31 Luglio Lug 2018 0725 31 luglio 2018

La fine delle utopie: come morirono (male) le comunità di uomini nuovi nate con la Rivoluzione francese

Il filosofo francese Charles Fourier predicava una società anti-borghese, collettivista, libera e che condivideva tutto. Ma a mettere in pratica le sue idee furono altri, e fu sempre un disastro

Melting Snow, Utopia, Ohio

La ricerca dell’utopia ha portato tanti guai. Si prenda ad esempio il filosofo francese Charles Fourier, super libertino, nemico della borghesia, amico di Rousseau e grande inventore di comunità utopistiche basate sulla mutua assistenza e sul rispetto dell’essere umano, anche nei suoi lati più istintivi e passionali. Le chiamava “falansteri” (da falange) e traducevano i principi sociali (condivisione – anche dei partner – assistenza, collettivismo) in forme architettoniche ben precise. Per essere precisi, un complesso di appartamenti di quattro piani suddivisi in due ali: una per i bambini e i lavori rumorosi e un’altra con sale da ballo e luoghi di incontro. Chi ci viveva doveva prendersi in carico alcuni compiti particolari, e chi si prendeva quelli meno apprezzati (ad esempio, occuparsi dei rifiuti) prendeva un salario più alto.

(Se ci si pensa, è l’esatto opposto di quanto avviene adesso).

Nell’utopia tratteggiata da Fourier il numero esatto di componenti di ogni falansterio doveva ammontare a 1.620. Un semplice calcolo derivante dalla sua convizione che l’essere umano provasse solo dodici passioni (vista, udito, tatto, gusto, odorato, onore, amicizia, amore, familismo, passione cabalista/intrigante, alternante/cangiante e composita/esaltata) ed esistessero, di conseguenza, ben 810 tipi di carattere, che in ogni comunità andavano moltiplicati per due.

Insomma: finché le sue idee rimasero teoria, tutto andò bene. Le cose cambiarono quando qualche fanatico, ispirato dal nuovo clima provocato dalla Rivoluzione francese, decise di mettere tutto in pratica. Va detto subito: ogni tentativo (chissà perché) fallì.

Uno dei più clamorosi fu quello di Utopia, nell’Ohio. L’insediamento avvenne nel 1844, poco dopo la morte del filosofo. Con 25 dollari ogni famiglia che accettava di far parte della comunità avrebbe ottenuto una casa di legno e un lotto di terra. Tutto veniva organizzato secondo i principi messi in luce da Fourier, che preconizzava per i suoi falansteri “80mila anni di armonia perfetta”. Il primo tentativo durò tre anni.

Il secondo venne riorganizzato concedendo ampi spazi all’economia di mercato e alla proprietà privata. E poi, con una mossa molto furba, il palazzo principale fu spostato, mattone per mattone vicino al fiume. Cosa poteva andare storto? Come era ovvio, dopo poche settimane si registrò una piena violenta: il fiume Ohio inondò la comunità e spazzò via il palazzo principale, in cui i poveri paesani avevano perfino cercato rifugio. Finì qui? Nemmeno per sogno.

La comunità si riorganizzò subito e divenne una colonia anarchica seguendo l’autorità di Josiah Warren. La terra era un bene privato, il mercato era libero e il lavoro era la base del valore di scambio. Questo esperimentò durò più a lungo, almeno fino al 1875. Ma era stato messo a dura prova dalla Guerra Civile e dall’aumento dei prezzi dei terreni circostanti. Alla lunga divenne molto difficile entrare e molti scelsero di andarsene.

Ma non morì. Ancora oggi la città di Utopia è ancora in piedi. Viene considerata una ghost town, ma alcune persone ci vivono ancora. Il sogno di Fourier, che pure portò tanti guai a chi tentò di realizzarlo, non si è ancora spento.

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