26 Luglio Lug 2018 0745 26 luglio 2018

Dalla condanna di Belsito ai 49 milioni da restituire: la Lega ha un (grosso) problema con i soldi pubblici

La Lega ai tempi di Mani Pulite portava la manette in Parlamento all'urlo di Roma ladrona. Col tempo, dalla condanna di Cota all'affaire di Belsito in Tanzania e Cipro ha avuto parecchi problemi con la giustizia. Ultima, in ordine di tempo, l'ordinata confisca dei 49 milioni di rimborsi elettorali

MatteoSalvini_Linkiesta
Andreas SOLARO / AFP

Africani e meridionali sono sempre stati un problema per la Lega Nord, purché senza soldi e business. Per i voti e gli affari invece hanno rivestito ruoli determinanti dalle albe bossiane di inizio anni ’90 alla rinascita salviniana dopo l’affaire Belsito che in Tanzania e Cipro aveva portato un pezzo dei rimborsi elettorali. Per finire con le condanne in appello per peculato rimediate dagli ex consiglieri regionali del Piemonte dal 2010 al 2014, tra cui Roberto Cota. Il rapporto del Carroccio con i soldi pubblici è complicato e tra investimenti africani e cosche le inchieste hanno rivelato come il partito abbia sempre guardato il sud dell'Italia e del mondo.

Il caso Cota è solo l’ultimo di una sfilza di accuse e processi sulla regolarità dei soldi per i rimborsi elettorali da parte di quella Lega Nord che portava le manette in parlamento ai tempi di Mani Pulite e invocava «Roma ladrona». Gli 11 mila euro che per la corte d’Appello di Torino sono state indebitamente giustificati tra le spese per «fini politici e istituzionali» da Cota e i poco più di mille euro contestati all’attuale capogruppo alla Camera Riccardo Molinari impallidiscono davanti ai 49 milioni di rimborsi elettorali percepiti dal Carroccio tra il 2008 e il 2010 che la magistratura è determinata a recuperare e sequestrare.

Francesco Belsito che dopo la morte dell’ex tesoriere Maurizio Balocchi ha preso in mano la cassa del partito conosce tutto di quei 49 milioni e su come siano arrivati tramite rendicontazioni non veritiere presentate per ottenere i rimborsi elettorali da Camera e Senato. È sempre lui che cura la regia dei fondi del carroccio trasferiti all’estero tramite i diamanti in Tanzania e i denari su conti offshore a Cipro. Storia di sette anni di indagini e processi in cui si è inserita di prepotenza la decisione della Cassazione che ha dato il via libera al sequestro dei fondi del partito, articolazioni regionali comprese. Per i giudici i 49 milioni sono da confiscare perché «profitto del reato» ottenuto con «artifici e raggiri» all’interno di bilanci truffaldini.

Africani e meridionali sono sempre stati un problema per la Lega Nord, purché senza soldi e business. Per i voti e gli affari invece hanno rivestito ruoli determinanti dalle albe bossiane di inizio anni ’90 alla rinascita salviniana dopo l’affaire Belsito che in Tanzania e Cipro aveva portato un pezzo dei rimborsi elettorali. Per finire con le condanne in appello per peculato rimediate dagli ex consiglieri regionali del Piemonte dal 2010 al 2014, tra cui Roberto Cota. Il rapporto del Carroccio con i soldi pubblici è complicato e tra investimenti africani e cosche le inchieste hanno rivelato come il partito abbia sempre guardato il sud dell'Italia e del mondo

Una parte di quei denari è finita nelle tasche della «Family» di Umberto Bossi, condannato a Milano e Genova, insieme a Belsito, per aver usato quei fondi a fini personali. Nel processo di appello che si sta celebrando a Genova il procuratore generale Enrico Zucca ha elencato la destinazione finale di oltre mezzo milione di euro finiti nel pagamento delle multe dei figli Renzo e Riccardo, nelle famose lauree albanesi e nelle spese per la ristrutturazione di casa. La prescrizione salverà l’ex senatùr dall’accusa di truffa ai danni dello Stato, ma il pg ha comunque chiesto 22 mesi di carcere, otto in meno rispetto alla condanna di primo grado, e il sequestro del patrimonio personale.

Si attende che Matteo Salvini porti la Lega (non più Nord) a costituirsi parte civile nell’ambito del procedimento per riavere una parte del maltolto (sono costituite invece dall’inizio Camera e Senato). Ma fino ad ora il leader del Carroccio non si è deciso. Del resto, sibilline ma non troppo, son arrivate tramite una intervista a La Stampa anche le parole dello stesso Belsito che «Con Maroni i rapporti erano limitati perché all’epoca era ministro dell’Interno. Con Salvini invece erano più frequenti – afferma – Lui come europarlamentare si occupava di Radio Padania ed era molto attento a ricevere i fondi per pagare i giornalisti o i collaboratori» ma «in via Bellerio tutti sapevano che i collaboratori venivano pagati in nero», compresi Giorgetti, Calderoli e Bossi, ha aggiunto. La Lega si è invece costituita parte civile nel procedimento che vede alla sbarra Belsito con l’imprenditore Stefano Bonet, il socio in affari Romolo Girardelli (il cui nome già faceva capolino in alcune indagini sul riciclaggio delle cosche della ‘ndrangheta alla fine degli anni ’90 poi archiviate) e l’ex dirigente dell’ufficio acquisti di Fincantieri Stefano Lombardelli. Per i pm i tre operavano «per appropriarsi indebitamente di soldi pubblici».

Dichiarazioni che tirano in ballo il passato e il presente dello stato maggiore del Carroccio, impegnato a far passare i provvedimenti della Cassazione come battaglia politica. E sempre sul versante rimborsi elettorali le Fiamme gialle, e da qualche giorno anche gli ispettori di Bankitalia, cercano di ricostruire due operazioni sospette di riciclaggio che potrebbero essere collegate a esponenti della Lega o comunque riconducibili al partito. Si tratta di investimenti e somme tornate in Italia via Lussemburgo, dove una fiduciaria ha segnalato a Bankitalia un’operazione da tre milioni di euro. Se pure questi fossero denari pubblici dei rimborsi elettorali lo diranno i prossimi passi degli investigatori.

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