25 Luglio Lug 2018 0730 25 luglio 2018

Trump mette l’Iran nel mirino. E adesso inizia la battaglia per il Medio Oriente

Dopo la Corea e l’Europa per Trump è arrivato il momento di mettere mano all’agenda mediorientale. E si comincia dalle minacce all’Iran per consolidare la presenza Usa in Medio Oriente. Non sarà una faccenda tranquilla

Trump_linkiesta

Dopo aver dato uno scossone all’Asia via Corea del Nord e una botta all’Europa via Nato e Putin, Donald Trump ha ripreso il giro del mondo in ottanta casini e si è di colpo ricordato del Medio Oriente.
Prendendo l’abbrivio da un discorso del presidente Hassan Rouhani a un gruppo di diplomatici («America, non giocare con la coda del leone») di cui nessuno si sarebbe accorto, il Presidente Usa si è lanciato nella serie di minacce via Twitter che gli è congeniale e che tanto somiglia ai balloon in cui Gambadilegno impreca contro Topolino che l’ha fatto arrestare: fiamme, distruzione, rovina, maledizioni, niente più Coca Cola e invasione di cavallette. Il tutto tra gli ululati di piacere dei neocon che lo tengono a balia per contro del complesso industrial-militare (dall’ex direttore della Cia ora segretario di Stato, Mike Pompeo, al segretario per la Sicurezza nazionale John Bolton, uno dei più stretti consiglieri di George Bush junior, e con questo si è detto tutto), sempre allegri quando si può organizzare un bel cambio di regime e ottenere grandi risultati come in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria.

Noi si resta convinti che queste campagne americane siano sempre discorsi fatti a nuora perché suocera intenda. Trump minacciava di distruggere la Corea del Nord di “rocket man” Kim Jong-un per smuovere la Cina, grande patrona dello Stato protagonista della più veloce rincorsa al nucleare da quando esiste la Bomba. Cina che poi Trump, infatti, ha trascinato nella guerra dei dazi commerciali. Sempre Trump, se la prendeva con la Germania per far capire all’Europa, in forte attivo negli scambi con gli Usa, che la pacchia era finita e bisognava aprire il portafogli.

E infatti, oltre alle richieste di rimborso per le spese Nato e ai dazi su acciaio e alluminio (e magari chissà, anche sulle automobili), ha spedito alla Merkel l’ingiunzione a a comprare gas liquido americano invece di quello russo e al nuovo Governo italiano il caldo consiglio a completare il Gasdotto Transadriatico (meglio noto con l’acronimo inglese Tap), che dovrebbe portare in Europa il gas dell’Azerbaigian, Paese presidiato dagli interessi americani.

Dovremmo davvero credere che la Repubblica islamica, che pure negli ultimi anni si è allargata assai quanto a influenza strategica, sia questo gran pericolo per la trilateral Usa-Israele-Arabia Saudita?

Ecco, questa dell’Iran ci pare più o meno la stessa solfa. Dovremmo davvero credere che la Repubblica islamica, che pure negli ultimi anni si è allargata assai quanto a influenza strategica, sia questo gran pericolo per la trilateral Usa-Israele-Arabia Saudita, così ben fornita di basi militari (Usa), denari (Arabia Saudita), armamenti, eserciti (Israele), bombe atomiche (Israele), terroristi (Arabia Saudita) e servizi segreti (tutti)? Nessuno ricorda quando, a trattato sul nucleare ancora da firmare, gli scienziati iraniani del settore atomico venivano ammazzati come mosche a casa loro? L’Iran è un Paese orgoglioso e forte, ha un’enorme senso di nazione, ha un buon esercito e valide milizie, ma il divario di forze è incolmabile. Nello stesso tempo, agire militarmente sarebbe una follia: Teheran reagirebbe e avrebbe comunque i mezzi per fare grossi danni.

E quindi, a chi parla il neocon Trump quando minaccia l’Iran? A chiunque abbia in testa, per una ragione o per l’altra, di contestare il progetto di dominazione americana nella regione. All’Europa, per esempio, che dopo il trattato firmato nel 2015 si era illusa di poter riprendere a fare affari e che adesso si becca le sanzioni secondarie: le aziende europee che lavoreranno con gli iraniani andranno incontro alle ritorsioni Usa. Viene in mente la Russia, ovviamente, che ha mandato a monte i piani americo-sauditi di regime change in Siria. E anche la Turchia di cavallo pazzo Erdogan, che da un po’ di tempo si è messo a giocare in proprio ed è diventato inaffidabile. Per non parlare della Cina, che dell’Iran è il maggior partner commerciale e che con l’iniziativa della nuova Via della Seta sta per mettere il naso nella regione.

Insomma, la partita è complessa e, forse, non è nemmeno cominciata. Ne vedremo delle brutte​

Detto questo, si ha comunque l’impressione che l’Iran oggi si senta un pò più solo di quanto avesse previsto. L’Europa ha già cominciato a scappare. Fidarsi a lungo termine di Erdogan è impossibile. La Cina crede negli affari e nel potere del denaro, oggi con Ali Khamenei domani con un altro, per lei è lo stesso e mai si farebbe coinvolgere. La Russia…

La Russia di Vladimir Putin è scivolosa come un’anguilla. È sempre stata al fianco dell’Iran, anche ai tempi delle sanzioni contro gli ayatollah, e ha molto lavorato perché si arrivasse al trattato sul nucleare del 2015. Però concorda il business petrolifero con l’Arabia Saudita e dialoga con Israele, ovvero frequenta senza tante ambasce gli arcinemici di Teheran. Di più: agli israeliani permette pure di bastonare una volta al mese le basi iraniane in Siria, cosa che potrebbe evitare se solo fornisse a Bashar al-Assad lo stesso sistema antiaereo che di recente ha venduto, per dire, a Erdogan. Da fuori uno potrebbe pensare: a Putin va bene che Netanyahu limi un po’ le ambizioni di Ali Khamenei, un alleato forse diventato scomodo. E come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato però…

Insomma, la partita è complessa e, forse, non è nemmeno cominciata. Ne vedremo delle brutte. E se fossimo i leader della Repubblica islamica dell’Iran non dormiremmo sonni troppo tranquilli.

Potrebbe interessarti anche