La storia segreta del Novecento? Chiedetela ai Sex Pistols

Esiste una Storia ufficiale e poi ci sono diverse storie, che scorrono lontano dai riflettori e talvolta, di colpo, diventano protagoniste. Come quella delle avanguardie, la cui storia alternativa è narrata in un libro di Greil Marcus che celebra il punk e i suoi messaggeri: i Sex Pistols

Sexpistols Linkiesta
29 Luglio Lug 2018 1007 29 luglio 2018 29 Luglio 2018 - 10:07

Un fantasma si aggira per il XX secolo: ha i capelli rossi e sparati di Johnny Rotten, il monocolo di Tristan Tzara e lo sguardo visionario di Guy Debord. Chiamatelo Cabaret Voltaire. Chiamatelo potlatch. Chiamatelo punk. È la critica radicale e corrosiva alla società contemporanea, è il sovvertimento di ogni cultura ufficiale, è la palingenesi al vetriolo della musica rock.

Tra il 1957, l’anno di nascita dell’Internazionale Situazionista nella piccola Cosio d’Arroscia, e il 1976, quando una scalcagnata band messa insieme dall’astuto proprietario di un negozio di abbigliamento sadomaso incide «Anarchy in the UK», non passano nemmeno vent’anni. Eppure tanto basta perché i semi gettati da surrealisti e dadaisti, e poi annaffiati dal situazionismo nel Maggio francese, germoglino nell’inno ufficiale della controcultura e della ribellione giovanile grazie a Malcolm McLaren e ai Sex Pistols.

Greil Marcus ci riporta là, tra le provocazioni dei lettristi e le prime creste del punk, a cercare di ricostruire cosa spinse le nuove generazioni di quegli anni a dare vita a linguaggi rivoluzionari, estetiche provocatorie e stili di vita controcorrente. Quella di Marcus è una storia alternativa del secolo breve narrata attraverso le sue avanguardie: un racconto eccentrico e appassionante in cui si mescolano musica e immagini, Never Mind the Bollocks e Manifesto dadaista, Saint-Just e Michael Jackson, l’Inghilterra del Dopoguerra e la Parigi del Sessantotto.

Con Lipstick traces il Saggiatore ripropone un classico della critica musicale contemporanea. Un errabondo viaggio attraverso il milieu elettrico del punk. Un’opera che indaga le connessioni underground tra le decadi, i movimenti e le forme artistiche del Novecento. Il tentativo di rendere il giusto tributo a quei quattro sfrontati ventenni che osarono gridare che Dio non può salvare la Regina, tantomeno noi. Ma che forse l’anarchia, almeno per un po’, può provare ad aiutarci.

Dall’interno di una sala da tè londinese, due signore ben vestite guardano semischifate un individuo fuori nella pioggia. «È quel vecchio straccione con il piffero!», dice una. Un cappellaccio di feltro calato fino agli occhi, l’uomo sta gridando: «Io sono un anticristo!». Sono passati «diciassette lunghi anni da quando Monty Smith è stato visto sul marciapiedi davanti al Sex’n’Drugs, il negozio di Malcolm MacGregor...», dice la didascalia di questa vignetta del fumetto di Ray Lowry sulle avventure di Monty Smith, profeta pop, vecchio e cialtrone.

Molti anni, certo: ma mentre scrivo, le prime battute di Johnny Rotten in «Anarchy in the uk», lo scoppio sconquassante di una risata, un urlo soffocato, poi parole solenni private chissà come di ogni retorica e calate nelle strade della città, restano le più potenti che io conosca. Ascoltare quel disco oggi, ascoltare Johnny Rotten che lacera i suoi versi e ne getta i brandelli al mondo, ricordare il suo ghigno divorante, mi fa venire i brividi ed è meglio che lasci perdere perché il cranio comincia a sudarmi. «Quando ascolti i Sex Pistols in “Anarchy in the uk”, “Bodies” e simili» ha detto una volta Pete Townshend degli Who «la prima cosa che ti colpisce è che stia davvero succedendo. C’è un tale capace d’intendere e di volere che sta dicendo di credere sinceramente che nel mondo stia verificandosi un certo fatto, e lo dice pieno di veleno, con vera passione. Ti commuove e ti spaventa... ti mette a disagio. È come se qualcuno dicesse: “Stanno arrivando i tedeschi! E non riusciamo a fermarli!”.»

È solo una canzonetta, un vecchio successo sgangherato, un sottoprodotto, e Johnny Rotten non è nessuno, un teppistello qualsiasi la cui più grande impresa, prima di quel giorno del 1975 in cui fu visto in King’s Road a Londra davanti al Sex’n’Drugs di Malcolm McLaren, era stata di infastidire occasionalmente i passanti. È una presa in giro... e tuttavia la voce che la esprime rimane una novità nel rock’n’roll, una novità nella cultura popolare del dopoguerra: una voce che rinnegava le realtà sociali, e rinnegandole affermava che tutto era possibile.

Una voce tuttora nuova, perché il rock’n’roll non l’ha superata. Niente di simile si era sentito nel rock’n’roll prima, e niente si è sentito dopo, anche se, per un periodo, quella voce è sembrata a disposizione di chiunque avesse il coraggio di usarla. Per un periodo, come per magia – la magia del pop che traducendo in suoni gli avvenimenti sociali crea simboli travolgenti delle trasformazioni della realtà –, quella voce ha rappresentato una nuova libertà di espressione. Con infinite voci diceva infinite cose nuove. Accendere la radio era sempre una sorpresa, spegnerla una fatica.

