Il Premio Pavese a Xi Jinping: i letterati italiani si inchinano al potere

Una sezione del Premio Pavese a Xi Jinping. Una scelta inspiegabile per diverse buone ragioni: un premio letterario non dovrebbe mai andare a un politico. Ancor meno a qualcuno che i letterati, non appena può, li mette in gabbia. Eppure noi premiamo il valore del suo “impegno civile”

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FRED DUFOUR / POOL / AFP

30 Luglio Lug 2018 0720 30 luglio 2018 30 Luglio 2018 - 07:20

Come tutti i premi anche il Premio intitolato a Cesare Pavese ha velleità alquanto vaghe. Ovviamente, “il Premio Cesare Pavese nasce per rendere omaggio a un autore divenuto un classico della letteratura italiana e internazionale”. Il Premio, leggo, “viene assegnato agli scrittori e agli intellettuali che meglio hanno saputo trasmettere il legame con il territorio, il valore dell’impegno civile o fornire punti di vista stimolanti su tematiche attuali”. Siamo alla catastrofe estetica: trasmettere il legame con il territorio, impegno civile e soprattutto fornire punti di vista stimolanti su tematiche attuali (ma cosa significa, ma cosa vuol dire?) non hanno nulla a che vedere con la letteratura (il cui unico impegno è la grandezza, il disastro interiore), sono caratteri talmente nebulosi e fuorvianti che vanno bene per premiare di tutto, Baricco come Faulkner come il primo che passa.

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In effetti il ‘Cesare Pavese’, arrivato all’edizione XXXV, è stato vinto, nel 2012, anche da Alessandro Baricco, per uno dei libri più anonimi, Tre volte all’alba. D’altronde, c’è da dire che il ‘Cesare Pavese’ è un premio di terza fascia: a chi non vince lo Strega, il Campiello, il Viareggio o il Bagutta, ma neppure il Premio Chiara, eppure ha il nobile pelo dell’intellettuale italico – cioè, non ha peli sullo stomaco – affibbiano il ‘Pavese’. Il premio è andato, di solito con i libri peggiori, ai soliti nomi, a Gad Lerner e a Umberto Eco (nel 2011, con il catacombale Cimitero di Praga), ad Aldo Cazzullo e a Vittorio Sgarbi, a Claudio Magris, a Beppe Severgnini, a Massimo Cacciari, a Roberto Vecchioni, a Cristina Comencini e ad Alberto Asor Rosa. Insomma, di solito il Premio intitolato a Cesare Pavese, poveretto, va a una manica di tromboni, di trombati dai premi che contano di più.

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Così, il povero Cesare Pavese, uno che dovrebbe essere un inno alla vita e alla giovinezza – lo sono, almeno, i suoi libri, Lavorare stanca e Il mestiere di vivere, un diario che pretende, ancora, alleati – è diventato una vera tristezza. Anche quest’anno, secondo il solito schema, il premio è andato a due tromboni trombati da altri club letterari: Lidia Ravera e Corrado Augias, con due libri di rara inutilità, Il terzo tempo e Questa nostra Italia. Quest’anno, però, il ‘Cesare Pavese’ ha fatto, come dire, uno scatto in avanti verso il progresso. Per meglio dire, ha pisciato fuori dal vasetto letterario.

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