circa 48 mila migranti. Secondo l’UNHCR, l’organizzazione mondiale dei rifugiati, ne sono sbarcati 13.694 in Grecia, 16.452 in Italia e 18.016 in Spagna. Non solo: secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) soltanto nei primi cinque mesi dell’anno, gli arrivi in Spagna via mare sono raddoppiati: se nel 2017 erano stati 4.161, nel 2018 hanno raggiunto quota 9.315.

«Nel 2017 sono arrivati nel paese 24mila migranti, - ha detto il 4 luglio scorso Iñigo Vila, direttore dell’unità di emergenza della Croce rossa spagnola, durante l’attracco, nel porto di Barcellona, della nave Open Arms con a bordo 59 migranti - mentre nei primi sei mesi del 2018 ne sono arrivati già 16mila. Solo nel mese di giugno ne sono sbarcati 4.867, (otto volte quelli che sono arrivati con l’Aquarius a Valencia, ndr) nel Sud della Spagna». Gli fa eco la portavoce della sede di Madrid dell’OIM, Ana Dodevska, ha riportato che un totale di 3.028 migranti sono stati salvati soltanto nel mese di maggio nella rotta del Mediterraneo occidentale, contro gli 835 del 2017. Dati, questi, che si che si affiancano a quelli drammatici delle morti in mare. Sempre secondo i dati OIM, sarebbero 1.500 i morti nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno.

Non si tratta di un fulmine a ciel sereno: «Come avevamo previsto diverse settimane fa - spiega il portavoce dell’OIM Joel Millman la Spagna è diventata la rotta più attiva per i migranti africani e per le persone che utilizzano l’Africa come trampolino verso l’Europa», Gli fa eco il responsabile della Frontex, Fabrice Leggeri, che ha confermato al settimanale tedesco Welt am Sonntag che la Spagna potrebbe diventare il "nuovo punto di approdo preferito" per i migranti provenienti dall'Africa.

Come mai questo cambio di direzione? Di sicuro c’entra l’azione del governo italiano, con Minniti prima e Salvini poi. A causa delle politiche di chiusura dei porti operate dal governo italiano e da accordi bilaterali con la Libia, la rotta del mediterraneo centrale è diventata molto più difficile da percorrere impercorribile, anche per le navi delle organizzazioni non governative umanitarie, costrette fermi e tragitti lunghissimi per raggiungere i porti più vicini, a veder criminalizzato il loro operato e a dover affrontare sempre maggiori difficoltà a svolgere le operazioni di ricerca e salvataggio.

«Nel 2017 sono arrivati nel paese 24mila migranti, - ha detto il 4 luglio scorso Iñigo Vila, direttore dell’unità di emergenza della Croce rossa spagnola, durante l’attracco, nel porto di Barcellona, della nave Open Arms con a bordo 59 migranti - mentre nei primi sei mesi del 2018 ne sono arrivati già 16mila. Solo nel mese di giugno ne sono sbarcati 4.867 nel Sud della Spagna»

Non è sempre andata così: pur essendo la Spagna un paese storicamente abituato a ricevere flussi dall’Africa e dall’America Latina, negli ultimi decenni i governi di Madrid hanno adottato politiche di forte chiusura. Ci sono le enclavi di Ceuta e Melilla separate dal Nord Africa da barriere di filo spinato: otto chilometri di lunghezza quella di Ceuta, dodici chilometri quella di Melilla per un’altezza di tre metri e posti di vigilanza ed allarme. Un’operazione non poi così diversa da quella fatta da Viktor Orban per bloccare la rotta balcanica al confine con la Serbia. In questo caso, però, la Spagna vanta l’appoggio di Bruxelles che, attraverso Frontex, ha dato il consenso e pure le risorse, visto che buona parte dei 30 milioni di euro di costo della barriera è stato finanziato attraverso fondi europei.

Non solo: nel 2005 ebbe grande eco in tutto il mondo la sparatoria della polizia del Marocco sulla folla di disperati che provavano a entrare nelle enclave spagnole. Di uguale portata fu, nel 2014 a Ceuta, il lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma contro i migranti. Politiche securitarie più volte denunciate dalle organizzazioni umanitarie, che mai hanno ricevuto risposte da parte dell’ex governo conservatore di Mariano Rajoy, responsabile, tra l’altro, di aver fatto fissare in cima alle barriere del filo rasoiato, letale per chi cerca di scavalcarle. E nessuno dimentica il caso del piccolo Samuel Kabamba, un bimbo di quattro anni della Repubblica Democratica del Congo il cui corpo fu ritrovato a Capo Trafalgar, sulle coste di Cadice, a pochi chilometri da Barbate, insieme a quello della madre Véronique Nzazi.

Non tutto è rose e fiori, ovviamente. La crescita degli arrivi ha mandato in tilt il sistema di accoglienza. L’aumento degli arrivi ha avuto come conseguenza il raggiungimento del limite della capacità dei centri di soggiorno temporaneo e la necessità di allestire strutture di emergenza per alloggiare i migranti. A fronte di questa situazione, in Andalusia sindacati di polizia e guardia civile denunciano da tempo la mancanza di mezzi e di coordinamento per far fronte agli arrivi. Similmente a quanto accaduto con i casi più mediatici di Aquarius e Open Arms, navi umanitarie approdate rispettivamente a Valencia e a Barcellona a seguito della chiusura dei porti italiani, anche nelle coste andaluse la situazione è, in gran parte, in mano alle autorità e organizzazioni locali.

Nonostante il cambio di governo centrale, passato adesso in mano al socialista Pedro Sanchez, favorevole a politiche di apertura e accoglienza, e quindi più incline a dare risposte positive rispetto al precedente governo conservatore, l’organizzazione sembra essere in mano alle singole municipalità. Il caso delle città ribelli, ossia di quelle municipalità che, complice la crisi economica, sono riuscite ad imporsi come alternativa autonoma ai partiti tradizionali, non a caso ha avuto l’epicentro proprio in Spagna. Madrid, Barcellona, Valencia, Saragozza. Tutte città che hanno focalizzato l’attenzione sulle politiche sociali, la partecipazione dei cittadini alla vita politica, lotta alla corruzione ed etica pubblica. Tutti punti applicabili anche alle politiche migratorie e di accoglienza.

A Barcellona Ada Colau aveva fatto predisporre una palestra come punto di appoggio dei 59 migranti sbarcati, in attesa di sistemazione migliore, e aveva concesso loro un permesso di soggiorno temporaneo di 30 giorni. Lo stesso a Valencia per l’Aquarius, con un permesso di soggiorno temporaneo di 45 giorni. Trenta e quarantacinque giorni necessari per analizzare ogni situazione individuale e capire quale figura giuridica di accoglienza applicare: «Ci siamo riuniti con il governo dello Stato ed in pochissimo tempo abbiamo fatto le valutazioni necessarie dimostrando che era perfettamente possibile coordinarsi rapidamente per dare una buona accoglienza. – ha affermato la sindaca di Barcellona durante una conferenza stampa presso il Museo Marittimo, qualche giorno fa, in occasione dell’arrivo della nave di Proactiva Open Arms - Abbiamo dimostrato che l’accoglienza è possibile, che costruire un’alternativa a questa Europa dei muri non è utopia. È solo una questione di volontà politica e parte proprio dalle città».

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