Oggi quelle vecchie voci suonano commoventi e straordinarie proprio come allora, in parte per la violenza delle loro rivendicazioni, in parte perché sono rimaste sospese nel tempo. I Sex Pistols sono stati una proposta commerciale e una minaccia culturale, sono stati lanciati per modi care il business della musica e fare i soldi su questo cambiamento... ma Johnny Rotten cantava perché voleva cambiare il mondo. Come chi, per un periodo, ha trovato nella sua la propria voce. E dai pochi pezzi che questo gruppo ha lasciato, si può intuire che è andata proprio così. Mentre li ascolti ti accorgi che stai pensando: «Sta succedendo davvero». Ma le voci rimangono sospese nel tempo perché guardando indietro non puoi dire: «È successo davvero». Se si prendono come parametro le guerre e le rivoluzioni, il mondo non è cambiato; siamo fermi a un’epoca in cui, per dirla con Dwight D. Eisenhower, «mai come ora, le cose sono come sono». Analogamente, rispetto alle rivendicazioni totali scatenate dai Sex Pistols, nulla è cambiato. Lo shock prodotto da quella musica è diventato lo shock della consapevolezza che un avvenimento tanto eclatante sia stato completamente ignorato dal business. «Non stava succedendo davvero.» La musica tenta di cambiare la vita; la vita va avanti; la musica viene lasciata indietro; questo è quanto.

I Sex Pistols hanno aperto una breccia nel contesto pop, in quel muro di assunti culturali che decidono quale musica si debba ascoltare e quali reazioni si debbano avere. E visto che gli assunti culturali sono definizioni imperative su come dovrebbe andare il mondo – costruzioni ideologiche percepite e vissute come fatti naturali – la breccia nel contesto pop è sconfinata nel quotidiano, dove la gente vive i gesti di tutti i giorni: fare il pendolare, lavorare in casa, in fabbrica, in ufficio o in strada, andare al cinema, fare la spesa, comprare dischi, guardare la televisione, fare l’amore, chiacchierare, non chiacchierare, compilare liste di cose da fare. Considerate le rivendicazioni che faceva al mondo, un disco dei Sex Pistols avrebbe dovuto cambiare il tuo modo di prendere il treno per andare al lavoro, cioè avrebbe dovuto mettere quest’azione in rapporto con tutte le altre, e poi rimettere in discussione l’intera faccenda. Così il disco avrebbe cambiato il mondo.

Elvis Costello ha raccontato cosa gli accadde quando era ancora Declan MacManus, un operatore di computer che stava aspettando il treno per Londra. Era il 2 dicembre 1976, il giorno dopo che i Sex Pistols erano apparsi in televisione per promuovere il disco che doveva cambiare il mondo: «“Avete visto i Sex Pistols in tv ieri sera?” Stavo andando a lavorare, e quel mattino sul marciapiede della stazione tutti gli altri pendolari stavano leggendo i giornali che riportavano i Sex Pistols nei titoli di testa: avevano detto “fuck” in tv. Sembrava che non fosse mai successo nulla di peggio. Certo non è stato uno dei maggiori eventi della storia, ma è stato un mat- tino glorioso, non fosse che per gli sbalzi di pressione che la cosa provocò nella gente». Era come l’avverarsi di un vecchio sogno, come se i Sex Pistols, o uno dei loro nuovi fan, o i pendolari intorno a lui, o la televisione stessa, avessero riscoperto la formula inventata nel 1919 a Berlino da un certo Walter Mehring, e poi ne avessero sperimentato ogni parola, eccetto quella che dà il nome al gioco:

??? Cos’è dadayama???
dadayama è essere raggiunti dalle stazioni ferroviarie solo con un doppio salto mortale
Hic salto mortale /
Ora o mai più /
dadayama fa
ribollire il sangue come pure
in amma la folla
nel crogiuolo /
(in parte arena per corride – in parte riunione del Fronte Rosso – in parte Assemblea Nazionale) –
1/2 dorato – 1/2 argentato
aggiungere valore aggiunto

= vita quotidiana1

Facendosi eco a mezzo secolo di distanza, Costello e Mehring pongono la questione che è alla base di questo libro: è sbagliato ritenere i Sex Pistols uno dei più grandi eventi della storia? E che cos’è in ogni caso la storia? Eventi che si lasciano dietro cose che possono essere pesate e misurate: nuove istituzioni, nuovi confini, nuovi padroni, nuovi vincitori e vinti? Oppure è anche il risultato di momenti che sembrano non lasciarsi nulla alle spalle se non il mistero di relazioni invisibili tra persone lontane nello spazio e nel tempo, ma che in qualche modo usano lo stesso linguaggio? Perché, per fare un esempio lampante, Mehring e Costello si ritrovano entrambi a parlare di stazioni e pressione del sangue? L’uso comune di parole specifiche è casuale, ma potrebbe anche suggerire affinità reali. Tutti e due stanno parlando della stessa cosa, cercando parole provocatorie, e questo, dopotutto, potrebbe non essere un caso. Se il linguaggio che stanno usando, l’impulso a cui danno voce, hanno una loro storia, non potrebbe trattarsi di un discorso molto diverso da quello che abbiamo sempre sentito?

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