Quesiti linguistici

Acqua “potabile” o “potabilizzata”? Risponde la Crusca

Sui cartelli affissi vicino ad alcune fontane è scritto: “Acqua non potabilizzata”. È giusto? L’Accademia della Crusca dà la sua risposta

Fountain Linkiesta

(Pixabay)

4 Agosto Ago 2018 0745 04 agosto 2018 4 Agosto 2018 - 07:45

Tratto dall’Accademia della Crusca

... Perché non scrivere semplicemente acqua non potabile? Non potabilizzata, cioè non sottoposta al trattamento che rende potabile l’acqua, è la dichiarazione di una procedura, mentre un avviso dovrebbe dare conto solo del suo risultato: l’acqua (non essendo stata potabilizzata) non è potabile. Dunque soltanto una percezione burocratica della comunicazione può indurre a precisare che non è potabilizzata un’acqua perciò stesso non potabile; a meno che non si sia voluto precisare che l’acqua può essere potabile, ma non è stata sottoposta al trattamento che la rende formalmente tale. Nella testa contorta dei burocrati potrebbe starci pure questo paradosso! Quanto alla paura indotta dagli avvisi (per replicare a un’altra osservazione del nostro lettore), linguisticamente dipende dal NON, non da potabilizzata; anche NON bevibile metterebbe un po’ di timore.

E veniamo invece all’eventuale dubbio sulla correttezza grammaticale del verbo potabilizzare e relativo participio passato. Qui la risposta è più complicata. Potabilizzare (che il GRADIT data in italiano al 1935 ma Google libri consente di retrodatare almeno al 1868), nel senso di ‘rendere qualcosa potabile (aggettivo dotto di origine latina, attestato almeno dal Seicento), bevibile’, appartiene alla famiglia morfologica di sensibilizzare, stabilizzare, responsabilizzare, immobilizzare, impermeabilizzare, contabilizzare e pochi altri. È un verbo formato col suffisso -izzare da un aggettivo che termina in -bile.

Gli aggettivi a suffisso -bile, molto numerosi in italiano, derivano a loro volta, nella stragrande maggioranza dei casi, da un verbo cui aggiungono un valore modale (“che può essere x”), parafrasabile perlopiù mediante diatesi passiva (fattibile = che può essere fatto), tanto che il verbo sia transitivo (prevedibile = che può essere previsto) quanto che sia intransitivo (godibile = che può essere goduto). La diatesi passiva non è tuttavia sempre presente per derivati da verbi intransitivi, basti pensare a deperibile o a transitabile da deperire e transitare (D. Ricca, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 422-429).

Gli aggettivi deverbali a suffisso -bile non generano a loro volta verbi che ne conservino il significato (lavabile non ha dato *lavabilizzare, né ballabile*ballabilizzare), che è prodotto diversamente (magnetizzabile ha il corrispondente verbale in potere + il passivo di magnetizzare, derivato da magnete; ammortizzabile lo ha in potere + passivo di ammortizzare, da ammortare ecc.).

Ma potabile appartiene al piccolo gruppo di aggettivi non deverbali a terminazione -bile, che hanno cioè una base primaria in aggettivi con questa terminazione del latino (sensibile, stabile) o di altra lingua (responsabile, contabile dal francese) e possono produrre verbi in -izzare. I verbi così prodotti sono parafrasabili come ‘rendere qualcuno x-bile’ (responsabilizzare = rendere qualcuno responsabile) e non hanno in genere la valenza passiva degli aggettivi in -bile ma quella attiva (sensibilizzare = rendere qualcuno sensibile, cioè tale che possa sentire, notare qualcosa, non tale che possa essere sentito, notato) o quella media (immobilizzare non significa ‘rendere qualcuno tale che non possa essere mosso’ quanto ‘che non possa muoversi).

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