24 Luglio Lug 2018 0800 24 luglio 2018

C’è più vita nell'intervista a Casaleggio che in tutta la politica italiana

Criticata e svillaneggiata, l’intervista a Davide Casaleggio mostra, almeno, un’idea di futuro. Di cosa fare. Casaleggio è un tecno-ottimista da manuale, con tutte le riserve del caso. Ma gli altri cosa hanno da opporre? A quanto pare molto poco. O niente

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Lo possiamo dire che c’è più vita in due pagine d’intervista di Davide Casaleggio, che in tutti gli interventi della direzione del Partito Democratico? Che c’è più visione del mondo che in tutta la ridda di dichiarazioni a commento della medesima? Che pone una serie di questioni, giuste o sbagliate che siano le risposte, che meriterebbero ben più di due pagine su La Verità (chapeau, a proposito), ma il centro del dibattito pubblico, ogni maledetto giorno che dio manda in terra?

Lo diciamo, consapevoli di essere in disaccordo - o perlomeno problematici - rispetto a molto di quanto afferma Davide Casaleggio, presidente dell’Associazione Rousseau e della Casaleggio Associati, figlio di Gianroberto, uno dei due fondatori del Movimento Cinque Stelle e, per molti, suo capo occulto. Ma nel contempo rinfrancati dal vedere emergere nel dibattito pubblico questioni cruciali, che la nostra politica, impegnata a fermare barconi, a promettere di abbassare l’età pensionabile o a discutere del destino del proprio ombelico, elude costantemente, per ignoranza, inconsapevolezza o indifferenza, poco importa.

Nell'intervista a Casaleggio vediamo emergere questioni cruciali, che la nostra politica, impegnata a fermare barconi, a promettere di abbassare l’età pensionabile o a discutere del destino del proprio ombelico, elude costantemente, per ignoranza, inconsapevolezza o indifferenza, poco importa. Tutti gli altri che dicono? Che pensiero hanno da opporre? Quale visione del futuro che vada oltre alle prossime elezioni europee?

Parliamo anche del Movimento Cinque Stelle, sia chiaro. Ad esempio, sarebbe curioso sapere che ne pensa Virginia Raggi, quando Casaleggio dice, in ossequio al paradigma accelerazionista che tanto di moda va nella Silicon Valley, che «La scelta più miope che si possa fare è rallentare l’innovazione», lei che ha conquistato il Campidoglio anche grazie al sostegno dei tassisti in guerra contro Uber. O cosa ne pensa la Cgil e chi si è scagliato contro i dispositivi wereable nelle fabbriche, come i celeberrimi (e inesistenti) braccialetti di Amazon. O cosa ne pensa chi crede che il lavoro dei robot debba essere tassato.

Casaleggio è un tecno ottimista da manuale. Crede all’idea che le tecnologie possano estendere le capacità umane, migliorarci, renderci «tutti più liberi», che i dazi non servano a nulla «perché la globalizzazione è la Rete», che il futuro sia anche ozio (e reddito di cittadinanza, immaginiamo) «perché la nostra società deve tornare a pensare», ed è legittimo, anche se forse un po’ ingenuo, ma tutti gli altri che dicono? Che pensiero hanno da opporre? Quale visione del futuro che vada oltre alle prossime elezioni europee? Sono temi cruciali, quelli che Casaleggio pone che dovrebbero definire le piattaforme programmatiche di ogni partito, di ogni singola organizzazione sindacale e di rappresentanza degli interessi collettivi, indipendentemente o meno dal fatto che siano più o meno sexy da comunicare. A parte rarissimi casi, vengono in mente Carlo Calenda, Marco Bentivogli e pochi altri, sono temi che non interessano a nessuno, di cui nessuno parla, se non a sproposito.

Riflettere su come usare il potenziale innovativo di internet e della blockchain per migliorare i processi decisionali all’interno delle istituzioni o dei singoli schieramenti politici, ad esempio, dovrebbe essere l’ossessione di chiunque faccia quel mestiere

Lo stesso vale per la parte più controversa dell’intervista di Casaleggio, incastonata tra riflessioni non banali sulle tutele del lavoro «tra le più alte d’Europa» - e sarebbe interessante sapere che ne pensa Di Maio - e sull’Italia «Paese sicuro» - e sarebbe interessante sapere che ne pensa Salvini: parliamo ovviamente di quando Casaleggio afferma candidamente che «il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile». Ecco: mentre i nostri eroi partigiani della navetta parlamentare tacciono, da Travaglio a Zagrebelsky, mentre Renzi e Boschi ne approfittano per rivendicare la loro riforma bocciata alle urne e mentre il commentatore medio cita il Mussolini delle aule sorde e grigie, forse dovremmo chiederci se Casaleggio abbia ragione, se davvero la rivoluzione della disintermediazione finirà per cambiare i connotati anche la politica, o li stia già cambiando.

Riflettere su come usare il potenziale innovativo di internet e della blockchain per migliorare i processi decisionali all’interno delle istituzioni o dei singoli schieramenti politici, ad esempio, dovrebbe essere l’ossessione di chiunque faccia quel mestiere. Chiedersi come debbano cambiare le istituzioni, nel momento in cui davvero ciascuno di noi è abituato a decidere istantaneamente di qualunque cosa semplicemente toccando lo smartphone è un tema rilevante qui e ora, senza scomodare l’Atene di Pericle. Diteci, insomma, se la visione di Casaleggio sia giusta, ingenua o pericolosa. Ma ditecelo dopo averci pensato, se possibile. E dateci pure qualche altra prospettiva, già che ci siete. Che ne vorremmo discutere una al giorno, di interviste come quella a Davide Casaleggio, se possibile.

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