4 Agosto Ago 2018 0745 04 agosto 2018

Cambiamento? No grazie. L’Italia ha scelto Lega e Cinque Stelle perché vuole che tutto rimanga uguale

L'ultimo saggio dell’economista Tyler Cowen sulla “classe compiaciuta” americana spiega perché quel che noi chiamiamo populismo non è altro che conservatorismo. E perché dietro alla retorica del cambiamento si nasconde il bisogno di non cambiare nulla

Salvini Dimaio Linkiesta

Alt un attimo: e se non avessimo capito nulla, della vittoria di Lega e Cinque Stelle, del governo del cambiamento, del popolo contro le élite, dei nuovi contro l’establishment? E se invece fosse un tentativo, chiamatelo pure gattopardesco, se volete, di cristallizzare l’esistente? Se i gialli e i verdi non fossero che i supremi guardiani dello spirito del tempo che attraversa l’Occidente, la “resistenza verso le cose nuove”?

Il dubbio viene, leggendo l’ultimo saggio di Tyler Cowen, “La classe compiaciuta”, appena pubblicato in Italia da Luiss University Press. Il dubbio viene perché l’analisi di quello che è considerato uno degli economisti e pensatori più influenti al mondo, affronta il nostro rapporto con la modernità seguendo la rotta della contro-intuizione, a partire dal neologismo - “classe compiaciuta” - che dà titolo al libro, che stride di fronte a chi vede nelle vittorie di Trump, della Brexit, di Salvini e Di Maio, un ceto medio impoverito che ribolle di rabbia e rancore contro lo status quo e vorrebbe cambiare tutto: “Ho coniato l’espressione classe compiaciuta - spiega Cowen - per descrivere il numero crescente di persone nella nostra società che accettano, vedono con favore o addirittura mettono in atto una resistenza verso le cose nuove, diverse o che costituiscono una sfida”. Non è un’attitudine da ricchi, né da ceto medio impoverito, né da nuovi poveri. O meglio, lo è di tutte e tre. Per Cowen la classe compiaciuta è fatta di membri della classe privilegiata, “che ritengono le loro vite siano eccellenti e vogliono che restino come sono”, da quelli che si trincerano e che “sperano di riuscire a tenersi stretta quella che è una vita abbastanza decente, qualunque ne siano le tensioni e le manchevolezze”, e da quelli che rimangono bloccati il cui passato, presente, futuro “sono piuttosto negativi e non sono contenti della loro situazione”, persone che ”non hanno mai avuto una qualche opportunità”.

Un blocco eterogeneo e trasversale, né di destra né di sinistra, per l’appunto. Con un solo obiettivo: non cambiare nulla. O cambiare il meno possibile. O tornare alla casella di partenza, prima che qualcuno provasse a cambiare le cose. Vale per la rust belt americana che vuole tornare ad avere le fabbriche che sono finite in Cina e un muro al confine con il Messico per non far entrare nessuno, sulla veranda col fucile in mano come Walt Kowalski in Gran Torino. Vale per l’Italia, se pensate al fatto che il verbo più usato nell'ultima campagna elettorale, quella delle politiche del 4 marzo, sia stata abolire - la legge Fornero, il jobs act, la buona scuola, l’obbligo vaccinale -, e come nei primi cinquanta giorni di governo, il leit motiv sia stato il ritorno a uno stato delle cose antecedente a quel momento della Storia, facciamolo pure coincidere col 9 novembre del 1989, in cui il mondo ha iniziato a cambiare vorticosamente, con internet, il mercato globale, le migrazioni, l’Unione Europea. Nel mondo della classe compiaciuta - o blocco unico conservatore, chiamatelo come preferite - ci sono i dazi, le frontiere, le partecipazioni statali, le nazionalizzazioni, le pensioni retributive e il posto fisso, come negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.

“Ho coniato l’espressione classe compiaciuta - spiega Cowen - per descrivere il numero crescente di persone nella nostra società che accettano, vedono con favore o addirittura mettono in atto una resistenza verso le cose nuove, diverse o che costituiscono una sfida”. Un blocco eterogeneo e trasversale, né di destra né di sinistra, per l’appunto. Con un solo obiettivo: non cambiare nulla. O cambiare il meno possibile. O tornare alla casella di partenza, prima che qualcuno provasse a cambiare le cose.

