La scuola deve insegnare a usare gli smartphone, non vietarli

In Francia, dopo le promesse elettorali di Macron, il parlamento ha approvato una legge che vieta tutti i dispositivi connessi a internet nelle aule scolastiche. Ma proibire non è una soluzione, soprattutto perché le scuole sono l'unico luogo in cui insegnare come si usano

smartphone scuola linkiesta
1 Agosto Ago 2018 0705 01 agosto 2018 1 Agosto 2018 - 07:05

È ufficiale, dopo le promesse elettorali di Macron ora il parlamento francese ha ratificato con una netta maggioranza il progetto di legge che vieta l'uso dei cellulari, ma anche di tutti i dispositivi elettronici che hanno la possibilità di connettersi a internet, nelle scuole primarie di tutta la Francia. In realtà non è una novità assoluta, visto che già una norma del 2010 vietava l'uso degli smartphone durante l'insegnamento, ma, a detta del ministro dell'Istruzione francese Jean-Michel Blanquer, serviva qualcosa di più.

Bene, ora qualcosa di più è arrivato: la legge entrerà in vigore a settembre e riguarderà studentesse e studenti delle scuole primarie, dai 12 fino ai 16 anni, l'86 per cento dei quali, in Francia, possiede uno smartphone. Numeri che fanno venire il mal di testa, soprattutto se li incrociamo con i tassi di dipendenza dall'uso degli smartphone, altissimi sia tra i giovani che tra i meno giovani, e con gli studi sul crollo della capacità di concentrazione a scuola, per molti legata a doppio filo alla diffusione degli smartphone e della connettività 24/7.

Ma attenzione, perché se di primo acchito la decisione sembrerebbe di quelle sagge, di buon senso, volte a migliorare il sistema scolastico e a preservare l'ecosistema per renderlo propedeutico all'apprendimento, il rischio è che una legge del genere sia un immenso autogol, una ritirata antistrategica da parte di una istituzione, la scuola, che è e resterà sempre la prima linea per uno Stato che ha bisogno di formare i propri cittadini.

È vero, il verbo educare nella sua origine latina di ex + ducere significa condurre fuori e quel fuori si intende dalle cattive abitudini. Più precisamente, come riporta il dizionario etimologico, significa “aiutare con opportuna disciplina a mettere in atto, a svolgere le buone inclinazioni dell'animo e a combattere le inclinazioni non buone”. Ma siamo veramente sicuri che un approccio proibizionista possa funzionare? Ha veramente senso rendere le aule scolastiche dei luoghi totalmente analogici, digital free, cercando artificialmente di mantenere le stesse condizioni in cui ci siamo cresciuti noi, a scuola, qualche decennio fa?

Gli strumenti vanno insegnati, spiegati, analizzati, compresi e anche duramente criticati, è ovvio, ma mai vietati, soprattutto a scuola

La risposta, che per alcuni potrebbe anche essere controintuitiva, è no. Non ha senso. Ed ha ancora meno senso se a vietarlo, per finire col barricarsi in un passato totalmente analogico, sono proprio le scuole, avamposti per eccellenza della cultura, luoghi dove gli strumenti vanno insegnati, spiegati, analizzati, compresi e anche duramente criticati, è ovvio, ma mai vietati, soprattutto perché qui si parla non soltanto di smartphone, ma anche di tablet e, più in generale, di qualsiasi cosa abbia accesso a internet.

Si obietterà che è previsto dalla stessa legge francese che, in alcuni casi, il divieto si possa aggirare, ovvero quando questi strumenti possono essere usati al servizio dell'apprendimento, ma il significato delle legge non è certo quello anche perché questa ultima possibilità è lasciata all'autonomia di ogni scuola. Lo stesso ministro francese, nelle dichiarazioni riportare dai quotidiani, non ha nascosto il significato simbolico della legge, che sarebbe per lui un segnale importante, un messaggio forte alla società francese e internazionale.

Ecco, appunto, qui sta il problema. Il valore simbolico di una legge che considera un dispositivo connesso a internet il male è un pessimo messaggio, soprattutto se parliamo di scuole. È un messaggio di chiusura, di paura, ma soprattutto di ignoranza. Ed è un messaggio che fa più male che bene, perché questo sarebbe il momento di decisioni opposte, sarebbe il momento di introdurre delle ore di educazione digitale, così come si fa educazione civica. È dentro le scuole infatti che si combatte la battaglia più importante che abbiamo davanti per questo secolo: imparare ad essere noi i padroni degli strumenti, e non il contrario.

Imparare a usarli, imparare il loro linguaggio, magari con l'aiuto di programmatori, sviluppatori, persino di psicologi, che magari già che ci sono insegnino anche ai professori a usare le nuove tecnologie. Senza averne paura. Perché la paura uccide la mente, come diceva il giovane Paul Atreides di Dune, e noi, della mente e della lucidità, di questi tempi ne abbiamo sempre più bisogno. Così come abbiamo bisogno di capire che il problema non sono mai gli strumenti, ma al limite sono gli esseri umani che li tengono in mano.

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