Siamo diventati razzisti? No, peggio: stiamo diventando un Paese di vigliacchi cattivi

Sette episodi di aggressioni a stranieri nel giro di poche settimane. Ma dietro il razzismo, si nasconde una patologia ancora peggiore, che mina alle fondamenta il nostro patto sociale: che si può usare violenza contro chi ci da fastidio

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TIZIANA FABI / AFP

30 Luglio Lug 2018 0730 30 luglio 2018 30 Luglio 2018 - 07:30

In principio fu Luca Traini: tutte le cronologie dell'estate del razzismo strisciante, degli American Sniper del terrazzino, partono dai fatti di Macerata, individuando lì - nel giustiziere di provincia che si arma e reagisce sparando allo choc emotivo dell'orribile assassinio di una ragazza sconosciuta - l'evento seminale dell'armiamoci e cacciamoli. Ma Luca Traini è un border line di periferia. Perde la testa dopo uno dei delitti più sconvolgenti degli ultimi anni. Rivendica la sua azione. Non mente. Accetta il carcere, anzi si consegna. Ammette durante il processo di aver sparato «per colpire gli spacciatori e vendicare Pamela». Tutti i casi successivi non hanno nulla a che vedere con lui, sono di una "qualità" diversa e possibilmente peggiore.

Non è uno sbandato trafitto da un improvvisa tempesta emotiva il cinquantottenne romano - così giovane e già in pensione dal Senato: un privilegiato - che dalla finestra mira ai rom e colpisce una neonata rischiando di ucciderla. Non c'è un fatto di cronaca eclatante a spiegare la rabbia improvvisa dei ragazzi di Partinico che si siedono al bar e decidono di menare il cameriere di colore che li sta servendo, immaginiamo con gentilezza, per guadagnarsi una mancia come tutti i giovani che lavorano. Non c'è aggressione, o stupro, o violenza prima del folle inseguimento di ieri sera ad Aprilia che ha lasciato sul terreno, morto, un quarantenne forse ladro e forse no dopo un inseguimento di gruppo. E così in ogni altra vicenda di questi mesi si intravede più che la follia della ritorsione razzista - "Ora basta!" - una disgustosa vigliaccheria, lo sfogo disordinato di istinti aggressivi su vittime casuali, senza nemmeno il coraggio di confessarlo visto che tutti, dopo, si giustificano come i bulli presi in castagna: provavo l'arma, sparavo a un piccione, è successo per caso.

Sette fatti analoghi in poche settimane indicano uno slabbramento dei freni inibitori e dell'autocontrollo su larga scala e sono abbastanza per aprire un ragionamento comune sui rischi che corre il patto sociale se si avvalora l'idea che sia "normale" liberarsi di ciò che ci dà fastidio sparando o cacciandolo a calci

Sbaglia chi sottovaluta questa catena di episodi, ma anche chi la usa come un'arma contundente contro il governo. Otto o nove fatti analoghi in poche settimane (parliamo di quelli denunciati: quelli accaduti potrebbero essere molti di più) indicano uno slabbramento dei freni inibitori e dell'autocontrollo su larga scala e sono abbastanza per aprire un ragionamento comune sui rischi che corre il patto sociale se si avvalora l'idea che sia "normale" liberarsi di ciò che ci dà fastidio sparando o cacciandolo a calci. Il detonatore forse in questa fase è il razzismo, ma non dimentichiamo che il nostro Paese ha tristi record anche in materia di femminicidi e violenza sulle donne, per non parlare degli atti intimidatori legati alle bande di quartiere e alle piccole mafie, o alla catena di aggressioni dei professori a scuola. Non possiamo permetterci questo ulteriore passo nel buio dell'homo homini lupus, ma il passo si compirà se daremo l'idea che condannare questi matti sia una cosa di sinistra e ignorarli o addirittura difenderli una cosa di destra: se, cioè, daremo ad intendere che tutto ciò abbia una coloritura politica anzichè una natura criminale e sociopatica.

La destra, in particolare, dovrebbe provare un'istintiva repulsione per il minimo comune denominatore di queste aggressioni seriali, che è la vigliaccheria e il colpo alle spalle verso persone generalmente inermi, giacché gli American Sniper del terrazzino sparano su bambini, operai al lavoro sulle gru, braccianti di ritorno dai campi. E alla lontananza antropologica dovrebbe unirsi la distanza politica, visto che la narrazione del momento è quella di uno Stato che si riprende le sue potestà e prerogative, sicuramente incompatibile con il repulisti fai-da-te che questi squilibrati immaginano.

La domanda da porsi, insomma, non riguarda tanto la stucchevole polemica sul razzismo degli italiani ma il possibile argine all'incattivimento del Paese, agli istinti rabbiosi che da molto tempo esprime, non solo sui social e nelle urne elettorali: se nemmeno il tanto auspicato "governo forte" riesce ad arginarli, se neanche la svolta in materia di immigrazione li tiene a bada, se il sordo rancore della gente non è rasserenato neanche dal governo del grande cambiamento, cosa mai potrà riuscirci?

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