Tutti quei cambiamenti hanno rivoluzionato il mondo, racconta Cowen, ma “gli effetti di questi cambiamenti hanno avuto sulla società un impatto inatteso: ci hanno resi più avversi al rischio, più attaccati alle nostre abitudini, più isolati”. Non si tratta solo di politica: agli algoritmi facciamo scegliere tutto, dall’albergo in cui passeremo le prossime vacanze alla ragazza cui cui uscire la sera. Agli antidepressivi lasciamo il compito di eliminare i picchi delle nostre emozioni. Ai bambini lasciamo tra le mani schermi - televisione, computer, smartphone - davanti ai quali passano più di cinquanta ore alla settimana, circa sette al giorno. Ai monopolisti abbiamo lasciato il compito di intraprendere e nonostante ci raccontiamo questa sia l’era delle startup, “negli anni 80 le startup erano il 10-12% dell’economia americana, oggi sono l’8,9%. E sono ancora meno quelle che hanno successo“, spiega Cowen. Soprattutto, hanno smesso di rischiare i giovani, i millennial, visto che “la percentuale degli americani al di sotto dei trent’anni che possiedono un’impresa si è ridotta di quasi il 65% dagli anni 80”.

Ancora: non usciamo più di casa per comprare le cose o il cibo, perché tanto ce le portano a casa Amazon o Deliveroo. Abbiamo persino smesso di arrabbiarci e protestare perché “pace e redditi elevati ci hanno tolto l’irrequietezza”, mentre la disuguaglianza dei redditi, anziché disordine, ha generato disimpegno. Del resto, provate a ricordare l’ultima volta in cui in Italia c’è stata una manifestazione di piazza, collettiva, violenta per cambiare qualcosa di specifico. E provate a ricordare quand’è stata l’ultima volta in cui tale dialettica ha sortito gli effetti sperati. E no, non è vero che tutte le conquiste siano state ottenute, che tutti i diritti siano stati ottenuti. Semplicemente, argomenta Cowen, siamo noi che abbiamo smesso di lottare. Forse perché non ne abbiamo voglia. O forse perché la politica che non fa nulla ci va benissimo, anche se non fosse in grado di mantenere ciò che ha promesso in campagna elettorale. E non è un caso, forse, che il governo Conte abbia raggiunto livelli di consenso da record, in questi primi mesi di operatività, senza aver fatto nulla di quanto aveva promesso, dalla flat tax al reddito di cittadinanza, dai rimpatri degli immigrati clandestini sino all’abolizione della legge Fornero.

Tyler Cowen non è Francis Fukuyama, però. Sa che la Storia non finisce mai, che vive di cicli che si ripetono più o meno simili nel corso dei millenni. E sa che dopo questi stati di cristallizzazione del presente, di sterilizzazione del conflitto, arriva il Grande Reset, “quello che succede quando si rinvia troppo a lungo un cambiamento ed è come aprire la valvola di una macchina surriscaldata”, il momento in cui si annulla tutto e in cui l’ordine sociale pietrificato lascia spazio al caos. I prodromi di questa nuova fase sono già sotto i nostri occhi: “I grandi perdenti di fronte a queste tendenze sono gli uomini non qualificati, compresi quelli con inclinazioni meno pacifiche e violente - avverte Cowen -. Il mondo contemporaneo non è molto adatto per un bel po’ di maschi. Gli attuali lavori nei servizi, un’istruzione scolastica fatta di coccole e in classe, una cultura femminilizzata allergica a molte forme di conflitto e un semicosmopolitismo egualitario non vanno bene a molti uomini, la maggior parte di tutti quelli che non hanno reali possibilità di entrare nella classe privilegiata”. Fuori di noi, in tutto quello che non è Occidente, sta già succedendo, avverte Cowen “Il mondo sta diventando sempre più conflittuale e sempre meno libero”. La classe compiaciuta, col suo bisogno di tranquillità e sicurezze, rischia di avere un brusco risveglio.

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