Ilva, perché l'attacco di Di Maio a Calenda è tutto fumo e niente arrosto

Le procedure del governo precedente nel trattare il caso Ilva non possono essere toccate da Di Maio. E il piano di rilancio e bonifica del sito tarantino, con ogni probabilità, non subirà nessuna modifica rilevante

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21 Luglio Lug 2018 0745 21 luglio 2018 21 Luglio 2018 - 07:45

Tutto sbagliato, tutto da rifare? No, tranquilli. L’Ilva rimarrà nelle mani di Arcelor Mittal. E il piano di rilancio e bonifica del sito tarantino, con ogni probabilità, non subirà nessuna modifica rilevante, nonostante il parere dell’Anac, nonostante i proclami di Luigi Di Maio, nonostante le bizze di Michele Emiliano. Il canovaccio è sempre lo stesso, il leit motiv di questo governo gialloverde di chiacchieroni da bar, che vivono di tweet, dirette Facebook e “italiani che ci seguono da casa”, ma che alla prova dei fatti, non hanno né i mezzi, né le risorse, né l’abilità per tradurre le parole in risultati concreti.

La prova regina di questo maldestro tentativo si trova alle ultime righe del parere che l’Anac ha fornito al ministero dello sviluppo economico: “L’Autorità si è espressa sulla base degli elementi comunicati, senza avere proceduto né poter procedere a specifici accertamenti”, si legge, ed è subito magia. In altre parole, l’Autorità ha ritenuto di dover rispondere al Mise non perché gliel’ha imposto la legge, ma in virtù di uno “spirito di leale collaborazione istituzionale”. Saremo duri di comprendonio noi, ma fatichiamo a capire perché la leale collaborazione istituzionale non debba prevedere un’adeguata istruttoria su tutta la documentazione, né perché non si potesse procedere a specifici accertamenti. In pratica, il buon Di Maio, nel chiedere il parere sulla liceità della gara che ha visto vincere Arcelor Mittal contro Acciaitalia, ha inviato a Cantone il materiale che voleva lui, e Cantone non si è premurato di procurarsene altro. Ad esempio, ma questo è solo il caso più clamoroso, ci sono i quesiti che il ministero pone all’Avvocatura di Stato, e non ci sono le risposte dell’Avvocatura di Stato, che non ravvede alcuna irregolarità nella gara in oggetto.

Ecco, insomma, perché non accadrà nulla. Perché il governo non ha nessun elemento in mano per mandare tutto a monte senza vedersi recapitare tra le mani una richiesta di risarcimento danni miliardaria

Basterebbe questo per squalificare tutta l’operazione, ma il parere dell’Anac e la traduzione che ne fa Di Maio in aula contengono altre perle controfattuali che è un peccato non condividere. Ad esempio, dice Di Maio che i 12 mesi necessari per porre in essere il piano di risanamento ambientale dell’area hanno scoraggiato molte imprese a partecipare alla gara. E che la successiva proroga di sei anni è stata un regalo alle due grandi cordate, Arcelor Mittal e Acciaitalia, che si sono contese la posta.

Lo stesso vale per l’impatto dell’offerta economica - pari al 50% - nell’attribuzione dei punteggi, che a dire di Di Maio è la prova che il governo Renzi e Gentiloni non fosse così interessato alla bonifica ambientale e al rilancio occupazionale dell’area. Sarà, ma a quanto ne sappiamo quando una società è commissariata, l’offerta economica dev’essere tenuta in grande considerazione - in percentuali tra il 50 e il 60 per cento, per l’appunto - perché ci sono un sacco di creditori da liquidare. Fra l’altro - sorpresa! - Arcelor Mittal offre ai lavoratori salari più alti rispetto a quelli di Acciaitalia, 52mila euro all’anno, in media, contro 43mila. Per non parlare del piano ambientale, che nel piano di Arcelor Mittal è decisamente più dettagliato.

La cosa curiosa, peraltro, è che se c’era un soggetto che il governo avrebbe potuto favorire, questo è proprio Acciaitalia, che nei fatti è una joint venture tra il gruppo indiano Jindal, l’italiana Arvedi e la Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal ministero dell’economia e delle finanze. Il fatto che abbia vinto l’offerta rivale, quella di Arcelor Mittal insieme al gruppo Marcegaglia dovrebbe sgombrare il campo dal sospetto che il governo abbia agito in modo parziale, favorendo se stesso. Paradosso dei paradossi, è lo stesso Di Maio - nella sua relazione alla Camera a ricordare che Cdp stava nella cordata perdente, come a dire che il governo avrebbe dovuto avere un occhio di riguardo per Acciaitalia. Curioso lo faccia, mentre lo accusa di aver favorito la parte avversa.

Ecco, insomma, perché non accadrà nulla. Perché il governo non ha nessun elemento in mano per mandare tutto a monte senza vedersi recapitare tra le mani una richiesta di risarcimento danni miliardaria da parte degli avvocati di Arcelor Mittal, con annesso danno erariale di pari importo. Perché è tutta una manfrina per perdere tempo e per sperare che il re dell’acciaio aggiunga un piatto di lenticchie alla sua offerta, per poter far dire a Di Maio di essere meglio di Calenda e guadagnare qualche altro punticino di consenso in quel concorso di bellezza perenne che sta diventando la legislatura gialloverde. Che di mezzo ci siano 27mila famiglie e una terra disgraziata è del tutto secondario, a quanto pare.

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