2 Agosto Ago 2018 0745 02 agosto 2018

Prestito d'onore all’Università? Un regalo alle banche che “strozza” gli studenti

A inizio luglio il Miur ha inviato un questionario agli studenti universitari per valutare l'eventuale introduzione del “prestito d'onore” come metodo di pagamento. Le criticità dello strumento, però, sono già evidenti in Usa e Gran Bretagna, che ora devono far fronte a un'enorme bolla finanziaria

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E se il diritto allo studio venisse comodamente pagato in anticipo con un “prestito d’onore” da istituti bancari et simili per poi essere saldato in futuro con interessi? No grazie, hanno risposto gli studenti universitari che si sono ritrovati nella loro mail un questionario inviato direttamente dal Miur a inizio luglio. Una prova per tastare il terreno, sembrerebbe, e valutare un’eventuale introduzione di uno strumento finanziario che metta a disposizione degli studenti prestiti per favorire l’accesso a percorsi di istruzione universitari e post-universitari. «È un questionario che non ha alcuna validità scientifica – commenta Elisa Marchetti, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari (Udu) –, e oltretutto non entra nel merito della questione. Si limita a chiedere quali possano essere i “timori” nel contrarre un prestito, ma non viene fatta alcuna menzione di chi gestirebbe finanziariamente il prestito e, soprattutto, dei tassi d’interesse». Una storia che si ripete, se si pensa che già nel 2009 la Banca Europea degli Investimenti aveva commissionato al Dipartimento di Scienze Economiche di Verona una ricerca sul prestito d’onore per gli studenti, che supportava gli stessi strumenti e criticava duramente il valore legale del titolo di studi.

Il progetto non è stato né confermato né smentito dal Miur, ma in seguito alle richieste degli studenti di fare chiarezza sul proprio domani - con tanto di petizione sul sito Change.org -, il sottosegretario Giuliano ha parlato di «valutazione ex ante, volta a verificare la fattibilità di tale operazione». Ma un’operazione tale è fattibile? Intanto, l’introduzione del questionario lascia intendere che la proposta è stata inserita nel “Programma Operativo Nazionale Ricerca & Innovazione 2014 -2020” con l’obiettivo di intervenire in alcune aree con criticità nel Paese, utilizzando 926 milioni di euro provenienti dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo sociale europeo (FSE) e 360 milioni di euro derivanti dal cofinanziamento nazionale. Il punto è che gli assi di intervento dello stesso programma si riferiscono a temi ben diversi e inerenti la Ricerca, tra infrastrutture, cluster tecnologici e progetti di ricerca su tecnologie abilitanti. Nulla a che vedere con il prestito d’onore. Inoltre, «sarebbe molto grave se i risicati fondi indirizzati a creare “misure a favore della mobilità” (83 milioni di euro) fossero utilizzati per istituire i prestiti d’onore piuttosto che per finanziare gli strumenti ordinari del diritto allo studio, in primis le borse di studio», sostiene Marchetti.

Il questionario lascia intendere che la proposta è stata inserita nel “Programma Operativo Nazionale Ricerca & Innovazione 2014 -2020” con l’obiettivo di intervenire in alcune aree con criticità nel Paese, utilizzando 926 milioni di euro provenienti dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo sociale europeo (FSE) e 360 milioni di euro derivanti dal cofinanziamento nazionale. Il punto è che gli assi di intervento dello stesso programma si riferiscono a temi ben diversi e inerenti la Ricerca

