Dodici schiavi morti in Puglia, ma per Salvini la legge sul caporalato “complica” la vita agli imprenditori

L’incidente stradale di Foggia, le cui vittime sono stranieri senza documenti di ritorno dai campi di pomodori, mostra tutta l’ipocrisia italiana sull’immigrazione: che usa lo straniero come capro espiatorio. E intanto chiude gli occhi di fronte allo sfruttamento

Caporalato Foggia Linkiesta

CONTROLUCE / AFP

7 Agosto Ago 2018 0753 07 agosto 2018 7 Agosto 2018 - 07:53

«Invece di semplificare, complica». Con queste laconiche quattro parole, il solitamente logorroico Matteo Salvini aveva criticato, giusto un paio di mesi fa, all’assemblea nazionale di Confesercenti, la legge contro il caporalato promulgata dal governo Renzi nel 2016. In attesa che spieghi il senso di quelle parole, rimaniamo in silenzio di fronte ai dodici uomini morti stipati sul retro di un furgone, dopo lo schianto con un camion carico di sementi. Dodici invisibili, senza alcun documento in grado di identificarne l’identità. Dodici persone che raccoglievano pomodori a 3 euro a cassone. Dodici migranti, vittime dello sfruttamento e del caporalato.

E forse Salvini voleva proprio dire questo: che nonostante nel solo 2017 siano stati individuati 5.222 lavoratori irregolari, di cui 3.549 in nero ed emessi 360 provvedimenti di sospensione di attività imprenditoriali, il caporalato è ancora una piaga di questo Paese, soprattutto in agricoltura, soprattutto al Sud. Che dietro all’immaginario del pomodoro italiano maturato al sole, dietro al sapore di casa e ai casi di successo delle imprese che la confezionano - che in questi anni hanno spinto le imprese della raccolta ad automatizzare la raccolta - c’è ancora l’orrore del quadrilatero dell’oro rosso, tra Foggia, Taranto, Lecce e Brindisi. Ci sono ancora i tanti ghetti come quello di Rignano Garganico, duemila anime stipate in baracche di lamiera e pellicole di plastica, una piccola città di miseria e disperazione che è lì da vedere, da anni, per chiunque voglia metterci il naso.

È troppo facile sbraitare tutti i giorni contro l’immigrazione clandestina contro gli stranieri che rubano il lavoro agli italiani, contro il regime di perdurante illegalità che prospera dietro all’immigrazione clandestina se poi si chiudono tutti e due gli occhi di fronte alle palesi violazioni dei più basilari diritti umani, e anzi ci si scaglia contro una legge che prova a punire chi li viola

Facciamo fatica a capire cosa bisognerebbe semplificare, quindi, caro ministro Salvini. E attendiamo con ansia di capire che cosa vada “decisamente cambiato” nell’attuale legge contro il caporalato, caro ministro Centinaio. Perché non vogliamo credere che come racconta Ivana Galli, segretaria generale della Flai, la Lega da “voce a richieste che vengono da certi settori imprenditoriali alle quali questa legge non è mai andata giù”, cioè ai produttori che si giovano del caporalato per abbassare i costi di produzione. Perché è troppo facile sbraitare tutti i giorni contro l’immigrazione clandestina, contro gli stranieri che rubano il lavoro agli italiani, contro il regime di perdurante illegalità che prospera dietro all’immigrazione clandestina se poi si chiudono tutti e due gli occhi di fronte alle palesi violazioni dei più basilari diritti umani, e anzi ci si scaglia contro una legge che prova a punire chi li viola.

E, in fondo, la grande ipocrisia italiana sull’immigrazione sta tutta qua. Nell’ingigantire un’emergenza sbarchi che non esiste, visto che gli sbarchi sono in netto calo da almeno dodici mesi, e un’emergenza criminalità che non esiste, visto che i reati sono in calo da qualche anno. E nel minimizzare - da datori di lavoro e da consumatori - la perdurante violazione dei più basilari diritti del lavoratore e della persona che i migranti subiscono appena mettono piede nel nostro Paese. Il giorno che lo capiremo, che non siamo noi le vittime, che non sono loro i criminali, sarà un gran giorno.

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