25 Luglio Lug 2018 0720 25 luglio 2018

Italia fight club: sempre più italiani cercano la loro identità lottando (contro i social e le relazioni virtuali)

Viviamo in un mondo in cui, per molti, i like contano più dei veri rapporti. Per contrasto, sempre più persone si avvicinano alle discipline più fisiche che esistano, come l'Mma. Le palestre diventano un punto di vista privilegiato sul Paese, in cui per fare successo conta solo la bravura

Garcia Amadori Anita Torti

Se una legge ci obbligasse a dichiarare pubblicamente la nostra fede politica o religiosa, probabilmente non importerebbe niente a nessuno. Diverso sarebbe se un’altra legge volesse imporci l’obbligo di pubblicare la nostra cronologia Google degli ultimi tre giorni: di sicuro ci sarebbe una sollevazione popolare.

Sempre più spesso gli elementi determinanti della nostra vita non sono legati al mondo fisico ma a quello virtuale dei likes, delle faccine e dei cuoricini. Per questo, da qualche tempo, è iniziato un processo inverso che vede un gruppo di individui andare alla ricerca della propria identità nel modo più fisico possibile, attraverso la pratica degli sport da combattimento. Il pugilato, ma soprattutto le MMA (Mixed Martial Arts), i cui adepti aumentano ogni giorno che passa.

E mentre i fighter italiani, nel disinteresse della stampa sportiva, si fanno largo nella UFC e nel Cage Warrior - le promotion di MMA più famose del pianeta - le palestre marziali sono diventate una cartina di tornasole, un punto di osservazione privilegiato sul Paese e sulle contraddizioni alla base della fase di cambiamento che sta attraversando.

È il caso di “MMA Atletica Boxe”, una palestra in fondo a via Ripamonti, a sud di Milano, nel cuore di un quartiere troppo popolare per interessare i fighetti dell’aperitivo. Si tratta della tana di Garcia Amadori, tecnico federale di pugilato, cintura nera di brazilian ju-jitsu, storico istruttore di MMA che, a dispetto del nome esotico, è uno dei pochi milanesi rimasti nella zona.

“Mio padre era uno scenografo teatrale che a Milano lavorava ovunque, anche al Piccolo Teatro di Strehler, e mi chiamò così in onore di un suo amico spagnolo” dice Garcia a Linkiesta. “Aveva anche la passione per la lotta libera, così da bambino mi avvicinai al mondo degli sport combattimento ma lo feci da una prospettiva diversa, “artistica” in un certo senso, e i risultati di questo approccio – lo stesso che mio padre aveva sul palcoscenico – sono ancora visibili nel mio metodo di insegnamento”.

In cosa consiste il tuo metodo?

“Si chiama All-Points e tiene in considerazione tutti gli aspetti, sia tecnici che atletici che psicologici della persona. Combattere, per me, è una metafora del vivere: si combatte bene quando si è liberi e l’unica cosa capace di darti la libertà è la tecnica. Io punto a dare ai miei atleti una conoscenza esaustiva di ogni singolo dettaglio, in modo che quando salgono sul ring o entrano in gabbia non si sentano mai, neppure per un secondo, impreparati. E questo approccio, una vera filosofia di vita, non vale solo nello sport ma in tutte le aree della vita di un individuo”.

Dentro MMA Atletica Boxe si allenano decine di ragazzi, donne e uomini di età ed estrazione sociale molto diversa. In cosa possono essere considerati simili?

“Chi viene da me lo fa perché guidato dalla volontà di confrontarsi con i propri limiti e di affrontare i sacrifici per superarli. Viviamo in una società che sempre più spesso illude, facendo credere che la vita sia facile e il successo a portata di click. Peccato che poi le cose difficili accadano e la gente, specie i più giovani, si scoprano impreparati a gestirle. Io insegno a chi viene da me, dai bambini di sei anni fino ai professionisti, che le cose facili rovinano, mentre le cose difficili aiutano”.

E mentre i fighter italiani, nel disinteresse della stampa sportiva, si fanno largo nella UFC e nel Cage Warrior - le promotion di MMA più famose del pianeta - le palestre marziali sono diventate una cartina di tornasole, un punto di osservazione privilegiato sul Paese e sulle contraddizioni alla base della fase di cambiamento che sta attraversando

Le storie di successo e rivalsa personale in cui ci si imbatte dentro MMA Atletica Boxe sono ovunque. A cominciare da quella di Anita Torti, avvocato civilista con occhi da principessa e mani di pietra, che a 32 anni iniziò una seconda vita sotto il segno dei guantoni. Lei la racconta così: “Andai a New York in fuga da tutto e lì cominciai ad allenarmi nella boxe. Improvvisamente, sentii che lo spirito combattivo che avevo da ragazza si era risvegliato e quando tornai a Milano cercai una palestra dove continuare. La scelta di Garcia fu obbligata: solo lui è in grado di darti sicurezza, di insegnarti a gestire l’ansia e a incanalarla verso qualcosa di positivo, di fare in modo che tu riesca a concentrarti solo su di te a prescindere da quello che pensano gli altri. È stato grazie al pugilato che, in un certo senso, ho davvero capito chi fossi”.

I benefici, dal quadrato del ring, si sono estesi anche alle aule di tribunale.

“È cambiato, in positivo, il mio approccio al lavoro. La boxe porta via molto tempo, ma questo mi obbliga a massimizzare quello che mi rimane nel modo migliore, aumentando l’intensità. Infatti ho fatto anche in tempo a prendere la patente nautica: sono davvero diventata All-Points anche nella vita”.

