Marchionne non ha cambiato l’Italia, ma ha messo a nudo il nostro nulla politico

La parabola del manager di Chieti, deceduto ieri, è il racconto di un Paese che è rimasto fermo, mentre lui correva. Dalla politica industriale alle relazioni industriale, fino al fisco: tutte le debolezze che Marchionne ha messo a nudo e non siamo stati in grado di vedere

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26 Luglio Lug 2018 0850 26 luglio 2018 26 Luglio 2018 - 08:50
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Non era un santo, era un manager, Sergio Marchionne. E non era nemmeno un uomo che ha salvato l’Italia, o che l’ha cambiata. Semmai ha dimostrato quanto questo sia un Paese del tutto inadeguato al capitalismo del ventunesimo secolo, da qualunque lato lo si guardi. Un po’ di ha provato, a plasmarci a immagine e somiglianza dell’industria che aveva in testa, giusta o sbagliata che fosse. Un po’, legittimamente, ha deciso di fare a meno di noi. Se ci dividiamo - al solito tra agiografi e demonizzatori - sull’eredità industriale e politica del manager deceduto ieri, in effetti, è perché la storia ci racconta di come Marchionne, nel bene o nel male, abbia messo a nudo tutte le debolezze del sistema politico ed economico italiano.

Marchionne, per cominciare, ha dimostrato che un grande gruppo industriale, che ha l’ambizione di diventare un attore economico globale - in questo caso uno dei primi produttori d’auto al mondo - non può avere radici in Italia. Oggi FCA, non più Fiat è un gruppo che di italiano non ha nulla: dal marchio in inglese, al management internazionale, dai prodotti iconici ai mercati di riferimento. L’Italia, è uno degli ultimi lasciti di Marchionne, può essere soltanto il luogo dove produrre automobili di fascia alta destinate ad altri mercati, come il suv di Jeep o di Maserati. Ed è così a causa del nostro costo del lavoro, della nostra burocrazia, della nostra giustizia pachidermica, della nostra assenza di un’ecosistema a misura dei grandi player economici globali. Non lo eravamo nel 2004, quando Marchionne è diventato amministratore delegato della Fiat. Lo siamo ancora meno, oggi che se ne va.

Marchionne, anche, ha impetosamente dimostrato l’assenza di una politica - peggio: di una cultura industriale - nel nostro Paese. Muore, il manager di Chieti, nei giorni in cui ancora si discute che fare di Ilva e Alitalia. E stride, quest’incapacità di gestire due industrie chiave del nostro Paese, come quella dell’acciaio e del trasporto aereo, con la determinata ferocia con cui Marchionne ha gestito il rilancio di Fiat e dell’automobile, industria delle industrie. Peccato la Storia ricordi l’abbia fatto con Barack Obama, in America. E non con Berlusconi, Prodi, Monti, Letta o Renzi, in Italia, invece non si sono mai nemmeno posti il problema - se non tardivamente, col piano Industria 4.0 - di come dovesse cambiare l’industria in Italia, di come dovesse recuperare produttività, di come dovesse rapportarsi alle nuove tecnologie, di che posto avessimo noi nel mondo in trasformazione. È una storia figlia anche degli errori di Marchionne, come la sua sfiducia verso il futuro della mobilità elettrica, da lui definita, qualche anno fa “una minaccia per il pianeta”. Sfiducia di cui la politica italiana si è limitata a prendere atto, senza avere nulla da opporgli, non una visione, né un piano, né tantomeno una timida idea.

Marchionne ha dimostrato anche impietosamente l’assenza di una politica - peggio: di una cultura industriale - nel nostro Paese. Muore, il manager di Chieti, nei giorni in cui ancora si discute che fare di Ilva e Alitalia. E stride, quest’incapacità di gestire due industrie chiave del nostro Paese, come quella dell’acciaio e del trasporto aereo, con la determinata ferocia con cui Marchionne ha gestito il rilancio di Fiat e dell’automobile

La storia di Marchionne è anche la storia dell’agonia della rappresentanza sindacale italiana: nel giro di due anni tra il 2010 e il 2011, Marchionne uccide sia la Fiom, sigla dei metalmeccanici della Cgil, allora guidata da Maurizio Landini, sia la Confindustria. Sconfiggendo la prima nello storico referendum di fabbrica di Pomigliano d’Arco del 2010, quello che per la Fiom era un accordo “sulla carne viva dei lavoratori” e che invece - vinto grazie alla rottura dell’unità sindacale e al lungimirante sostegno di Fim e Uilm - ha fatto dello stabilimento campano uno dei migliori al mondo per qualità del lavoro. E uscendo sprezzante dalla seconda, nel 2011, con grande scorno di quel che rimaneva della paludata borghesia industriale italiana. In due mosse, senza troppe chiacchiere, il manager di Chieti ha dimostrato quanto fossero scatole vuote. Scegliendo di rompere con entrambi, di non appartenere a nessuno. Né Guelfo né Ghibellino, perché entrambi agonizzanti.

La storia di Marchionne, non nascondiamoci dietro un dito, è anche la storia di imprese che producono in Italia, ma che spostano la sede legale in Olanda e il domicilio fiscale a Londra, come hanno fatto Fca e Ferrari. Scelta legittima, intendiamoci, per una persona che ha come obiettivo quello di remunerare i propri azionisti: banalmente, perché loro sono paradisi fiscali e noi siamo l’inferno in terra del contribuente. È la storia di un Paese, per farla breve, che si perde per strada tutti i suoi maggiori contribuenti, e che se la prende con l’austerità europea o con gli immigrati perché non ci sono soldi o perché c’è ingiustizia sociale. Laddove invece dovrebbe porre con forza la questione del dumping fiscale dei paradisi fiscali europei come Regno Unito, Irlanda, Olanda e Lussemburgo.

Non era un santo, Marchionne, ma è stato un testimone dei guai della nostra politica e della nostra economia. Ce li ha indicati uno a uno, mentre noi ci facevamo belli dei suoi successi, come se fossero merito nostro. Forse la sua eredità, per noi italiani è proprio questa: l’attestazione brutale di tutte le nostre debolezze, di tutti i nostri limiti, di tutta la nostra incomprensione per il mondo in cambiamento, di tutta la nostra capacità di affrontarlo. Se ne faremo tesoro, forse un giorno finiremo davvero per ringraziarlo.

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