Si è detto che il prestito d’onore è uno strumento che da decenni è attivo nei sistemi universitari anglofoni, indirizzato principalmente alle classi più povere, ma con possibilità di accedervi anche per quelle più abbienti. «Anche in questo caso – prosegue Marchetti – è già stato ampiamente dimostrata la pericolosità del prestito d’onore, sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna, con gravissime ripercussioni sociali per chi non è stato in grado di ripagare il debito». Tutto confermato da autorevoli testate internazionali come New York Times, Guardian e BBC News, che hanno sottolineato come il prestito d’onore si sia rivelato uno strumento fallimentare. O meglio: in un primo momento, in seguito alla crisi del 2008, è stato utile a “lusingare” le banche, che guadagnano importi consistenti attraverso il pagamento degli interessi da parte degli studenti. Successivamente questo metodo di “supporto allo studio” ha creato negli Usa una bolla finanziaria di ben 1300 miliardi di dollari e solo nel 2017 son stati registrati 3 mila default al giorno, con un aumento del 17% rispetto all’anno precedente. Ciò che è rimasto, allora, non è la mobilità sociale, ma l’inasprimento delle disuguaglianze sociali. Come reso noto già nel 2012 dagli analisti del New York Times nell’articolo “For Poor, Leap to College Often Ends in a Hard Fall”, i prestiti hanno creato sacche di popolazione che si trascineranno con sé debiti contratti per gli studi, talvolta non completati proprio perché consci del fatto che quelle cifre, così alte, non potranno mai essere saldate in caso di prosieguo. Stessa sorte in Gran Bretagna, dove il prestito d’onore è stato inizialmente introdotto come strumento parallelo alle borse di studio. Dopodiché, la bolla di debito contratto dagli studenti ha raggiunto 100 miliardi di sterline nel 2017, con un aumento del 16,6% rispetto all’anno precedente. Un record che ha visto un progressivo aumento di suicidi (134 nel 2015) e problemi di salute mentale, come depressione e dipendenza alcolica, che negli ultimi 10 anni sono quintuplicati.

Questo metodo di “supporto allo studio” ha creato negli Usa una bolla finanziaria di ben 1300 miliardi di dollari e solo nel 2017 son stati registrati 3 mila default al giorno, con un aumento del 17% rispetto all’anno precedente. Ciò che è rimasto, allora, non è la mobilità sociale, ma l’inasprimento delle disuguaglianze sociali

Che fine fa dunque il diritto allo studio? «Una riforma che guarda seriamente all’Università – afferma Marchetti – deve partire dall’aumento delle borse di studio, il ridimensionamento dei costi dei servizi e le tasse universitarie». Se si guarda il recente rapporto sulla condizione studentesca del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, risulta che gli idonei alla borsa di studio tenderanno a salire (nell’a.a. 2016/2017 erano 175.170): vuoi per effetto dell’aumento delle soglie massime per l’idoneità a 23 mila euro ISEE, vuoi per un primo impatto della “no-tax area” nazionale sulle immatricolazioni di studenti a basso ISEE. A ciò si aggiunge il fatto che sempre più atenei, come accade in Lombardia, Veneto e Sicilia, oltre ad anticipare i fondi per l’erogazione delle borse, stanziano fondi propri per la copertura vera e propria. Ma c’è dell’altro: tra le voci che si occupano di finanziare il diritto allo studio, ce n’è una, il FIS (Fondo integrativo statale per l’erogazione delle borse di studio), che non “chiude i conti”. Per far sì che tutti gli studenti idonei siano anche beneficiari, infatti, servirebbero 350-370 milioni di euro, mentre ad oggi se ne contano 217. C’è da dire che il Fondo è stato incrementato, ma a sufficienza per coprire i tagli del 2010. Mancano all’appello 150 milioni di euro.
Altro tasto dolente è la contribuzione studentesca. Se nel 2005 la tassa media a livello nazionale era di 775 euro, dieci anni dopo lo studente paga 1250 euro circa (+61%). Al Sud si è registrato un aumento del 90%, mentre nel Centro si conta il +56% e al Nord si arriva al +43%, anche se partendo da una tassazione media già più alta. Dal 2008 al 2016, inoltre, a fronte di un calo di iscritti del 17%, il gettito complessivo della contribuzione studentesca è aumentato al 24%, arrivando a pesare più di 1 miliardo e 680 milioni di euro. Così si sfora continuamente il limite di legge che dovrebbe garantire un gettito che non superi il 20% di quanto ricevuto dallo Stato in FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario). Complessivamente, in Italia, agli studenti vengono sottratti ben 259 milioni di euro. «I problemi delle nostre università sono ben altri – conclude Marchetti -, non si può pensare di svendere un principio sacrosanto come il diritto allo studio per appagare qualche banca e lasciare gli studenti in balìa di un futuro fin troppo incerto».

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