Una storia sportiva che ha qualcosa di magico, quella della Torti, visto che in pochi anni - ad un’età sportivamente “avanzata “- ha vinto il titolo italiano dei pesi leggeri ed è arrivata a giocarsi un titolo mondiale, sfuggitole per un pelo.

“In Italia non posso affrontare nessuno: le ho battute tutte e chi non ho battuto è perché non mi ha voluto affrontare”.

Ma se quello della Torti è un caso unico, lo stereotipo delle palestre da sport da combattimento come ricettacolo di sbandati ed estremisti, facendo un giro dentro MMA Atletica Boxe si rivela una fake-news.

Esemplare la storia dell’ex studente di filosofia Matteo Bonatti, 21 anni. Quattro mesi fa ha fatto il suo esordio nella gabbia nel suo primo match di MMA: ha vinto in totale scioltezza.

“Sono sempre stato affascinato dalla tecnica” spiega, “dalla possibilità di aumentare la propria conoscenza in un ambito al punto da sopperire ad eventuali gap genetici o di talento. Per questo mi sono appassionato al Brazilian ju-jitsu, un’arte marziale complessa che per questo necessita di tecnica e non di forza fisica”.

Anche per Matteo l’ingresso in palestra ha segnato un punto di svolta.

“Detesto il mondo social, quell’idea che il valore di una persona sia determinato esclusivamente dall’apparire, dalla propensione ad auto- celebrarti, dall’ostentazione. Da Garcia ho trovato un mondo affine al mio modo di pensare, dove a contare sono solo i fatti e il merito individuale. Cosa rarissima al giorno d’oggi, soprattutto in Italia”.

Il tema, nel nostro Paese, è cruciale. Persino il mito degli sport da combattimento come mondo “genuino”, dove si ottiene successo solo sulla base del merito, in Italia risulta un po’ appannato.

“Noi riusciamo a fare politica su tutto” interviene ancora Anita Torti. “All’inizio non volevano tesserarmi per motivi burocratici e ho fatto i primi incontri da tesserata nella federazione del Kosovo. Poi, guarda caso, quando ho cominciato a vincere quei problemi non c’erano più”.

“Diversamente da tutti gli altri contesti della vita, nella gabbia conti solo tu. Nella vita quasi sempre conta la botta di fortuna, la conoscenza giusta: nella gabbia no. È per questo che la soddisfazione di combattere un match, e vincerlo, è imparagonabile a qualsiasi altra cosa mi sia mai capitato di vivere”

Federico Fasciano, operaio chimico e lottatore Mma

“Qui dentro le cose funzionano in un modo” spiega Garcia. “Ma nel mondo non solo del pugilato, e delle MMA, le cose sono diverse. Sempre più spesso contano le relazioni, il cognome famoso, il fatto che la tua storia sia spendibile dai media. Noi andiamo dritti per la nostra strada, senza bisogno che nessuno ci regali niente. I risultati, alla fine, arrivano lo stesso”.

Come nel caso del milanese Stefano Paternò, il miglior peso welter italiano di MMA, da sempre allievo di Garcia. Uno che parla poco, si allena tanto e vince sempre: a Londra, pochi giorni fa, ha vinto il titolo pesi welter del Cage Warriors - la promotion europea più prestigiosa - e ora punta dritto ad un ingresso in UFC, non in sordina ma da protagonista.

E come prova a fare il 25enne Federico Fasciano, che con Garcia si allena dallo scorso ottobre. La sua è una storia di straordinaria forza di volontà. “Lavoro come operaio chimico, un lavoro pesante perché mi occupo anche di logistica e spesso faccio i turni serali, parlo di nove, dieci ore al giorno. Uscito da lì, la prima cosa che faccio è andare da Garcia”.

A sentire Fasciano – due match di MMA da professionista, vinti con Garcia all’angolo – non c’è luogo migliore sulla Terra che una gabbia con dentro un avversario pronto a metterti K.O.

“Diversamente da tutti gli altri contesti della vita, nella gabbia conti solo tu. Nella vita quasi sempre conta la botta di fortuna, la conoscenza giusta: nella gabbia no. È per questo che la soddisfazione di combattere un match, e vincerlo, è imparagonabile a qualsiasi altra cosa mi sia mai capitato di vivere”.

Per lui un futuro lontano dalla gabbia, e lontano da Garcia, non è nemmeno immaginabile.

“Se non fossi un fighter sarei uno spacciatore (ride). Scherzi a parte, le mie giornate sarebbero uguali a quelle di chiunque altro. Grazie agli allenamenti di Garcia mi sento diverso, ha innescato un cambiamento dentro di me che mi ha fatto crescere, facendomi diventare l’uomo che sono e che forse non sarei diventato”.

Sono le otto di sera e dentro MMA Atletica Boxe fa un caldo infernale. Nessuno sembra farci caso: sotto l’occhio di Garcia decine di corpi si arrotolano cercando di “passare la guardia”, si fronteggiano nel tentativo di “colpire d’incontro”. Ma che si tratti del principiante che cerca disperatamente di resistere o del campione che si prepara per giocarsi un titolo mondiale, non cambia nulla. La fatica, il sudore e (a volte) il sangue, sono uguali e soprattutto è uguale l’obiettivo: spostare l’asticella un po’ più in alto, giorno per giorno, un millimetro alla volta.

Per sentirsi vivi, nel mondo reale.

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